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Il ricamo palestinese è patrimonio dell’Umanità

Terrasanta.net
21 dicembre 2021
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Il ricamo palestinese è patrimonio dell’Umanità
Un ricamo palestinese a dominante verde. (foto Nizar Halloun/TSM)

A riconoscerlo come tale è stato un apposito comitato dell'Unesco, l'agenzia delle Nazioni Unite per la cultura. Considerati patrimonio di tutti anche la calligrafia araba e i canti tradizionali di Aleppo (Siria).


(c.l.) – Chi ricorda il giuramento della deputata democratica statunitense d’origini palestinesi Rashida Tlaib al Congresso degli Stati Uniti? Era il 2019 e per l’occasione la neo-parlamentare indossava un thobe (o thwab), tipica tunica palestinese con ricami. Di fronte alle critiche, si era scatenato un movimento di solidarietà su Twitter tramite l’hashtag #TweetYourThobe, che presentava foto di centinaia di donne d’origine palestinese vestite con abiti ricamati. Un tributo, tutto femminile, alla cultura palestinese.

Rinomato per la sua complessità, il tatreez è l’arte di ricamare a mano motivi a punto croce con fili dai colori vivaci sugli abiti. Molto diffuso nella società palestinese, esprime un patrimonio di conoscenze e abilità che si caratterizzano come una «pratica sociale e intergenerazionale», spiega l’Unesco, che il 15 dicembre scorso ha incluso l’arte del ricamo palestinese nel Patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Con tale riconoscimento l’Unesco cerca di dare maggiore visibilità e di tutelare i vari elementi del patrimonio culturale del genere umano che possono essere minacciati.

Simbolo dei legami familiari

Tradizionalmente le donne palestinesi si riuniscono nelle case dell’una o dell’altra per ricamare e cucire insieme, spesso accompagnate dalle figlie. Questa abilità manuale (ma non solo), che simboleggia i legami familiari, si trasmette essenzialmente di generazione in generazione. Oggigiorno le donne possono anche incontrarsi nei centri sociali, dove hanno anche modo di commercializzare i loro lavori.

Spessissimo il ricamo palestinese viene realizzato con filo rosso su tessuti neri o chiari. A volte, però, i colori sono molteplici. (foto Nizar Halloun/TSM)

Nell’arte del tatreez, il ricamo a punto croce è realizzato con fili di seta su lana, lino o cotone, a volte con piccole perle che rappresentano «una varietà di simboli come uccelli, alberi o fiori». Molti modelli rappresentano in maniera stilizzata colline, cipressi, spighe o fiori di campo, partendo da figure come quadrati, stelle, motivi a zig-zag, o rombi, prevalentemente in rosso, disposti in un particolare ordine geometrico.

>>> Leggi anche: Tradizione e solidarietà, i ricami di Ramallah

Va tenuto presente che i modelli e i colori ricamati variano da regione a regione, da Ramallah a Gaza, passando per Hebron o Nablus. I motivi permettono anche di indicare lo stato civile ed economico delle donne e di scandire le diverse fasi della vita. Di solito il petto, le maniche e i polsini sono ricoperti da questi ricami, mentre pannelli ricamati verticali decorano l’abito dal punto vita in tutta la sua lunghezza.

Un’arte ancestrale ora rivisitata

«Originariamente realizzato, e indossato, principalmente nelle aree rurali, il ricamo è ora comune in tutta la Palestina e tra i membri della diaspora», riporta l’Unesco. Autentico patrimonio culturale, il ricamo è infatti ancora molto diffuso tra le donne, soprattutto in occasione di feste ed eventi familiari. Ed è anche fonte di ispirazione per molti designer palestinesi che non esitano ad inserire i tatreez in abiti e tessuti moderni, o a decorare astucci, borse o portamonete.

In questa foto d’archivio del 2013 invitati a uno sposalizio. Le giovani indossano le tipiche tuniche ricamate fino ai piedi (foto Issam Rimawi/Flash90)

I palestinesi fanno risalire le loro pratiche di ricamo, così come i loro thobe, a più di tremila anni fa. Dalla guerra del 1967 e dalla successiva occupazione israeliana di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, la pratica del ricamo è stata ripresa tra i profughi palestinesi anche per enfatizzare la propria identità politica e nazionale.

Anche la calligrafia araba…

Durante la sedicesima sessione del Comitato intergovernativo per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, riunita virtualmente dal 13 al 18 dicembre 2021, sono state inserite nel patrimonio immateriale dell’umanità anche altre tradizioni artistiche del mondo arabo. Quella della calligrafia araba, ad esempio, vale a dire l’arte di disegnare caratteri arabi, la cui candidatura è stata presentata congiuntamente da 16 membri di lingua araba (Algeria, Arabia Saudita, Bahrein, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Iraq, Kuwait, Libano, Marocco, Mauritania, Oman, Palestina, Sudan, Tunisia, Yemen).

«Originariamente pensata per rendere la scrittura chiara e leggibile, [la calligrafia araba] si è gradualmente evoluta nell’arte araba islamica utilizzata nelle opere tradizionali e moderne. La fluidità della scrittura araba offre infinite possibilità, anche su una singola parola, poiché le lettere possono essere allungate e trasformate in molti modi per creare disegni diversi», osserva l’Unesco. Dalla calligrafia prendono forma l’arte dell’arabesco, che decora moschee e palazzi, come pure i fregi che adornano alcuni libri, compreso il Corano.

… e i canti tradizionali di Aleppo patrimonio di tutti

Il riconoscimento Unesco va anche ad una delle arti musicali siriane: i Qudud di Aleppo, considerati come «uno strumento di resilienza, soprattutto durante la guerra siriana». Parliamo di antiche arie e canti popolari e lirici, religiosi e profani, accompagnati da un ensemble strumentale. I cantanti, con voci profonde, evocano l’amore, la patria e la spiritualità. Quando raggiungono l’apice della loro interpretazione, tenendo lungamente una nota o ripetendo la stessa frase più e più volte, il pubblico viene trasportato in uno stato estatico. «Lo stato emotivo provato quando gli artisti raggiungono questo culmine è descritto dalle comunità come una sorta di “ebbrezza senza alcol”», annota l’Unesco. Sabah Fakhri, morto il 2 novembre scorso all’età di 88 anni, è stato uno degli ultimi maestri del repertorio Qudud aleppino.

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