Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

Come Israele legalizza gli espropri

Fulvio Scaglione
12 maggio 2021
email whatsapp whatsapp facebook twitter versione stampabile

Non si capisce bene la questione degli espropri forzati di case palestinesi nel quartiere di Sheikh Jarrah (e non solo) a Gerusalemme, se non si ha presente il quadro legislativo. Due le leggi-chiave a cui Israele fa riferimento.


Il quartiere di Sheikh Jarrah prende il nome dal medico personale del Saladino, il condottiero curdo che nel 1187 tolse Gerusalemme al controllo dei crociati. Il buon dottore, racconta la tradizione, era andato stabilirsi in quel tranquillo sobborgo di campagna, a circa un chilometro dai vicoli della città vecchia. Ho fatto spesso a piedi il tratto, una volta ho persino alloggiato all’American Colony, il famoso hotel che sorge ai piedi della collina di Sheikh Jarrah. Ora il quartiere è diventato la miccia dell’ultima crisi, perché una cinquantina di famiglie arabe rischia di vedersi portar via la casa dalle organizzazioni della destra israeliana, ben fornita di finanziamenti esteri.

La questione è complessa e, riassunta all’estremo, suona così: le famiglie arabe (parte dei 750 mila palestinesi che lasciarono il nascente Stato di Israele, o ne vennero espulsi, dopo il 27 novembre 1947) si insediarono da queste parti nel 1956, grazie a un accordo tra il regno di Giordania (che allora controllava Gerusalemme Est) e l’Onu. Nel 1960 acquisirono i diritti di proprietà delle case in cambio della rinuncia allo status di rifugiati. Nel 1967, però, dopo la Guerra dei sei giorni, Gerusalemme Est fu conquistata da Israele e divenne «territorio occupato». Da allora diversi gruppi sionisti di pressione hanno presentato una lunga serie di cause giudiziarie per avere quelle case, presentando diritti di proprietà di ebrei sefarditi che risalirebbero al 1885, quando la Palestina era parte dell’Impero ottomano.

Fin qui il caso specifico. Ma non si capisce bene la questione se non si ha presente il quadro legislativo in cui i gruppi israeliani e le famiglie palestinesi si muovono. Due sono le leggi-chiave che consentono le ormai continue espropriazioni ai danni dei palestinesi. La prima è la Absentees’ Property Law, approvata nel 1950: stabilì che lo Stato di Israele assumeva il controllo dei beni di tutte le persone che avevano lasciato il territorio alla fine del 1947. Che fossero scappati di propria volontà, cacciati dall’esercito o perseguitati dalle milizie sioniste, non aveva alcuna importanza. Non si trattava di poca cosa, perché i profughi costituivano circa metà della popolazione palestinese del tempo. Nel 1954, le autorità israeliane pubblicarono il seguente rapporto: le proprietà palestinesi cadute sotto le norme della legge corrispondevano a 4 milioni e 450 mila dunam (un dunam equivale a mille metri quadrati), di cui 3 milioni e 310 mila dunam di terreno agricolo, 1 milione di dunam di villaggi arabi e 150 mila dunam di terreno urbano. Subito dopo la guerra e la nascita dello Stato di Israele (1948), 146 mila israeliani si sistemarono in case che erano appartenute a profughi palestinesi in città come Akko, Jaffa, Haifa e Gerusalemme.

L’altra legge decisiva è la Legal and Administrative Matters Law del 1970. Stabilisce che le proprietà requisite dallo Stato ebraico nel 1947 possano essere trasferite solo ad ebrei. Se a tutto questo aggiungiamo che è vietato ai palestinesi reclamare le proprietà da loro possedute prima del 1948, si capisce quante speranze abbiano le famiglie di Sheikh Jarrah e degli altri quartieri di conservare le loro case e le loro vite.

Il dono della speranza
Alessandro Cavicchia

Il dono della speranza

Per attraversare la pandemia, e non solo
Bibbia tra orientalistica e storiografia
Tomislav Vuk

Bibbia tra orientalistica e storiografia

Una introduzione