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Vaccinazioni in Medio Oriente, i primi e gli ultimi

Terrasanta.net
23 aprile 2021
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Vaccinazioni in Medio Oriente, i primi e gli ultimi
Operatori sanitari palestinesi con fiale di vaccino anti Covid-19 a Dura, in Cisgiordania. (Foto Wisam Hashlamoun/Flash90)

Anche i Paesi del Medio Oriente e Nord Africa soffrono per la diffusione del Covid-19. Ma tra Israele, campione mondiale per dosi di vaccino somministrate, e Siria e Yemen, schiacciati dalla guerra, nessun’area del mondo sta rispondendo con tanta diversità nelle campagne di prevenzione e contrasto.


Nei Paesi arabi i contagi registrati del coronavirus Sars-Cov2 sono stati finora almeno 7 milioni. Il numero dei decessi, misurati in rapporto a un milione di abitanti, varia sensibilmente: al 5 aprile erano 942 in Libano, 747 in Iran, 729 in Israele; risultano ufficialmente molti di meno, solo 190, in Arabia Saudita, e 117 in Egitto. Ma sui numeri non si possono avere dati omogenei, in particolare nei Paesi della regione che sono in guerra, Siria e Yemen, dove la lotta al virus non è una priorità.

Situazioni di sicurezza, condizioni di reddito, strutture sanitarie e scelte politiche molto diverse rendono la situazione in Medio Oriente e Nord Africa estremamente disomogenea rispetto alla pandemia in corso. Il pil pro capite, per fare un esempio, varia da quasi 100mila dollari degli abitanti del Qatar, tra i più ricchi al mondo, ai duemila degli abitanti dello Yemen.

Tali differenze si riflettono anche nelle campagne vaccinali contro il Covid-19. L’area che si estende dal Marocco all’Iran include il Paese delle vaccinazioni record, Israele, e Paesi poverissimi e in guerra, come lo Yemen, che stanno ricevendo ora i primi rifornimenti di fiale attraverso il piano Covax (Covid-19 Vaccines Global Access) coordinata dall’Organizzazione mondiale della sanità. In Israele, su 100 persone sono state finora effettuate 114 iniezioni; 55 israeliani su 100 hanno avuto il richiamo. In Bahrein quasi il 30 per cento della popolazione ha completato le vaccinazioni, in Marocco l’11,5 e in Turchia quasi il 10 per cento.

Una comparazione dei dati di tutti i Paesi non risulta ancora possibile poiché alcuni comunicano solo il totale dei vaccini somministrati, ma non si conosce quanti hanno completato il trattamento: 99 su 100 negli Emirati Arabi Uniti, 45 in Qatar, 21 in Arabia Saudita.

 

 

Dopo Israele, i capofila delle campagne vaccinali sembrano essere Emirati Arabi Uniti, Turchia e Marocco, che fanno di questa loro forza uno strumento politico e diplomatico. Più indietro resta un gruppo di Paesi che comprende l’Arabia Saudita, Iran, Tunisia, Algeria, Egitto e Giordania. I Paesi più instabili, come Siria, Libia, Yemen e Iraq sono anche quelli con minori possibilità di avviare una campagna efficace. Diversi Paesi della regione stanno ricevendo dosi attraverso Covax, l’iniziativa globale che mira a rendere i vaccini accessibili anche ai Paesi poveri o in via di sviluppo. Per alcuni di essi finora è stato l’unico modo per avere a disposizione una minima quota di vaccini, almeno per il personale sanitario.

 

Fiale, diplomazia e ingerenze

La «geopolitica della pandemia» si è in generale divisa fra vaccini «orientali», di fabbricazione russa e cinese, e vaccini «occidentali», europei e nordamericani. Le somministrazioni di vaccini diversi spesso rispecchiano preferenze politiche. Russia e Cina hanno fatto grandi investimenti per esportare i propri, rafforzare i rapporti con gli alleati o creare nuove relazioni (il ministro degli esteri cinese ha di recente visitato diversi Stati dell’area per approfondire la cooperazione).

Emirati Arabi Uniti (Eau) e Marocco si sono appoggiati soprattutto alle industrie cinesi (Sinopharm), come ha fatto la Turchia con Sinovac. Stessa linea hanno seguito Iraq, Algeria ed Egitto, ma con numeri assai più ridotti. Dosi del russo Sputnik sono state distribuite agli alleati di Mosca, Iran e Siria, ma anche in Egitto, Eau e Territori Palestinesi. L’Iran ha inoltre importato vaccini da Cina, India e Cuba, mentre la campagna in Israele si è basata principalmente sulle fiale di Pfizer-Biontech e Moderna brevettate negli Usa e prodotte in ampia misura in Europa. Quest’ultimo è stato distribuito in misura minore anche in Paesi del Golfo, Libano, Giordania e Tunisia, ma solo Israele ha avuti dosi sufficienti per coprire i bisogni della popolazione.

Gli Emirati Arabi Uniti sono lo Stato arabo in testa nella campagna delle vaccinazioni e hanno annunciato alla fine di marzo che inizieranno la produzione di Hatyat-Vax sul proprio territorio, in collaborazione con la casa farmaceutica cinese Sinopharm. Un altro stabilimento presso Abu Dhabi dovrebbe entrare in funzione quest’anno. Ma la minore efficacia dei vaccini cinesi, che le analisi stanno verificando in Paesi come il Cile o l’Ungheria che ne hanno fatto ampio uso, può compromettere i piani degli emiratini.

La Russia ha promesso a Egitto ed Algeria di cooperare nella produzione di vaccini Sputnik per diventare centri di distribuzione per l’Africa, mentre il Marocco spera di diventarlo per i vaccini cinesi. È il segno che avere una produzione interna aumenta non solo la sicurezza della popolazione, ma anche l’influenza internazionale. Turchia, Israele e Iran stanno sviluppando i propri vaccini, con l’obiettivo di diventare indipendenti.

Due esempi di uso dei vaccini per scopi diplomatici. Il quotidiano The Guardian in gennaio ha ipotizzato che alcuni ritardi nella consegna di vaccini Sinovac alla Turchia fossero segno di pressioni di Pechino perché Ankara ratificasse un trattato con la Cina che facilita l’estradizione di uiguri, persone della minoranza turcofona perseguitata nell’Ovest della Cina e rifugiate in Turchia.

Israele ha mandato quantità simboliche di Moderna in Honduras, Repubblica Ceca e una ventina di Paesi (5mila dosi ciascuno circa). Alcuni di questi Paesi hanno trasferito la loro ambasciata a Gerusalemme. Solo all’inizio di marzo ha iniziato a vaccinare circa 120mila palestinesi della Cisgiordania che hanno permesso di lavoro in Israele. In Turchia le province curde sud-orientali sarebbero rimaste indietro nella campagna, lo stesso vale per i lavoratori stranieri in Paesi ricchi del Golfo come il Kuwait che hanno avuto minore accesso.

A complicare la situazione, sembra da alcuni studi e sondaggi recenti che nei Paesi arabi ci siano i più bassi livelli al mondo di fiducia nei vaccini. (f.p.)


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