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Mosul al cinema, orgoglio e silenzi

Laura Silvia Battaglia
23 febbraio 2021
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L’orgoglio nazionale iracheno esiste e resiste. Anima un film come Mosul, dedicato alla liberazione dell'omonima città dai miliziani dello Stato islamico. Una parte del pubblico contesta la parzialità del racconto.


Spopola su Netflix, ma non senza polemiche e ripensamenti tra gli spettatori iracheni. Mosul, prima produzione Netflix da 90 minuti in salsa irachena, diretta da Matthew Michael Carnaham e prodotta dai fratelli Russo, ha alcuni pregi e molti difetti, e sta già dividendo la sua audience almeno quanto il conflitto stesso.

La storia è un adattamento da una pubblicazione di Luke Mogelson per il settimanale The New Yorker, che racconta come una non proprio regolamentare squadra Swat (speciale unità di combattimento tattico) di Ninive combatté lo Stato islamico (Isis) nel 2017, nella città di Mosul. Il protagonista – che appare fin dalle prime inquadrature – è Kawa, un poliziotto curdo, interpretato da Adam Bessa, che viene preso sotto l’ala protettiva del maggiore Jasem (Suhail Dabbach è l’attore iracheno che lo impersona), leader della Swat. Il maggiore gli salva la vita e per questo Kawa gli è grato, ma il prezzo da pagare sarà partecipare a testa bassa a una missione segreta, fianco a fianco con reclute di cui Kawa non sembra guadagnare fiducia e rispetto. Tutto il film e l’azione ruota intorno a questo microcosmo sociale in una realtà iper-militarizzata ed etnicamente settaria, che ha le sue regole ferree, i tempi imprevedibili della guerriglia, nonché i cortocircuiti delle incomprensioni linguistiche tra giovani curdi e giovani arabi, e che bene rispecchia ciò che accadde in quei giorni nei dintorni della città assediata.

Di fatto, i protagonisti di Mosul sono monadi coagulatesi intorno a un trauma collettivo e quel poco che comprendono e sopportano di loro stessi e fra loro stessi è determinato dalla storia comune: tutti i componenti della Swat hanno un parente, un genitore, una persona cara uccisa da miliziani dell’Isis. E per questo la loro mission è la vendetta. Proprio qui nasce la contestazione degli spettatori iracheni ma anche, ci sia permesso di aggiungere, di coloro che hanno vissuto quell’epoca da testimoni.

Se Mosul evita come il fuoco lo schema orientalista del salvatore occidentale a cui la filmografia americana ci ha da sempre abituato – e non potrebbe essere diversamente, considerato che gli americani hanno preso parte alla «liberazione» di Mosul, soprattutto con bombardamenti aerei – trasferisce questo ruolo del salvatore all’iracheno militare, poliziotto, componente della forza speciale. Lui, l’iracheno in mimetica con il teschio sul berretto, non è solo il salvatore dei civili intrappolati, ma il Titano su cui si regge tutta la guerra, e le sorti di un intero Paese.

In questo, Mosul non è diverso da una decina di produzioni irachene del 2018-2019 – già viste al Film Festival di Karbala – che hanno trasferito all’oggi l’epica nazionalista irachena che veniva in genere proiettata indietro nel passato abbaside, dando luogo a certe retoriche molto favorevoli alle milizie popolari sciite, normalizzandole ed edulcorandone molte scorrettezze, vendette, uccisioni di civili in nome dell’investitura alla missione impossibile: liberare Mosul. Anche qui, come in certe produzioni irachene degli anni scorsi, l’eroe (o gli eroi) al centro giganteggiano, ma nessuno vede i civili ai lati, identificati con/ridotti a membri dello Stato islamico o affiliati ad esso, anche se si abbia solo la vaga ombra di un sospetto. Così, non è difficile immaginare perché gli spettatori iracheni si dividano tra favorevoli e contrari, ma soprattutto contrari. Molti sono rimasti delusi dalle omissioni presenti nella produzione, e dalla mancata aderenza a certi elementi fattuali, tra cui l’assenza di riflessioni sulla responsabilità dei governi e delle istituzioni irachene, alle quali andrebbe chiesto se sono in grado di combattere la criminalità e il terrorismo senza aiuto esterno, o se non sia il caso di battersi il petto e riconoscere la profonda corruzione che le caratterizza, a ogni livello e latitudine.

Il film ha anche una scena inusuale e non basata su fatti realmente accaduti, quando il comandante Jasem incontra un comandante del Corpo delle Guardie Rivoluzionare Islamiche, ossia delle milizie filo-iraniane Kataib Hezbollah. La scena raffigura due comandanti-leader, uno iracheno e uno iraniano, affrontati, in competizione. Una situazione simbolica che fotografa quanto sta accadendo nel Paese, l’audacia delle forze per procura (che oggi hanno la libertà di rapire e uccidere gli attivisti di piazza) e l’orgoglio nazionale iracheno che esiste e resiste, nonostante almeno cinquant’anni di instabilità, tra dittature, conflitti, occupazioni e terrorismi.


 

Perché Diwan

La parola araba, di origine probabilmente persiana, diwan significa di tutto un po’. Ma si tratta di concetti solo apparentemente lontani, in quanto tutti legati dalla comune etimologia del “radunare”, del “mettere insieme”. Così, diwan può voler dire “registro” che in poesia equivale al “canzoniere”. Dove registro significa anche l’ambiente in cui si conserva e si raduna l’insieme dei documenti utili, ad esempio, per il passaggio delle merci e per l’imposizione dei dazi, nelle dogane. Diwan, per estensione, significa anche amministrazione della cosa pubblica e, per ulteriore analogia, ministero. Diwan è anche il luogo fisico dove ci si raduna, si discute, si controllano i registri (o i canzonieri) seduti (per meglio dire, quasi distesi) comodamente per sfogliarli. Questo spiega perché diwan sia anche il divano, il luogo perfetto per rilassarsi, concentrarsi, leggere.

Questo blog vuole essere appunto un diwan: un luogo comodo dove leggere libri e canzonieri, letteratura e poesia, ma dove anche discutere di cose scomode e/o urticanti: leggi imposte, confini e blocchi fisici per uomini e merci, amministrazione e politica nel Vicino Oriente. Cominciando, conformemente all’origine della parola diwan, dall’area del Golfo, vero cuore degli appetiti regionali, che alcuni vorrebbero tutto arabo e altri continuano a chiamare “persico”.

Laura Silvia Battaglia, giornalista professionista freelance e documentarista specializzata in Medio Oriente e zone di conflitto, è nata a Catania e vive tra Milano e Sana’a (Yemen).

Tra i media italiani, collabora con quotidiani (Avvenire, La Stampa, Il Fatto Quotidiano), reti radiofoniche (Radio Tre Mondo, Radio Popolare, Radio In Blu), televisione (TG3 – Agenda del mondo, RAI News 24, Tv2000), magazine (D – Repubblica delle Donne, Panorama, Donna Moderna, Jesus), testate digitali e siti web (Il Reportage, Il Caffè dei giornalisti, The Post Internazionale, Eastmagazine.eu).

Ha girato, autoprodotto e venduto vari video documentari. Ha vinto i premi Luchetta, Siani, Cutuli, Anello debole, Giornalisti del Mediterraneo. Insegna come docente a contratto all’Università Cattolica di Milano, alla Nicolò Cusano di Roma, al Vesalius College di Bruxelles e al Reuters Institute di Oxford. Ha scritto l’e-book Lettere da Guantanamo (Il Reportage, dicembre 2016) e, insieme a Paola Cannatella, il graphic novel La sposa yemenita (BeccoGiallo, aprile 2017).

 

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