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Masada, la scarsa paga di un soldato romano

Christophe Lafontaine
15 febbraio 2021
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Masada, la scarsa paga di un soldato romano
Dopo la prima guerra giudaica, l’assedio della fortezza di Masada da parte delle truppe dell’Impero romano portò al suicidio di massa dei ribelli ebrei, che preferirono la morte alla resa. (Edi Israel / Flash90).

Una busta paga su papiro risalente a 1.900 anni fa e ritrovata a Masada, mostra che un certo Gaio Messio, partecipando alla prima guerra giudaica, ricevette uno stipendio che, tolte le spese, non gli lasciava nulla per uso personale.


Certamente essere un soldato dell’esercito romano nel I secolo d.C. non rendeva ricchi. Lo testimonia una busta paga ricavata da un foglio di papiro. Questo è ciò che il sito di notizie americano Task & Purpose ha riferito l’8 febbraio, poi ripreso dai grandi mezzi di comunicazione, a partire da un tweet che un’archeologa di Liverpool (Regno Unito), Joanne Ball, ha pubblicato per la prima volta a riguardo nel 2019.

Il documento è stato trovato dagli archeologi britannici là dove i romani allestirono il loro accampamento durante l’assedio di Masada – la cittadella fortificata nel deserto della Giudea che dominava dall’alto il Mar Morto – durante la prima guerra giudaica, tra il 66 e il 73 d.C. Molti rivoltosi giudei si erano trincerati a Masada con le famiglie. Tre anni dopo la caduta di Gerusalemme nell’anno 70, l’esercito romano mise sotto assedio quegli ultimi irriducibili, finché la cittadella cadde nella primavera del 73.

Secondo una traduzione dal latino, disponibile nella banca dati delle iscrizioni militari e dei papiri della Palestina all’inizio dell’era romana, questa busta paga apparteneva a Gaio Messio, un soldato ausiliario romano che probabilmente prestò servizio a Masada fra il 72 e il 75 d.C.

Il papiro “busta paga” rinvenuto nei pressi di Masada.

In base alla banca dati, il documento contabile è stato redatto dopo la conquista di Masada, quindi si ipotizza che fosse un pagamento per la partecipazione del soldato al combattimento.

La traduzione del documento recita: «Il quarto consolato dell’imperatore Vespasiano Augusto. Conti, stipendio. Gaio Messio, figlio di Gaio, della tribù Fabia, di Beirut». Più oltre giungono i dettagli: «Ho ricevuto la mia indennità di 50 denari, con cui ho pagato l’orzo, 16 denari; … Spese per alimenti, 20 denari; stivali, 5 denari; cinturini in pelle, 2 denari; tunica in lino, 7 denari». Il denario era la moneta romana, un conio d’argento, del peso da 3 a 4 grammi, a seconda dell’epoca.

Tirate le somme il soldo svanisce

Facendo un rapido conteggio della ricevuta, vediamo che Gaio Messio si è trovato senza un soldo, subito dopo essere stato pagato, poiché l’esercito ha recuperato i suoi 50 denari sulle «spese obbligatorie» che il povero soldato romano doveva rendere, per pagare cibo, attrezzature, vestiti, ecc.

Per farla breve, le spese menzionate erano tutte inevitabili e non erano in alcun modo legate a giochi o feste. Insomma, un legionario come Gaio difficilmente poteva sperare di trarre qualche profitto, tranne l’ipotetica prospettiva di un bottino frutto di saccheggio.

È interessante notare che parte delle spese di Gaio erano per il foraggio (orzo), cioè il fabbisogno alimentare del bestiame. Gli esperti ritengono che Gaio Messio fosse un cavaliere legionario e che doveva nutrire la sua cavalcatura. Ma la busta paga non specifica a quale unità militare appartenesse, né fornisce informazioni sul suo grado. Tuttavia, nel suo tweet del 2019, l’archeologa Joanne Ball lo cita come appartenente alla Legio X Fretensis, una legione romana nota per aver partecipato, agli ordini di Tito, agli assedi di Gerusalemme e di Masada, dove le catapulte assicurarono la vittoria ai romani. La legione fu successivamente incaricata di mantenere la pace in Giudea.

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