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Palestina, il Covid-19 alimenta la violenza domestica

Giulia Ceccutti
10 dicembre 2020
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Palestina, il Covid-19 alimenta la violenza domestica
Un momento di incontro e sensibilizzazione contro la violenza domestica promosso dal Centro Mehwar tra le donne palestinesi. (foto Centro Mehwar)

Nel contesto palestinese la violenza domestica sulle donne (e sui piccoli) non è un fenomeno nuovo. Ci sono segnali di cambiamento positivo, ma la tensione indotta dall'attuale stagione di pandemia non aiuta. Qui come altrove.


«La violenza domestica è sicuramente aumentata a causa dell’emergenza sanitaria da Covid-19. Soprattutto dopo i primi mesi della pandemia». Non ha dubbi, al telefono da Betlemme, Saeda el-Atrash, direttrice del Centro antiviolenza Mehwar, il primo centro di accoglienza e cura dedicato a donne vittime di violenza aperto in Palestina, nel 2007, grazie ai fondi dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo e al supporto tecnico dell’ong Differenza Donna.

Le ragioni sono diverse. In primo luogo, il panico generato dalla pandemia e i lockdown hanno costretto le vittime a rimanere chiuse in casa per giorni con gli autori della violenza (spesso mariti o familiari), senza possibilità di chiedere aiuto o contattare amici, parenti o servizi di supporto. In seconda istanza, Saeda cita la difficile situazione economica, che ha causato un sensibile aumento del tasso di disoccupazione e povertà. «Le difficoltà finanziarie, di cui sono sempre le donne a pagare per prime le conseguenze, hanno fatto crescere gli atti di violenza. Le donne devono risolvere tutti i problemi all’interno della famiglia, sopportare le conseguenze della mancanza di cibo adeguato, di accesso all’istruzione e alle cure sanitarie».

Come terzo elemento, la direttrice del Centro Mehwar nomina la complessa situazione politica e l’occupazione israeliana, all’origine di ulteriori chiusure e forme di povertà, che si sommano alle quotidiane violazioni – quali la demolizione di case, la confisca di terre, l’impatto dei check-point sulla vita di tutti i giorni, e via di seguito.

Il contesto palestinese

La violenza di genere, nei Territori palestinesi, ha facce diverse: matrimoni forzati, delitti «d’onore», violenza psicologica, fisica e sessuale all’interno delle famiglie, controllo della mobilità.

«Ovviamente l’emergenza sanitaria, la mancanza di lavoro e l’occupazione rappresentano dei grossi fattori di rischio», spiega – al telefono dal Cairo, dove attualmente opera per l’Organizzazione mondiale della sanità – Anna Rita Ronzoni, esperta in violenza di genere che ha lavorato a lungo in Palestina per l’Agenzia italiana di Cooperazione allo sviluppo.

«Tuttavia – prosegue Anna Rita – in Palestina, come nel resto del mondo, agire violenza contro le donne è alla fine una scelta, le cui radici sono complesse e derivano da cause diverse. L’abuso di potere, la discriminazione di genere, l’esercizio della violenza maschile sulle donne sono questioni sistemiche, dai molteplici aspetti: culturali, legati al modello patriarcale (dunque alla conseguente percezione dei ruoli sociali attribuiti agli uomini e alle donne), a comportamenti vissuti e appresi dall’infanzia, ecc. Va comunque sottolineato che, in Palestina, anche grazie al supporto di diverse realtà sociali e servizi, tante donne riescono a uscire dal meccanismo della violenza. Esistono insomma degli esempi positivi, cui va dato assolutamente spazio, per l’alto valore simbolico che si portano dietro e perché possono diventare fonte di ispirazione e coraggio per altre donne».

Dati che allarmano

Il rapporto dati più recente – che riferisce i Risultati preliminari dell’indagine sulla violenza nella comunità palestinese nel 2019 – pubblicato dall’Ufficio centrale di statistica palestinese e relativo a Cisgiordania e Striscia di Gaza, evidenzia dati allarmanti (clicca qui per scaricare il documento in versione bilingue: arabo e inglese).

Una donna su tre in Palestina è vittima di violenza da parte del marito. Il 57 per cento delle donne ha sofferto di violenza psicologica, il tipo di violenza più comune. Il 37 per cento delle donne con disabilità ha subìto violenza domestica. Il 61 per cento delle vittime non ha denunciato l’abuso a nessuno e il 60 per cento delle donne maltrattate ha dichiarato di non essere a conoscenza dell’esistenza, o dell’ubicazione, di servizi antiviolenza nella località in cui vive. Il 24 per cento ha lasciato la propria casa per stare con i genitori, i fratelli o i parenti.

«Anche se la prevalenza generale della violenza è diminuita nella società palestinese rispetto ai risultati dell’indagine analoga condotta nel 2011, le percentuali rimangono fortemente preoccupanti», ha dichiarato in merito a questo rapporto Ola Awad, presidente dell’Ufficio centrale di statistica, aggiungendo con schiettezza: «I risultati riflettono il fatto che tutti noi non siamo riusciti a proteggere queste donne. Dobbiamo impegnarci a rendere questo problema una priorità, a collaborare tutti per mettere in atto gli interventi necessari».

I dati palestinesi, puntualizza Anna Rita Ronzoni, «sono in linea con il trend regionale e globale». Allargando infatti lo sguardo, si scopre che il Medio Oriente è la seconda regione al mondo per incidenza di violenze domestiche (37 per cento), mentre a livello mondiale – secondo calcoli dell’Organizzazione mondiale della sanità aggiornati al 2013 – subisce violenza domestica una donna su tre (30 per cento).

Un circolo vizioso

Dal rapporto dell’Ufficio centrale di statistica palestinese emerge anche quanto la violenza domestica si configuri come un drammatico circolo con effetti a lungo termine su intere famiglie e comunità. I bambini cosiddetti «testimoni di violenza intrafamiliare» hanno maggiori probabilità di soffrire di disturbi comportamentali ed emotivi, e da adulti, di diventare essi stessi autori o vittime di violenza.

Quando uno dei genitori è sottoposto a maltrattamenti, di solito comportamenti simili vengono praticati anche nei confronti dei figli. Il 44 per cento dei bambini di età compresa tra i 12 e i 17 anni ha subìto almeno una forma di violenza, esercitata dal padre o dalla madre. Inoltre, il 77 per cento dei bambini di età inferiore ai 12 anni è stato esposto in casa a violenza psicologica (da parte di «madre, moglie del padre o padre», specifica il testo), mentre il 65 per cento è stato vittima di violenza fisica. Infine il 22 per cento – dunque una percentuale considerevole – è stato esposto a violenze fisiche gravi.

Il ruolo della società civile

«Le organizzazioni della società civile svolgono un ruolo importante nella lotta alla violenza di genere», continua Saeda el-Atrash, «soprattutto attraverso alcuni forum che hanno istituito. Tra questi, in particolare quello che ha portato alla legge sulla protezione della famiglia tuttora in attesa di firma da parte del governo». Questa Nuova legge per la protezione della famiglia, che avrebbe dovuto essere approvata entro la fine del 2019, propone modifiche al codice penale per stabilire un’età minima per il matrimonio, rivedere le attuali tutele legali per le vittime di violenza domestica, imporre sanzioni più severe ai colpevoli e addestrare le forze di polizia ad assistere correttamente le vittime.

Recentemente, racconta Saeda, il lavoro degli organismi che operano a favore dei diritti delle donne è stato in vari modi attaccato, soprattutto da alcuni movimenti islamici che hanno anche fatto pressione sul governo perché non firmasse la legge citata. «A mio parere – conclude la nostra interlocutrice – queste organizzazioni devono rivalutare il loro ruolo e i loro strumenti di lobbying ed advocacy, e sviluppare nuovi piani per combattere la violenza di genere e proteggere i risultati che tutti noi abbiamo sin qui raggiunto».

In sintesi, la società palestinese ha compiuto molti passi per un cambiamento vero nel contrasto alla violenza sulle donne, ma tanta strada resta ancora da percorrere.


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