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Affari e colonie, dall’Onu una lista nera di imprese

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14 febbraio 2020
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Affari e colonie, dall’Onu una lista nera di imprese
L'insediamento ebraico di Efrat, a Gush Etzion nei Territori palestinesi di Cisgiordania.( foto Hadas Parush//Flash90)

L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha elencato 112 imprese e società economicamente coinvolte negli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi di Cisgiordania.


(c.l./g.s.) – Airbnb, Expedia, TripAdvisor, Booking.com, Motorola, e ancora Alstom e Altice Europe. L’ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha pubblicato, il 12 febbraio scorso, una lista che elenca 112 «aziende coinvolte in attività legate alle colonie» israeliane nei Territori palestinesi occupati, attività che vengono considerate illegali ai sensi del diritto internazionale.

Tra queste aziende e società, 94 hanno il proprio quartier generale in Israele. Parliamo di banche (Leumi, Bank Hapoalim, Bank of Jerusalem, ecc.) e imprese del settore costruzioni, catene di bar ed esercizi adibiti alla ristorazione, stazioni di servizio. Le altre 18 società sono distribuite in sei Paesi: Stati Uniti, Francia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Regno Unito e Thailandia.

La lista nera arriva due settimane dopo l’annuncio del piano di pace per il Medio Oriente ideato dall’amministrazione Trump per risolvere il conflitto israelo-palestinese. Accolto con favore dai politici israeliani, il piano è stato ufficialmente respinto dal presidente dell’Autorità palestinese, Mahmoud Abbas, anche davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite lo scorso 11 febbraio.

Dato il contesto, l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, ha diffuso un comunicato stampa in cui si dice «consapevole del fatto che questo argomento è stato e continuerà ad essere oggetto di polemiche».

«Non è un procedimento giudiziario»

La dichiarazione precisa che il rapporto delle Nazioni Unite non implica conseguenze giudiziarie. «Questo rapporto non fornisce una specifica giuridica delle attività in questione», leggiamo nel comunicato stampa. «Il riferimento a tali entità commerciali – si sottolinea – non è e non pretende di essere un processo giudiziario o semi giudiziario».

La pubblicazione dell’elenco non è una sorpresa. Risponde a una risoluzione adottata nel 2016 dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite che chiedeva una «banca dati di tutte le società impegnate in attività specifiche relative agli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi occupati».

La colonizzazione da parte di Israele della Cisgiordania occupata e di Gerusalemme Est è continuata sotto tutti i governi israeliani dal 1967 ad oggi, ma negli ultimi anni ha subito un’accelerazione grazie al primo ministro Benjamin Netanyahu e all’alleato americano Donald Trump.

L’amministrazione Trump si è discostata da decenni di prassi diplomatica statunitense dichiarando, il 18 novembre scorso, di non considerare più gli insediamenti israeliani in Cisgiordania contrari al diritto internazionale.

Per Israele è «una resa vergognosa»

La classe politica israeliana ha denunciato quasi all’unanimità la lista. «Si tratta di una vergognosa resa alle pressioni di quei Paesi e organizzazioni che vogliono danneggiare Israele», ha reagito il ministero degli Esteri dello Stato ebraico.

Il presidente israeliano Reuven Rivlin ha persino parlato di «una iniziativa vergognosa che ricorda i tempi bui della nostra storia».

La contrarietà di Washington

Si dice «oltraggiato» dalla pubblicazione del rapporto il segretario di Stato Usa Mike Pompeo. «Gli Stati Uniti – soggiunge – si sono a lungo opposti alla creazione o diffusione di questa banca dati, richiesta nel 2016 dallo screditato Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. La sua pubblicazione non fa che confermare un accanito pregiudizio anti-israeliano così presente in seno alle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti non hanno fornito, e mai forniranno, informazioni all’Ufficio dell’Alto Commissario ai fini della compilazione di questi elenchi ed esprimono sostegno alle imprese statunitensi che vi sono state incluse».

I palestinesi: «Vittoria del diritto internazionale»

Il ministro degli Esteri palestinese Riyad al-Maliki ha invece accolto con favore il recente rapporto Onu. «La pubblicazione dell’elenco delle società e degli organismi che operano nelle colonie è una vittoria per il diritto internazionale», ha affermato in una nota.

Gli ha fatto eco il segretario generale dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) Saeb Erekat che considera il rapporto un «primo passo fondamentale per ripristinare la speranza nel (…) diritto internazionale». «Questo annuncio (…) consolida la credibilità del Consiglio per i diritti umani e delle organizzazioni internazionali di fronte al violento attacco e alla forte pressione esercitati dell’amministrazione Trump su queste istituzioni», ha aggiunto.

Anche il movimento internazionale Bds (Boicottaggio, Disinvestimenti, Sanzioni), che propugna il boicottaggio economico, culturale o scientifico di Israele per porre fine all’occupazione e alla colonizzazione dei Territori palestinesi, ha accolto con favore la mossa. «La pubblicazione di questo elenco – rilevano dal movimento – è il primo passo molto significativo fatto da un’entità delle Nazioni Unite per chiedere conto a Israele e a talune società internazionali che traggono profitto dalle colonie illegali israeliane».

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