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L’offensiva turca in Siria amareggia anche i cristiani

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12 ottobre 2019
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L’offensiva turca in Siria amareggia anche i cristiani
Il presidente turco Erdoğan mentre illustra al mondo l'intenzione di creare una zona cuscinetto in Siria nel discorso del 24 settembre scorso dall'Assemblea generale dell'Onu. (UNphoto/Cia Pak)

L'avanzata turca nel nord-est della Siria, inziata pochi giorni fa, ha già provocato decine di migliaia di nuovi profughi, che lasciano le zone controllate dai curdi, martellati dai bombardamenti. Da più parti la richiesta di fermare la guerra.


(c.l.) – Compiange la Siria «nell’occhio del ciclone mediorientale» il cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico a Damasco, interpellato dal settimanale cattolico Famiglia Cristiana dopo l’inizio dei bombardamenti turchi sul nord della Siria, in chiave anti-curda.

Da parte sua, anche mons. Jean-Clément Jeanbart, arcivescovo greco-cattolico (melchita) di Aleppo, non nasconde il turbamento all’agenzia Sir: «Provo un grande dolore».

Dopo il ritiro delle truppe statunitensi dalla Siria annunciato il 6 ottobre scorso – e che ha portato il presidente Donald Trump ad essere accusato, anche nel suo campo, di aver abbandonato i curdi – molti osservatori temevano che la Turchia avrebbe approfittato del campo libero. E in effetti tre giorni dopo sono iniziati intensi bombardamenti che hanno aperto la strada a un’offensiva di terra oltre il confine turco-siriano. Le operazioni si sono concentrate, per cominciare, nelle zone di Ras al-Ain e Tal Abyad, controllate dalle forze curde nella Siria nord-orientale.

L’operazione annunciata dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan è denominata Fonte di pace (sic!) e prende di mira innanzitutto le milizie curde delle Unità di protezione popolare (Ypg). La Turchia le considera un gruppo terroristico, a causa dei legami con il Partito dei lavoratori curdi (Pkk), l’organizzazione politica curda autonomista che agisce in territorio turco. Teoricamente le forze Ypg sono sostenute dai governi occidentali perché hanno guidato sul terreno la lotta contro gli jihadisti del sedicente Stato Islamico (Isis).

Una zona cuscinetto

Concretamente, Ankara intende creare una «zona di sicurezza», una sorta di cuscinetto profondo una quarantina di chilometri lungo circa 500 chilometri di confine tra Siria e Turchia. Quest’area «liberata» verrebbe destinata ad ospitare 2 milioni dei 3,6 milioni di rifugiati siriani in Turchia. E questo è il secondo obiettivo.

L’idea turca di creare una zona cuscinetto «ci preoccupa», afferma mons. Jean-Clément Jeanbart, perché creerebbe un Paese dentro un altro Paese». Senza contare il fatto che «quest’area è una delle regioni più ricche di risorse della Siria in acqua, petrolio, gas, campi fertili». L’intenzione di Erdoğan di «reinsediare circa due milioni di rifugiati siriani attualmente in Turchia in questa fascia di sicurezza rischia di provocare un terremoto demografico», ha aggiunto l’arcivescovo melchita. «I curdi saranno costretti a lasciare le loro terre e le loro case, creando le condizioni per continue tensioni interne. Penso che sia una cosa disumana». Per il prelato, «il rischio è ora quello di un vero massacro con molti morti innocenti. I curdi non si arrenderanno e combatteranno all’estremo. Spero che sia possibile riprendere il dialogo per trovare una soluzione pacifica, un compromesso che garantisca sicurezza a tutte le parti in gioco».

Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani (Osdh), il 10 ottobre 70mila persone hanno già lasciato città e villaggi per paura delle operazioni militari turche. Undici villaggi sono ormai nelle mani della Turchia e comincia l’incerta conta dei morti.

Il destino di oltre 40mila cristiani

Nella regione nord-orientale della Siria, controllata dai curdi, vivono circa 750mila persone. Tra queste, la maggioranza è di origine musulmana. In questa parte della Siria ci sono anche molti yazidi e oltre 40mila cristiani, secondo l’organizzazione americana In Defence of Christians, che sottolinea come 130mila cristiani vivessero in questa regione «prima dell’impatto dello Stato islamico e della crisi siriana». I cristiani (di lingua araba e armena) formano una forte minoranza. Sono siriaci cattolici o ortodossi siriaci, caldei e armeni (cattolici o apostolici).

Monsignor Jacques Behnan Hindo, presule siro-cattolico che dal 1996 al 2019 è stato arcivescovo dell’archeparchia di Hassaké-Nisibi, nella regione della Siria amministrata dai curdi ha confidato ad Aiuto alla Chiesa che soffre di temere un nuovo esodo di cristiani: «Dall’inizio della guerra in Siria, il 25 per cento dei cattolici di Qamishli (Siria nord-orientale – ndr) e il 50 per cento dei seguaci di Hassaké hanno lasciato il Paese, così come ha fatto il 50 per cento degli ortodossi. Temo un esodo simile, se non più grande».

«Ora basta»

Sulla scena regionale, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu s’è espresso contro l’invasione turca in Siria e ha messo in guardia dalla violenza contro il popolo curdo. «Israele è pronto a fornire aiuti umanitari al coraggioso popolo curdo», ha detto. L’Iran ha chiesto alla vicina Turchia una «cessazione immediata dell’offensiva».

La Francia ha chiesto una riunione d’urgenza del Consigli di sicurezza Onu mentre l’Unione Europea chiede con fermezza l’arresto delle operazioni turche, avvertendo che nessun aiuto economico europeo verrà destinato alla zona di sicurezza che i turchi stanno creando. Il Congresso degli Stati Uniti promette pesanti sanzioni, mentre l’Onu chiede che sia protetta la popolazione civile. Trump è tornato a farsi sentire ventilando la possibilità di una mediazione americana per ottenere un cessate-il-fuoco.

Mentre i mass media internazionali riferiscono di decine di migliaia di sfollati già in fuga dal teatro dei combattimenti, da Ginevra anche il Consiglio ecumenico delle Chiese chiede di far tacere le armi: «Il popolo siriano – ha osservato il pastore Olav Fykse Tveit, segretario generale dell’organizzazione – ha già patito troppo per questa guerra ci sono stati troppi spargimenti di sangue, devastazione ed evacuazioni forzate. Le Chiese del mondo intero chiedono che si metta fine a tutto questo, che si smetta di far soffrire la gente. Basta combattimenti, basta caos, basta morte. È tempo di pace, di tregua, di dialogo e di giustizia per le vittime delle atrocità perpetrate in tutti questi catastrofici anni di violenza».

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