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Frère Alois: il primo incontro di Taizé a Beirut

Elisabetta Giudrinetti
22 marzo 2019
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Frère Alois: il primo incontro di Taizé a Beirut
Frère Alois Löser, dal 2005 priore di Taizé

Inizia il 22 marzo a Beirut e durerà cinque giorni il primo incontro internazionale dei giovani promosso dalla comunità di Taizé. Frère Alois, priore della comunità ecumenica, racconta il significato dell'evento.


Sono attesi a Beirut oltre 1.600 giovani, di età compresa tra i 18 e i 35 anni, provenienti dal Libano, dall’area mediorientale e altri Paesi, per partecipare all’incontro internazionale ecumenico dei giovani organizzato dalla comunità di Taizé, dalle chiese del Libano e dal Concilio delle Chiese in Medio Oriente. L’incontro, che si svolge dal 22 al 26 marzo, prevede un programma ricco, con momenti di preghiera nelle parrocchie, incontri comuni sui testi biblici, la partecipazione a vari workshop sul tema generale, suggerito dal titolo: «Il giusto crescerà come un cedro del Libano» (Salmo 92, 12). A poche ore dall’inizio abbiamo incontrato frère Alois Löser, priore di Taizé.

Frère Alois, è la prima volta che in Medio Oriente si tiene un incontro ecumenico di Taizé dedicato ai giovani…
Sì, ed è una grande gioia. Molti giovani del Libano vengono a Taizé e abbiamo voluto rispondere a questo. Da molti anni, anche i fratelli vengono in Libano, lo stesso frère Roger è venuto nel 1982, durante la guerra. I legami con il Libano sono profondi e per noi è una gioia poter fare questo pellegrinaggio di fiducia con tutte le Chiese in Libano. Terremo un incontro con i musulmani il 25 marzo, festa dell’Annunciazione, celebrata sia dai cristiani che dai musulmani: questa festa è una specificità del Libano e così Maria costituisce un forte legame fra di noi.

Il 25 marzo, da qualche anno, in Libano è festa nazionale: una festa individuata, scelta nel nome di Maria. Un bel segno, segno di riconciliazione, per usare una parola cara allo spirito di Taizé.
È una speranza quella di poter vivere assieme. Non con la paura, ma con la fiducia, sapendo che possiamo accettare l’altro. Siamo diversi, ma possiamo incontrarci nella fiducia e questo incontro di Beirut è un pellegrinaggio di fiducia. Vogliamo vivere e creare la comunione tra noi. 

La parola fiducia è stata una parola molto amata da frère Roger, lasciata nel suo testamento spirituale per tutti i confratelli…
Molto amata. Tuttavia, questa fiducia deve nascere nel nostro cuore, sempre. La fiducia non è un’attività, è un’attitudine profonda che viene dalla fede, perché Dio ci dà fiducia. E la fiducia di Dio che ha dato Cristo all’umanità: questa deve essere per noi la sorgente della fiducia tra noi.

È difficile oggi avere fiducia?
Sì, perché oggi ci sono tante divisioni che stanno diventando sempre più profonde e tante paure. In Europa, abbiamo paura degli altri e dei migranti: dobbiamo superare questa paura, che è comprensibile, ma è un segno del tempo che stiamo vivendo, perché oggi abbiamo davanti la sfida globale della migrazione e dobbiamo essere aperti a questo, altrimenti non viviamo il Vangelo.

Cosa sogna il suo cuore per quest’incontro a Beirut?
L’ospitalità dei libanesi è molto grande, hanno un cuore aperto, e così i numerosi giovani che vengono dall’Europa potranno vivere questa ospitalità. Penso che cambierà i cuori. Lo stesso penso che accadrà a coloro che verranno dai Paesi arabi, dopo aver conosciuto l’ospitalità libanese.

È stato difficile preparare quest’incontro?
La cosa più difficile è stato immaginare che fosse possibile. Tuttavia, grazie al sostegno di tutte le Chiese libanesi e del Concilio delle Chiese del Medi Oriente, che hanno formato un gruppo di preparazione con grande slancio e lo hanno preparato, tutto ciò è stato possibile.

Qual è stata la risposta dell’Islam?
In Libano ci sono tanti legami tra il mondo cristiano e l’Islam e, credo, che potremo vivere una bella relazione. Lunedì 25, faremo una celebrazione comune nel nome di Maria. In Europa non riusciamo ancora a immaginare una preghiera comune con i musulmani, anche se alcune chiese in Francia stanno cominciano a farlo.

Da molti anni, Taizé rappresenta per i giovani un faro, un punto di riferimento, che da voi cercano e trovano la speranza. Qual è lo spirito di Taizé?
È stupendo che i giovani continuino a venire, da più di cinquant’anni, a Taizé. Noi vogliamo soprattutto ascoltare i giovani e i giovani vengono da noi per parlare. Ogni sera rimaniamo nella chiesa e i giovani possono venire e parlare con qualcuno. Crediamo che si debba creare una possibilità perché i giovani possano dire qualcosa del loro cuore, una sofferenza, una gioia, qualsiasi cosa che venga accolta. Ascoltare per accogliere e dare così fiducia, per andare avanti nella vita anche tra difficoltà. Oggi i giovani non possono pianificare il loro futuro, devono cambiare le loro prospettive e questo non aiuta a costruire la propria vita.

In questo bisogno di essere ascoltati è più facile trovare qualcuno a Taizé, più difficile è trovare qualcuno nella vita quotidiana che sappia e, soprattutto, che voglia ascoltare…
È importante che nella Chiesa vi siano persone – donne e uomini, non solo sacerdoti, ma anche laici – che siano formati all’ascolto, che possano essere disponibili ad accogliere e che abbiano tempo. Questa è una grande difficoltà della Chiesa di oggi, i sacerdoti non hanno tempo perché devono fare tante cose, ma questa disponibilità è importante ed è importante che possiamo trovarla nella Chiesa.

Un suo personale ricordo di frère Roger…
La sua bontà. La bontà unita ad una grande energia capace di credere che le cose sono possibili anche se noi abbiamo pensato che non lo siano. Una grande fiducia, attiva non passiva, di credere le cose possibili, di credere la riconciliazione possibile, il perdono senza condizione, che frère Roger ha dato e testimoniato con la sua presenza e con le sue parole e, non ultimo, con l’accoglienza verso noi fratelli e i giovani. Anche quando era anziano continuava a stare in chiesa la sera per accogliere i giovani e dare loro questa fiducia, che è il vero coraggio.

E questo è lo spirito di Taizé?
È lo spirito del Vangelo, non di Taizé. È lo spirito di Maria, che ha mostrato accoglienza e coraggio.

Questo incontro ecumenico dei giovani avviene a Beirut, una città complessa, capitale di un Paese che ha conosciuto nella sua storia momenti difficilissimi, tragedie, che l’hanno colpito nell’anima. Ma è giusto ricordare che la storia del Libano è una storia che parte da lontano: una storia di amore con Dio, che ha sempre avuto nel suo cuore questo lembo di terra, come la Bibbia ci insegna…
Giovanni Paolo II ha detto una frase molto bella: «Il Libano non è solo un Paese, il Libano è un messaggio». Ed è vero! I libanesi vivono assieme, nonostante le molte difficoltà, compresa la guerra che ha lasciato segni profondi, ma continuano a vivere insieme. E questo è un messaggio di speranza per il mondo. I giovani europei presenti all’incontro vedranno questo segno di speranza con la complessità che esiste. Non dobbiamo essere naif, perché la complessità c’è ed è dappertutto.

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