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Pellegrini o vagabondi?

fra Francesco Ielpo ofm
22 gennaio 2019
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Pellegrini o vagabondi?
Piero Casentini, Francesco e il pettirosso. Tecnica mista su tela (collezione privata)

Caratteristica del carisma francescano è l’itineranza, una libertà senza fardelli, vissuta in povertà. Non uno sterile vagabondare, ma un mettersi in cammino per servire il Signore.


Il 2019 appena iniziato è un anno importante per noi francescani: ricorrono, infatti, ottocento anni dal viaggio in Terra Santa dello stesso Francesco d’Assisi.

Più volte, anche prima della conversione, Francesco è stato pellegrino e l’Ordine da lui fondato verrà detto mendicante e la fraternità dei frati sarà chiamata ad «andare per il mondo». La vita monastica per secoli aveva trovato nella stabilitas loci («stabilità del luogo», cioè la permanenza nella struttura conventuale – ndr) un saldo pilastro della missione evangelizzatrice e civilizzatrice del continente europeo. Ora, Francesco e i suoi primi compagni sono continuamente in viaggio. Francesco si concepisce «pellegrino», sempre in cammino lungo la strada, con la missione di «andare per il mondo» servendo il Signore in letizia.

Da questo punto di vista il testo fondamentale è il capitolo 6 della Regola francescana: «I frati non si approprino di nulla, né casa, né luogo, né alcuna altra cosa. E come pellegrini e forestieri in questo mondo, servendo al Signore in povertà ed umiltà, vadano per l’elemosina con fiducia. Né devono vergognarsi, perché il Signore si è fatto povero per noi in questo mondo. Questa è la sublimità dell’altissima povertà quella che ha costituito voi, fratelli miei carissimi, eredi e re del regno dei cieli, vi ha fatto poveri di cose e ricchi di virtù. Questa sia la vostra parte di eredità, quella che conduce fino alla terra dei viventi. E, aderendo totalmente a questa povertà, fratelli carissimi, non vogliate possedere niente altro in perpetuo sotto il cielo, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo» (Regola di San Francesco VI, 1-6).

Per il santo d’Assisi il frate è itinerante, senza una stabile dimora, libero e senza fardelli sulle spalle.
Nel testo appena citato emergono le tre caratteristiche dell’itineranza francescana: l’esigenza della povertà radicale e di nessuna installazione; la missione di servire il Signore come «pellegrini e forestieri»; e infine la prospettiva futura: in cammino verso la «terra dei viventi».

Rispetto a tutta la tradizione benedettina ancorata stabilmente al monastero non c’è il rischio per i frati francescani (e per ogni cristiano) di diventare girovaghi per il mondo, sempre in viaggio e dispersi tra la gente? Ho capito la differenza tra un pellegrino e un vagabondo qualche anno fa, durante il cammino a piedi verso Santiago. Quell’esperienza ha cambiato molto la mia vita e mi ha fatto penetrare più in profondità il senso dell’esistenza e della mia stessa vocazione. Durante quel cammino ho capito fino in fondo perché la vita è pellegrinaggio. Il pellegrino si alza presto al mattino, si carica dello zaino e comincia a camminare verso una tappa intermedia comunque necessaria per giungere alla meta. Anche il vagabondo si alza presto al mattino, si carica del suo zaino e fa la stessa fatica del camminare. Solo che non ha una meta, la sua fatica è inutile e senza un senso. La differenza consiste nell’avere una meta certa e quindi una direzione, un senso.

Francesco può definire i suoi frati «pellegrini e forestieri» perché certo della meta, «la terra dei viventi », che dà senso a tutto l’esistere, al faticare e al gioire. E questo non vale solo per i francescani, ma per tutti gli uomini. Da sempre, infatti, il pellegrinaggio è metafora della vita e l’uomo definito come viator.

Non solo. L’insistenza sulla radicale povertà e il non appropriarsi di nulla è intrinsecamente connessa al viaggio e alla meta. Sempre nel mio pellegrinaggio a piedi verso la tomba dell’apostolo Giacomo ho iniziato il cammino con uno zaino di 11/12 chilogrammi. Dopo qualche giorno mi sono accorto di quanto, anche un solo chilo, potesse fare la differenza nel cammino.

Ho cercato disperatamente un ufficio postale per spedire a casa il bagaglio in eccesso. In quel momento ho dovuto scegliere che cosa lasciare nello zaino, di quali cose potevo alleggerirmi? E così ho capito che per fare quella scelta avevo bisogno di conoscere la via da percorrere e la meta da raggiungere.

Per il vagabondo, invece, tutto sarebbe risultato indispensabile. Solo se la vita è pellegrinaggio posso capire la povertà cristiana che non è disprezzo delle cose create, ma necessità di avere addosso solo il necessario per giungere alla meta.

Anche i monaci che vivono tutta la vita in un monastero sono pellegrini perché in cammino verso la Gerusalemme del Cielo al pari di ogni creatura. Viceversa, possiamo anche andare in Terra Santa ed essere vagabondi se non conosciamo la via né intravediamo la meta.

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