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Haifa, dopo le polemiche scompare McJesus

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18 gennaio 2019
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Haifa, dopo le polemiche scompare McJesus
Un'immagine di repertorio del Museo d'arte di Haifa, la terza città di Israele. (foto Talmoryair/Wikimedia Commons)

Molti cristiani di Terra Santa si sono sentiti offesi dalla rappresentazione satirica di un crocifisso esposto da alcuni mesi in un museo di Haifa, in Israele. Dopo polemiche e proteste l'opera viene oscurata.


(g.s.) – Il sindaco di Haifa, la signora Einat Kalisch-Rotem, ha assicurato ieri, 17 gennaio, che non sarà più tra le opere esposte al Museo d’arte cittadino il crocifisso con il volto e i colori di Ronald McDonald (il clown mascotte della catena di fast  food diffusa in tutto il mondo) al posto delle fattezze di Gesù.

L’opera McJesus, dell’artista finlandese Jani Leinonen, era appesa a una parete della sala intitolata Sacred Goods (Merci sacre) nell’ambito della mostra Shop It!, che mette a tema il consumismo esasperato capace di sovvertire le espressioni e i sentimenti più profondi dell’animo umano.

Nei giorni scorsi il crocifisso variopinto aveva suscitato le vivaci proteste dei cristiani della terza città di Israele – in grande maggioranza arabi greco-ortodossi e greco-cattolici (melkiti) – che si sono sentiti oltraggiati dall’uso disinvolto di uno dei simboli più cari del cristianesimo.

L’11 gennaio decine di manifestanti avevano inscenato proteste all’esterno del museo e una sassaiola aveva preso di mira, ferendone alcuni, i poliziotti dispiegati a tutela dell’ordine pubblico. Nella notte precedente un rudimentale ordigno incendiario era stato lanciato contro i muri esterni dell’edificio, secondo quanto riferiscono i media israeliani.

Una violenza dalla quale ha preso le distanze il clero, nel farsi interprete delle ragioni della protesta. I melkiti di Haifa sono in attesa della nomina del nuovo arcivescovo (mons. Georges Wadih Bacouni è stato trasferito a Beirut nel novembre scorso) e così la stampa ha raggiunto l’archimandrita Agapious Abu Sa’ada, il quale ha spiegato al quotidiano Haaretz che, pur comprendendo il messaggio critico che Leinonen ha voluto esprimere con il suo crocefisso, certe espressioni artistiche possono forse andare bene in Europa, ma cozzano con la sensibilità mediorientale nella sfera religiosa. La mostra include altre realizzazioni che irritano i cristiani perché distorcono immagini sacre.

Anche l’Assemblea degli Ordinari cattolici di Terra Santa si è espressa contro il carattere offensivo di simili opere e ha chiesto ai responsabili del museo di rimuoverle.

Resta il fatto che la mostra Shop It! è aperta dal 22 luglio 2018 (la chiusura è prevista per il 17 febbraio prossimo) e che le polemiche sono esplose solo a inizio 2019, facendo sì – tra l’altro – che l’immagine del contestato McJesus sia stata riproposta dai media raggiungendo così un pubblico ben più ampio di quello dei visitatori del museo di Haifa.

Sull’onda delle contestazioni si è anche appreso che l’autore dell’opera – impegnato sul fronte della critica al consumismo – aveva pensato il suo Ronald McDonald crocifisso per fruitori europei o comunque occidentali. Jani Leinonen aderisce al movimento internazionale che boicotta l’occupazione israeliana dei Territori palestinesi e perciò aveva chiesto che il suo lavoro – di cui non è più proprietario – non fosse esibito in un museo di Israele.

La controversia ha avuto l’epilogo annunciato dal sindaco di Haifa anche in seguito all’intervento del ministro israeliano della Cultura, Miri Regev, che ha chiesto alla direzione del museo di rimuovere l’opera offensiva per i cristiani. In caso contrario la Regev avrebbe messo in forse i futuri finanziamenti pubblici al museo. Contro un simile intervento, ritenuto censorio nei confronti della libertà di espressione, si sono sollevate varie voci nel Paese. La viceprocuratore generale Dina Zilber (carica equiparabile a quella di viceministro della Giustizia) ha inviato alla Regev una lettera ufficiale per stigmatizzare l’illegittimità del suo intervento a gamba tesa sulla libertà di impresa del museo. La Zilber ha annotato che un paio d’anni fa una mostra con reinterpretazioni di immagini religiose cristiane si svolse al Museo di Israele a Gerusalemme, senza che nessuna autorità avesse ritenuto di minacciare rappresaglie economiche su quell’istituzione culturale. Proprio perché, in un contesto pluralistico di stampo occidentale quale si considera Israele, non spetterebbe a ministri e politici mettere paletti all’arte e ai suoi fruitori.

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