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Guerra in Siria, i telegiornali italiani ne parlano male

Matteo Cionti
1 dicembre 2017
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Guerra in Siria, i telegiornali italiani ne parlano male

Telegiornali italiani e guerra in Siria: i civili interessano solo se diventano migranti. Bocciata da un rapporto di Cospe, Fnsi e Usigrai la copertura della tragedia siriana.


Il racconto dei telegiornali italiani sulla guerra in Siria è «incostante e parziale». Ad affermarlo è il primo Rapporto Illuminare le periferie. La finestra sul mondo: gli esteri nei telegiornali, che dedica una delle tre sezioni di cui è composta la ricerca al conflitto esploso nel 2011 nell’area mediorientale. L’inchiesta –  i cui esiti sono stati presentati in novembre da Cospe (un’onlus che si occupa di cooperazione per lo sviluppo dei Paesi emergenti) in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia, l’Unione sindacale dei giornalisti Rai (Usigrai) e la Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi, il sindacato unitario dei giornalisti) – evidenzia come la narrazione, soprattutto nel biennio 2012-2014, si sia concentrata quasi esclusivamente sulla cronaca di guerra, mentre le questioni legate alla tragedia umanitaria e alle condizioni dei civili sono rimaste relegate spesso sullo sfondo. Picchi di attenzione si registrano in occasione di rapimenti di nostri connazionali, come i sequestri dell’inviato del quotidiano La Stampa, Domenico Quirico, e del gesuita Paolo Dall’Oglio nel 2013 o quelli delle due cooperanti italiane Vanessa Marzullo e Greta Ramelli, rapite ad Aleppo nel 2014. L’interesse per il conflitto – che secondo alcune stime ha prodotto fino ad oggi oltre 500 mila morti – si declina quindi principalmente come copertura discontinua degli scontri e attenzione specifica in caso di coinvolgimento di italiani o di minaccia all’Occidente dovuta ad un’eventuale estensione dell’area di crisi.

Un’impennata significativa nei reportage dal teatro siriano nei nostri telegiornali si è avuta a partire dal 2016. Tra i mesi di giugno e dicembre infatti, in coincidenza con una delle fasi cruciali del conflitto, i tg aprono i servizi serali con resoconti sulla Siria. Pur rimanendo centrale il racconto degli eventi bellici, l’inchiesta mostra che accanto ad essi si sono affermati due elementi che interessano da vicino l’Italia: la nostra collocazione geopolitica rispetto alle due grandi potenze coinvolte (Stati Uniti e Russia) e i flussi migratori provenienti dall’area. A questo proposito il rapporto mostra che nel biennio 2015-2017 l’aumento delle notizie sulla crisi siriana è proporzionale all’aumento delle richieste di asilo: prossimità e impatto sulle nostre società sembrano dunque essere criteri primari, al pari degli altri già citati, nelle scelte editoriali. Nello stesso periodo anche la rotta balcanica torna a fare notizia con 912 servizi, dei quali in circa la metà dei casi è stabilita una connessione con le partenze dalla Siria, e in misura inferiore da Iraq e Afghanistan.

Nel corso del 2017 – con lo spostamento dell’attenzione mediatica verso la guerra allo Stato islamico nel fronte iracheno e la «normalizzazione» dei flussi migratori – la visibilità della Siria decresce in modo significativo. Nell’agosto di quest’anno, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur/Unhcr) annuncia che 500 mila profughi (allo scoppio del conflitto si contavano circa cinque milioni di persone costrette ad abbandonare il Paese) sono rientrati nelle loro città e nelle loro case. Ma è solo l’inizio: secondo lo stesso Acnur la Siria non può ancora essere considerato un Paese sicuro per i rimpatri.

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