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Vandali in azione nella chiesa di Santo Stefano a Beit Jemal

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22 settembre 2017
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Vandali in azione nella chiesa di Santo Stefano a Beit Jemal
Una foto della chiesa di Santo Stefano a Beit Gemal. Nei riquadri in rosso il dettaglio dei danni. (foto Nati Shohat/Flash90 e lpj.org)

La sera del 20 settembre la piccola chiesa ottocentesca custodita dai salesiani è stata teatro di atti vandalici. I sospetti cadono su esponenti dell'estremismo ebraico che di tanto in tanto torna alla carica.


(c.l./g.s.) – Vetrate rotte, una croce mutilata, una statua della Vergine fracassata e poi tovaglie da altare, pissidi e calici sparsi sul pavimento: la chiesa di Santo Stefano a Beit Gemal, in territorio israeliano ad ovest di Gerusalemme, è stata devastata nella serata di mercoledì 20 settembre. «Non si tratta solamente di vandalismo, ma anche di un atto contro il carattere sacro del luogo e la fede del popolo», ha dichiarato mons. Giacinto Boulos Marcuzzo, vicario per Gerusalemme e la Palestina del patriarcato latino.

Il vescovo si è recato sul posto giovedì mattina per constatare i danni alla chiesa, che risale all’Ottocento ed è custodita dai salesiani. Nelle vetrate policrome, con scene che illustrano la vita di Gesù e di alcuni santi, sono stati presi particolarmente di mira i volti dei personaggi, come accadeva alle immagini nell’Impero bizantino dei secoli Ottavo e Nono, nel pieno delle campagne iconoclaste.

L’incursione è avvenuta nei giorni in cui, in base ai loro rispettivi calendari, ebrei e musulmani celebrano contemporaneamente il proprio Capodanno. Un gesto di spregio che va contro la pacifica convivenza tra credenti. In proposito mons. Marcuzzo ha osservato che «la Terra Santa è un luogo che gode di una fede profonda e di una grande ricchezza culturale. Dobbiamo vivere insieme alla diversità delle fedi. È assolutamente necessario accettare gli altri, accettarsi reciprocamente nelle nostre diversità».

L’atto vandalico non è stato rivendicato, ma richiama quelli già messi a segno in passato da aderenti a movimenti del fanatismo ebraico, all’origine di attacchi come quello incendiario al santuario della Moltiplicazione dei pani e dei pesci a Tabgha nel giugno 2015.

La chiesa di Santo Stefano sorge su un terreno di proprietà dei salesiani non lontano da Beit Shemesh, 30 chilometri ad ovest di Gerusalemme. A Beit Gemal, tanto la casa salesiana quanto il convento delle suore della Famiglia monastica di Betlemme sono periodicamente presi di mira. Due anni fa sui muri esterni del monastero femminile apparvero graffiti blasfemi in ebraico. Nel marzo 2014 un attacco vandalico fu messo a segno al monastero di Deir Rafat, dove si trova il santuario di Nostra Signora di Palestina, anch’esso non lontano da Beit Shemesh: graffiti in ebraico, anticristiani e antiamericani, recavano la firma Tag mehir («Il prezzo da pagare»), nome di un gruppuscolo estremista ebraico.

Diversi gli oltraggi subiti dai salesiani a Beit Gemal. Il 27 settembre 1981 alcuni ignoti bruciarono e distrussero più di 30 croci in legno del piccolo cimitero. Otto anni fa un ordigno esplosivo fu piazzato sotto un trattore. Nel dicembre 2015 toccò ancora al cimitero subire danni: varie croci in legno e in cemento vennero danneggiate.

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