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Siria, la guerra che non passa

Giuseppe Caffulli
28 marzo 2017
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Siria, la guerra che non passa
In uno scatto del gennaio scorso, fra Ibrahim Alsabagh osserva i danni provocati dalla guerra in uno dei quartieri orientali di Aleppo. (foto: Parrocchia latina di Aleppo)

Da sei anni assistiamo alla tragedia siriana, accanto ai frati della Custodia rimasti nel Paese con il loro popolo. Testimoni degli orrori della guerra e presenza solidale.


Nel mese di marzo di sei anni fa, per la Siria si apriva una stagione tragica. Dopo le timide speranze suscitate dalle Primavere arabe (prima in Tunisia e poi in Egitto), il Paese venne attraversato da una serie di manifestazioni contro il governo del presidente Bashar al Assad. Ben presto però, la Siria è precipitata nel caos, preda di giochi strategici e di disegni geopolitici che hanno visto l’ingresso in campo, in maniera più o meno diretta, di Paesi vicini, potenze straniere e di forze islamiche combattenti che si riferiscono soprattutto al blocco sunnita. Unico lo scopo: quello di abbattere Assad (che gode  del sostegno popolare in larga parte del Paese) e di smembrare il Paese in varie aree d’influenza.

Oggi i dati di una guerra senza fine sono tragici. Nessuno sa bene quanti siano i morti: forse oltre 450 mila, di cui 100 mila sarebbero civili, 20 mila bambini e 10 mila donne. I profughi sono oggi quasi la metà della popolazione: 6 milioni e mezzo gli sfollati interni, altri cinque sparsi nei campi profughi tra Turchia (2 milioni e 700 mila), Iraq (230 mila), Libano (oltre 1 milione) e Giordania (660 mila).

In questo contesto, va segnalata la luce di speranza che ogni giorno testimoniano i frati minori della Custodia di Terra Santa, che hanno deciso di rimanere nel Paese nonostante tutto, rischiando in prima persona (ricordiamo i rapimenti di fra Hanna Jallouf e di fra Dhiya Aziz, ma anche la tragica morte ad opera dei jihadisti di un religioso ospitato in un convento della zona dell’Oronte, padre Francois Mourad).

Oltre a incoraggiare senza sosta la popolazione locale, i frati (in gran parte siriani, presenti a Damasco, Aleppo, Lattakia e nei villaggi dell’Oronte) sono al servizio dei più poveri, senza nessuna distinzione di credo. Equivicini ai bisognosi (e lontani dalle compromissioni politiche), oltre alla cura pastorale svolgono oggi tantissime attività assistenziali: distribuzione di pacchi alimentari e beni di prima necessità, la distribuzione di acqua da pozzi e di gasolio per elettricità e riscaldamento.

Vi sono poi interventi sanitari e approvvigionamento di medicinali, il sostegno alle strutture ospedaliere superstiti (specie ad Aleppo) e alle opere educative. Infine la ristrutturazione, ove possibile di ciò che è andato distrutto. Un sostegno importante all’opera dei frati minori della Custodia, arriva dalle varie Chiese sparse nel mondo, tramite donazioni e progetti. In questi anni anche l’Associazione pro Terra Sancta, l’ong della Custodia, si è adoperata per dare una mano ai frati francescani e alla popolazione locale, promuovendo raccolte fondi per progetti specifici.

Una testimonianza di quello che i frati (attualmente una dozzina) stanno facendo in Siria, ci arriva da fra Ibrahim Alsabagh, parroco della parrocchia latina di Aleppo. Il testo è stato pubblicato su Eco di Terrasanta di marzo-aprile: «Dopo i fatti di fine dicembre, con la riconquista di gran parte della città, la situazione è di fatto migliorata. Siamo contenti perché la maggior parte dei missili non cade più sulle nostre case; dall’altra parte però le nostre condizioni di vita lasciano il cuore lacerato dalla tristezza e dal dolore».

Tra le situazioni che il religioso racconta, particolarmente toccante la visita ai campi profughi che sono abitati dagli abitanti musulmani usciti da Aleppo est: «Migliaia e migliaia di famiglie che non hanno né una casa né cibo o acqua potabile. Da cristiani abbiamo cercato di “allargare” la nostra tenda. Insieme al vescovo mons. George Abu Khazen e al nunzio apostolico cardinal Mario Zenari, che è stato con noi per qualche giorno ad Aleppo, ci siamo recati a Jibrin dove ci sono i “campi terribili” con migliaia e migliaia di persone senza tetto. Siamo andati anche in altre zone, a Nano, per distribuire il necessario. Abbiamo distribuito tantissimi vestiti, piccole bombole di gas sia per il riscaldamento sia per cucinare».

La situazione dei bambini è particolarmente tragica: «Quello che abbiamo visto ci ha colpito profondamente: vedere quanti bambini ci sono, che non hanno le condizioni minime per una vita degna; ma anche tante donne abbandonate dai loro mariti che sono scappati perché fanno parte di al-Nusra, o che sono stati ammazzati o che sono fuggiti dalle proprie responsabilità di fronte ai loro bambini. Ho chiesto a un ragazzino di 8 anni quando aveva fatto la doccia l’ultima volta; lui mi ha guardato con gli occhi spalancati. E mi ha detto: “Veramente non ricordo. Da tanto, tantissimo tempo”. Ecco, sono i segnali di un grande bisogno, a livello igienico, ma anche a livello di educazione. Tantissimi bambini che ci hanno accolti salutandoci hanno bisogno di tutto; non hanno una scuola a disposizione per ricevere il minimo di educazione. Saranno i cittadini di domani e il nostro Paese sarà nelle loro mani. Insieme ai cristiani della nostra parrocchia sono stato felice di passare del tempo tra questi fratelli, per poter mostrare loro qualcosa dell’amore di Cristo».

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