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Gli archeologi in un campo di battaglia romano a Gerusalemme

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27 ottobre 2016
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Gli archeologi in un campo di battaglia romano a Gerusalemme
Uno scorcio dello scavo archeologico nel quartiere russo di Gerusalemme. Al suolo i proiettili di pietra usati dagli assedianti romani 2.000 anni fa. (foto Yoli Shwartz/IAA)

Alle spalle del Palazzo municipale di Gerusalemme gli archeologi hanno da poco rinvenuto i resti di un antico campo di battaglia: quello che consentì ai romani di prendere la città nel I secolo d.C.


(n.h.) – Ciò che resta di un campo di battaglia d’epoca romana e della breccia nella cinta muraria che difendeva Gerusalemme sul finire del periodo del secondo Tempio è tornato alla luce in questi ultimi mesi nel quartiere russo a ridosso del centro storico della Città Santa. La scoperta coincide con gli scavi archeologici preventivi effettuati nel quartiere russo, attiguo al Municipio di Gerusalemme, ove sorgerà il nuovo campus dell’Accademia di Belle Arti Bezalel.

Proprio questi scavi hanno portato alla luce i resti di una torre sporgente dalle antiche mura cittadine. Davanti alla facciata occidentale della torre c’erano anche decine di balestre e di pietre utilizzate come proiettili da fionda lanciate dai romani, anche grazie a catapulte, sulle guardie ebree posizionate sulla sommità della torre a difesa delle mura.

Secondo Rina Avner e Kfir Arbib, che dirigono il cantiere degli scavi, «siamo davanti alla testimonianza affascinante di un intenso bombardamento da parte delle armate romane al comando di Tito e ormai prossime alla conquista della città e alla distruzione del secondo Tempio. Prendendo di mira le sentinelle, l’attacco puntava a dare copertura alle forze romane che cercavano di avvicinarsi ai piedi delle mura con gli arieti per vincere la resistenze dei difensori della città». Lo storico Flavio Giuseppe, testimone oculare di quegli eventi bellici, nelle sue opere fornì molti dettagli sulla terza cinta di mura. Racconta che era state concepite per proteggere il nuovo quartiere della città che s’era sviluppato oltre i limiti settentrionali del perimetro murario già esistente. La costruzione della terza muraglia era stata voluta da Erode Agrippa I (10 a. C. – 44 d. C., re di Giudea, assoggettato a Roma – ndr). Fu lo stesso sovrano a farne sospendere il cantiere (aperto nel 41 e chiuso nel 44) per non suscitare la collera dell’imperatore Claudio e dissipare ogni dubbio sulla propria lealtà. I lavori furono ripresi una ventina d’anni più tardi dai difensori di Gerusalemme che avevano l’esigenza di fortificare la città in vista di quella che sarebbe stata la Grande rivolta giudaica contro gli occupanti romani.

«Qui – spiega l’archeologa Avner – abbiamo modo di osservare una porzione di muro enorme, di oltre un metro e novanta di larghezza. Non è tutto: ci sono anche le testimonianze della battaglia ingaggiata in questo luogo. Parliamo di oltre 70 proiettili in pietra rinvenuti ai piedi del muro. Sono gli eventi di cui Flavio Giuseppe (nella sua opera Guerra giudaica – ndr) riferisce nei minimi dettagli». «Ho la pelle d’oca – prosegue la Avner – al pensiero di quanto è accaduto qui. I proiettili rinvenuti non lasciano dubbi: qui si è combattuto in epoca romana e qui si aprì la breccia nella terza cerchia muraria che consentì ai romani di penetrare in città».

Flavio Giuseppe descrive nel dettaglio il tracciato del muro che partiva dalla torre di Ippico, ora identificata con la Cittadella di David (nei pressi della Porta di Jaffa). A partire da lì la muraglia si estendeva oltre la torre Psefino, che difendeva l’angolo nord-occidentale della città. Di là il muro scendeva verso la tomba della regina Elena, oggi nota come Tomba dei re e sita a Gerusalemme Est.

Dall’inizio del Ventesimo secolo ad oggi gli studiosi hanno dibattuto, senza trovare un accordo, sul reale tracciato del terzo muro di Gerusalemme e sui confini della città alla vigilia dell’assedio romano ai comandi di Tito. Questi ultimi scavi nel quartiere russo proverebbero che il muro giungeva fin qui.

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