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De Foucauld in Dio nascosto a Nazaret

Cristina Uguccioni
20 giugno 2016
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De Foucauld in Dio nascosto a Nazaret

Due pregi ha questo libro: aiuta a conoscere la figura del beato Charles de Foucauld, a cent'anni dalla sua morte; illlumina l’originalità della sua felice intuizione del “mistero di Nazaret”.


Questo volume ha il duplice pregio di aiutare a conoscere la figura del beato Charles de Foucauld, di cui quest’anno la Chiesa celebra il centenario della morte (Tamanrasett, 1 dicembre 1916) e comprendere l’originalità della sua felice intuizione del “mistero di Nazaret”.

Queste pagine raccolgono una selezione di scritti – lettere, meditazioni sulla Sacra Scrittura, preghiere, riflessioni sulla vita cristiana – redatti da fratel Charles durante la permanenza a Nazaret, dal 1897 al 1900, quando visse presso il monastero delle Clarisse. Dopo aver constatato che «nessuna Congregazione della Chiesa dà oggi la possibilità di condurre con Lui [Gesù] questa vita che Egli ha condotto in questo mondo», de Foucauld aveva infatti deciso di stabilirsi qui, dove Gesù visse per un tempo lunghissimo (trent’anni!), in questo «villaggetto perduto, nascosto tra le montagne, da cui si diceva che nulla poteva uscire di buono».

Come scrisse in una lettera, il suo scopo era «condurre quanto più esattamente possibile la stessa vita di Nostro Signore, vivendo unicamente del lavoro delle mani, senza accettare nessun dono spontaneo né alcuna questua, e seguendo alla lettera tutti i suoi consigli, non possedendo niente, privandosi del più possibile, anzitutto per essere più conforme a Nostro Signore, e poi – ed è pressoché altrettanto importante – per darGli il più possibile nella persona dei poveri. Aggiungere a questo lavoro molte preghiere».

A giudizio di papa Francesco, «Charles de Foucauld, forse come pochi altri, ha intuito la portata della spiritualità che emana da Nazaret». Nazaret «non è il ‘prologo’ della vita pubblica, il semplice momento ‘preparatorio’ della missione», scrive il teologo Pierangelo Sequeri: «Nazaret è la vita di Gesù, non semplicemente la sua prefazione. È la missione redentrice in atto, non la sua mera condizione storica. Nazaret è il lavoro, la contiguità, la prossimità domestica del Figlio che si nutre per lunghissimi anni di ciò che sta a cuore all’abbà-Dio».

Per de Foucauld vivere a Nazaret non è una fuga dal mondo, né una forma di ascetismo come migliore e narcisistica ricerca di sé (cercare sé/realizzare sé/amare sé è diventato uno degli idoli della contemporaneità), è la condivisione radicale dei luoghi (oscuri, comuni) dell’esistenza in vista della persuasività dell’amore di Dio.

Le pagine di questo volume ci consegnano i tratti fini dell’anima di fratel Charles, il suo limpido attaccamento al Beneamato Gesù («fare tutto ciò che posso pensare Egli facesse, non fare nulla di quanto posso ritenere non facesse»), la sua familiarità con la Parola di Dio, la sua sollecitudine generosa per l’umanità degli uomini e delle donne che incontra, secondo la volontà del Signore. Con semplicità carica di affetto e spirito di obbedienza de Foucauld parla e scrive a Gesù. A proposito della speranza, ad esempio, annota: «La speranza viene rappresentata come un’ancora: sì, un’ancora solida! Per quanto io sia cattivo, per quanto io sia un grande peccatore, devo comunque sperare che andrò in cielo: ciò significa che tu mi impedisci di disperare… Per quanto io sia ingrato, tiepido, vigliacco; nonostante gli abusi nei confronti della tua grazia, mio Dio, tu mi imponi di sperare di poter vivere eternamente ai tuoi piedi in amore e santità! Mi impedisci di scoraggiarmi alla vista delle mie miserie… Mi proibisci di dire a me stesso, vedendo i miei peccati continuamente ripetuti, di cui ogni giorno ti chiedo perdono e nei quali ricado continuamente, “non potrò mai correggermi: la santità non è fatta per me; cosa c’è di comune tra me e il cielo? Sono troppo indegno per entrarvi”… Tu vuoi che io speri nonostante tutto, che io speri sempre di avere abbastanza grazie per convertirmi e giungere alla gloria… Il cielo e io, la sua perfezione e la mia miseria, cosa c’è di comune tra i due? C’è il tuo cuore, Signore Gesù, il tuo cuore che lega queste due cose dissimili… Io devo sempre sperare perché è un tuo ordine, perché devo sempre credere nel tuo amore di cui mi hai dato prova… posso sempre sperare in esso, contare sempre su di esso».

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