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«Basta sanzioni alla Siria!», una petizione

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18 maggio 2016
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«Basta sanzioni alla Siria!», una petizione
In questa foro d'archivio profughi siriani in un campo di raccolta in prossimità della frontiera turca. (foto: Thomas Koch/Shutterstock.com)

Il 16 maggio scorso è stata lanciata dal Comitato italiano contro le sanzioni alla Siria una raccolta firme per chiedere la fine dell’embargo al Paese. Tra i primi firmatari alcuni ecclesiastici.


(c.g.) – «In questi cinque anni le sanzioni alla Siria hanno contribuito a distruggere la società siriana condannandola alla fame, alle epidemie, alla miseria, favorendo l’attivismo delle milizie combattenti integraliste e terroriste che oggi colpiscono anche in Europa (…). Così ci rivolgiamo ai parlamentari e ai sindaci di ogni Paese affinché l’iniquità delle sanzioni alla Siria sia resa nota ai cittadini dell’Unione Europea (oggi assolutamente ignari) e diventi, finalmente, oggetto di un serio dibattito e di conseguenti deliberazioni».

Il 16 maggio è stata lanciata dal Comitato italiano contro le sanzioni alla Siria una raccolta firme per chiedere alla comunità internazionale la fine dell’embargo al Paese. Tra i primi firmatari di questa campagna vi sono alcune personalità della Chiesa in Siria e in Medio Oriente: dal Custode di Terra Santa, fra Pierbattista Pizzaballa, a mons. Georges Abou Khazen, vicario apostolico dei Latini ad Aleppo; da mons. Boutros Marayati, vescovo armeno di Aleppo, a mons. Joseph Tobji e monsignor Jean-Clément Jeanbart, rispettivamente arcivescovo maronita e arcivescovo melchita della città siriana.

«La situazione in Siria è disperata – continua l’appello –. Carenza di generi alimentari, disoccupazione generalizzata, impossibilità di cure mediche, razionamento di acqua potabile, di elettricità. Non solo, l’embargo rende anche impossibile per i siriani stabilitisi all’estero già prima della guerra di spedire denaro ai loro parenti o familiari rimasti in patria. Anche le organizzazioni non governative impegnate in programmi di assistenza sono impossibilitate a spedire denaro ai loro operatori in Siria. Aziende, centrali elettriche, acquedotti, reparti ospedalieri sono costretti a chiudere per l’impossibilità di procurarsi un qualche pezzo di ricambio o benzina. Oggi i siriani vedono la possibilità di un futuro vivibile per le loro famiglie solo scappando dalla loro terra. Ma, come si vede, anche questa soluzione incontra non poche difficoltà e causa accese controversie all’interno dell’Unione Europea. Né può essere la fuga l’unica soluzione che la comunità internazionale sa proporre a questa povera gente. Così sosteniamo tutte le iniziative umanitarie e di pace che la comunità internazionale sta attuando, in particolare attraverso i difficili negoziati di Ginevra, ma in attesa e nella speranza che tali attese trovino concreta risposta, dopo tante amare delusioni, chiediamo che le sanzioni che toccano la vita quotidiana di ogni siriano siano immediatamente tolte».

Le «amare delusioni» a cui si riferiscono i vescovi sono i deludenti risultati dei colloqui di pace di Ginevra e di Vienna. I negoziati sotto l’egida delle Nazioni Unite, Ginevra III (così chiamati dopo il fallimento di altre due sessioni di colloqui per la pace in Siria, nella stessa città svizzera) hanno come protagonisti il governo siriano e una parte dell’opposizione al regime. Iniziati il primo febbraio scorso, si sono interrotti già il 3 dello stesso mese. Riconvocati a più riprese nei mesi successivi non sono mai decollati e a nulla sembra valere la pazienza dell’inviato dell’Onu Staffan De Mistura. I colloqui di Vienna, invece, si svolgono a partire dal 14 novembre 2015 nella capitale austriaca e coinvolgono il cosiddetto Gruppo internazionale di supporto alla Siria (Issg), che comprende una ventina di potenze e istituzioni mondiali (a partire da Usa e Russia, passando per Iran e Arabia Saudita, Unione Europea e Nazioni Unite). Anche il cessate il fuoco imposto ai contendenti a febbraio dall’Issg ha purtroppo dimostrato alla lunga di non reggere.

«L’attesa della sospirata pace non può essere disgiunta da una concreta sollecitudine per quanti oggi soffrono a causa di un embargo il cui peso ricade su un intero popolo», conclude l’appello aperto alla sottoscrizione di tutti.

Chi volesse firmare, può farlo sulla piattaforma Change.org

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