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Il card. Filoni: L’Iraq ha bisogno di un mutamento di cultura

Laura Silvia Battaglia
13 febbraio 2016
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Il card. Filoni: L’Iraq ha bisogno di un mutamento di cultura
Il cardinale Fernando Filoni.

«A dirla tutta, la problematica delle minoranze, non solo cristiane, in Iraq è una questione culturale, più che politica, più che costituzionale». Il cardinale Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, lo dice con chiarezza a Terrasanta.net, a margine di un incontro all’Università Cattolica di Milano l'11 febbraio scorso.


«A dirla tutta, la problematica delle minoranze, non solo cristiane, in Iraq è una questione culturale, più che politica, più che costituzionale». Il cardinale Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, lo dice con chiarezza a Terrasanta.net, a margine di un incontro all’Università Cattolica di Milano sul tema «Cristiani in Iraq, tra passato e presente». L’incontro, al quale hanno partecipato l’11 febbraio anche il senatore Pierferdinando Casini, presidente della Commissione Affari Esteri del Senato, il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana e i professori Agostino Giovagnoli e Elisa Giunipero, ha avuto come occasione la presentazione del libro La Chiesa in Iraq. Storia, sviluppo e missione, dagli inizi ai nostri giorni, scritto dal cardinale e pubblicato da Libreria Editrice Vaticana.

Ne La Chiesa in Iraq, Filoni, che è stato nunzio a Baghdad durante la guerra, dal 2003 in poi, definisce il Paese «un impero collassato nel quale sono convissute per secoli nazionalità, tribù e religioni diverse». Infatti, le notizie che arrivano da Baghdad, anche le più recenti, non sono mai delle migliori. Nei giorni scorsi il patriarca caldeo Louis Raphael I Sako ha denunciato un fenomeno a cui si sta assistendo da alcuni mesi nella capitale e che, finora, era rimasto sottaciuto dai media ed era confermato solo da rumors in città e dalle testimonianze della comunità cristiana a Baghdad: alcune proprietà cristiane sono state confiscate a Baghdad dalle milizie iraniane presenti nella capitale, e la denuncia è stata portata in Parlamento dai rappresentanti della minoranza cristiano-assira.

Sono sufficienti le denunce in sede parlamentare, per queste e per altre minacce perpetrate da diversi attori locali contro le minoranze religiose?
Non è questione di avere un parlamentare in più o in meno in assemblea che rappresenti una o più minoranze. Ci vuole un cambiamento di tipo culturale e mentale di tutta la società irachena. Se manca una visione culturale diversa di ciò che lo Stato vuole essere e/o potrebbe essere, anche un parlamentare in più o in meno non cambia la sostanza delle cose.

ll patriarca Sako in un’intervista al quotidiano in lingua araba al-Hayat ha dichiarato che le milizie iraniane in Baghdad hanno cercato di confiscare le proprietà dei cristiani con la scusa che esse non sono halal (permesse) secondo l’Islam.
Per questo dico quel che ho detto. È necessario andare alla radice, non della tolleranza perché non è questione di «tolleranza», ma piuttosto dei diritti che ciascuna persona ha di essere cittadino di questo Paese. Un Paese che ha una Costituzione che pretende di mettere tutti i cittadini sullo stesso piano ma, di fatto, non lo consente. E il patriarca Sako si è fatto voce di questi aspetti politico-sociali, essendo una personalità di rilievo, forse attualmente la più rappresentativa del mondo cristiano in Iraq.

Sono anni, infatti, che la società civile irachena, le associazioni, ogni minoranza religiosa e i rappresentati in parlamento si battono affinché venga rispettato l’articolo 14 della Costituzione che sancisce l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge senza alcuna discriminazione di tipo razziale o religioso. Mentre buona parte della Carta costituzionale irachena viene applicata, ed è stata concepita, in modo piuttosto settario.
C’è un primo livello del problema, di tipo costituzionale, perché i cristiani rivendicano come cittadini di avere tutti i diritti oltre che i doveri necessari, esattamente come tutti gli altri cittadini, al di là della propria professione di fede, siano essi cristiani, musulmani sunniti, sabei, yazidi. È necessario rivendicare il proprio ruolo di cittadino iracheno in pieno diritto costituzionale, non solo come nativo, ma anche come profugo, ad esempio.

Il numero dei profughi interni è in aumento esponenziale…
I profughi interni non sono solo cristiani, infatti, ma anche musulmani, musulmani sunniti, e di altre minoranze religiose. La situazione nel Paese è complessa ed è ad alto rischio. Perché è evidente che senza la pace, in Iraq, non ci può essere futuro per tutte queste popolazioni, proprio perché cacciate dai propri villaggi che hanno abitato per secoli, nonostante fossero già in pochi superstiti a causa di guerre precedenti, dell’urbanizzazione, di altre migrazioni.

Quali le soluzioni possibili? Dentro la società irachena, soprattutto tra i giovani, esistono associazioni che spingono per progetti di pace e per un’effettiva applicazione dell’articolo 14 sulla cittadinanza.
Incentivare con progetti, finanziare e sostenere queste iniziative è necessario. Non smettere di rendere noto quel che accade in Iraq dal 2003 ad oggi ai cristiani e ad altre minoranze è vitale per questo mosaico di comunità che hanno coesistito per secoli nella terra di Abramo.

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