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Bagnasco. La fede contro la paura

Giuseppe Caffulli
19 novembre 2015
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Bagnasco. La fede contro la paura
Il card. Angelo Bagnasco nell'edicola del Santo Sepolcro, a Gerusalemme, durante il recente viaggio dei membri del Ccee. (foto Cmc/N. Halloun)

Il presidente dei vescovi italiani racconta il suo recente viaggio in Terra Santa, ove si è parlato di migrazioni verso l’Europa, urgenza della pace in Medio Oriente, difesa della famiglia, incontro con le comunità cristiane locali.


L’assemblea plenaria del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee) s’è riunita per la prima volta fuori dai confini continentali dall’11 al 16 settembre scorso, accettando l’invito del patriarca latino di Gerusalemme a riunirsi in Terra Santa anche per «incoraggiare i pellegrinaggi nella terra di Gesù per rinnovare la fede e sostenere i cristiani di questi luoghi». I lavori si sono aperti a Corazin, nella Domus Galilaeae, il centro di formazione dei neocatecumenali, nei pressi del lago di Tiberiade. Per oltre due giorni, i presidenti degli episcopati nazionali europei – 45 i Paesi rappresentati – hanno discusso e pregato (visitando Nazaret, Cafarnao, Magdala e poi Gerusalemme e Betlemme) sulle nuove sfide che le Chiese del vecchio continente hanno di fronte. Ma, come hanno spiegato gli stessi protagonisti, si è trattato anche di un pellegrinaggio alle sorgenti della fede e di un viaggio per testimoniare «vicinanza» alle comunità cristiane del martoriato Medio Oriente.

All’assemblea plenaria ha partecipato anche il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana. Gli abbiamo chiesto di aiutarci a comprendere l’importanza di questa visita nel contesto attuale della Terra Santa.

Eminenza, con quali sentimenti ha vissuto questo viaggio?
Ho partecipato all’Assemblea con sentimenti di trepidazione e di speranza. E lo dico senza retorica, essendo quotidianamente partecipe delle delicate vicende che accompagnano la vita di molti Paesi del Medio Oriente. Del resto, l’atteggiamento con cui i vescovi si sono dati appuntamento nella Terra di Gesù dovrebbe essere chiaro sin dal messaggio che è stato promulgato all’indomani dell’Assemblea: siamo convenuti lì «per imparare, per incontrare la fede dei fratelli e per rinforzare i legami della comunione tra di noi». Nella cornice del prossimo Giubileo, tempo di conversione spirituale e di nuovo slancio missionario, abbiamo voluto metterci alla scuola della misericordia, per farcene testimoni insieme alle comunità che abitano quella terra benedetta da Dio.

Scegliendo la Terra Santa, i presidenti delle conferenze episcopali d’Europa hanno voluto compiere un pellegrinaggio alle radici dell’Europa. Crede che l’Assemblea possa essere l’occasione per rilanciare a livello di Chiese d’Europa l’impegno a sostenere i cristiani di Terra Santa?
Penso di sì. E stata l’occasione per ricordarci del dovere di non abbandonare la terra di Cristo. L’Assemblea plenaria ha voluto esprimere la propria vicinanza alle comunità della Terra Santa, ribadendo come esse contribuiscano in modo del tutto speciale alla costruzione della pace, all’intesa e allo sviluppo della cultura del perdono, senza la quale ogni progetto di coesione sociale è mera utopia. Nel crogiolo di identità che le caratterizzano, le comunità cristiane mediorientali rappresentano l’icona di un’urgenza attualissima: quella di accogliere una diversità riconciliata e di custodire quel rispetto – sempre reciproco – che è fondamento senza il quale ogni altro diritto diviene fragile e contestabile.
Possiamo dunque imparare da questi fratelli, ma essi – non dimentichiamolo – hanno anche bisogno di noi. Non deve passare inosservato lo stato di prostrazione in cui a volte versano: la loro fede, duramente provata dalla mancanza di stabilità e di sicurezza, deve trovare concreto sostegno non solo nella nostra preghiera e nel nostro affettuoso ricordo, ma anche nell’aiuto materiale che la generosità e la disponibilità di ciascuno potrà e vorrà partecipare.

Lei ha ricordato come in Israele e in Palestina siano molteplici le prove che i fedeli locali devono affrontare, non ultima la serie di attentati contro chiese e istituzioni generata da un crescente odio anti-cristiano…
Ai nostri fratelli in Cristo va senz’altro la nostra preghiera, la nostra fraterna vicinanza e anche la nostra ammirazione per l’eroica testimonianza che danno della loro fede, anche a costo della vita. Il sangue dei martiri – scriveva Tertulliano – è seme di nuovi cristiani. Ma c’è senz’altro una tentazione a cui non dobbiamo soccombere: quella di coltivare nel cuore il rancore, o quantomeno la diffidenza, verso i nostri stessi persecutori. Per spezzare la spirale della violenza, alimentata dall’odio e dalle ritorsioni che esso induce, occorre sguainare l’unica arma che la nostra fede raccomanda: quella della mitezza, espressione del perdono che salva.

Il pensiero va dunque anche ai cristiani che patiscono persecuzioni e martirio a causa della fede, in Siria, Iraq e in vari Paesi del bacino mediorientale. Cosa si sente di dire a questi fratelli provati?
Che non sono soli. È viva convinzione dei vescovi che se c’è un’urgenza imprescindibile è proprio quella di ridestare la consapevolezza delle Chiese d’Europa per la difficile situazione vissuta da questi fratelli. È possibile e giusto alleviare le loro sofferenze, ma ciò sarà attuabile nella misura in cui il loro problema non sarà relegato entro i confini delle terre da loro abitate. Gli scenari geopolitici odierni ci mostrano infatti quanto siano interdipendenti su scala planetaria i fenomeni sociali di cui siamo quotidianamente informati dai notiziari.
A questa considerazione di ordine sociologico dobbiamo aggiungerne un’altra più strettamente spirituale: per la comunione universale di tutti i membri della Chiesa, non vi è una sola comunità – neanche la più remota sulla faccia della Terra – che non sia raggiunta dallo sguardo misericordioso del Padre. Questo rende il dovere della solidarietà qualcosa di più di un obbligo formale: è un onere di consanguineità, un vincolo sacro e inviolabile di ciascun membro verso gli altri e di tutti verso l’unico corpo.

E questo introduce un tema affine. L’Assemblea dei presidenti delle Conferenze episcopali europee si è ritrovata in Terra Santa alla vigilia del Sinodo sulla famiglia. Quale insegnamento deve venire alle nostre famiglie dalla testimonianza dei cristiani di Terra Santa e dall’esempio della Famiglia di Nazaret?
Alla famiglia l’Assemblea plenaria ha dedicato particolare attenzione. Sono stati tenuti incontri con le famiglie locali e io stesso ho presieduto in tal senso una veglia di preghiera a Nazaret, presso la basilica dell’Annunciazione. In generale, l’Assemblea si è trovata concorde nel ribadire la bellezza umana e cristiana della famiglia, nonché la sua universale realtà, espressa nell’unione di un uomo e una donna, aperti alla vita.
Ne siamo certi: la preghiera della comunità di Terra Santa si leverà con deciso entusiasmo nei giorni del Sinodo. Se da un lato molta preoccupazione desta l’ideologia del «pensiero unico», che minaccia l’autonomia genitoriale nell’educazione dei figli e inculca con molti mezzi antropologie contrarie a un’autentica valorizzazione della persona umana, dall’altro il segno luminoso della Famiglia di Nazaret non smette di essere un riferimento costante per la Chiesa intera: in essa è sorto il sole che illumina ogni uomo, Cristo Signore, che proprio a Nazaret visse i suoi primi anni tra noi.

Da quella sponda del Mediterraneo è impossibile non gettare uno sguardo alla tragedia dell’immigrazione, fenomeno da cui neppure Paesi come Israele, il Libano e la Giordania sono immuni. Quale il ruolo e quali le responsabilità che dovrebbero vedere in prima linea l’Europa cristiana?
Il primo spettro da bandire è senza dubbio quello dell’indifferenza. I vescovi europei hanno espresso con chiarezza la loro perfetta comunione con il Papa sul tema: l’accoglienza è una necessità inderogabile, ed essa interpella tutti, a tutti i livelli: dalle istituzioni ai nuclei familiari. Non si tratta solo di far fronte all’emergenza attuale, ma anche di intervenire alle sue radici, per creare condizioni di integrazione sostenibili e rispettose di un autentico incontro tra culture.
Quello a cui stiamo assistendo è un esodo complesso, la cui durata è da inquadrare senz’altro sul medio e lungo termine. Tutti i soggetti in gioco sono chiamati a dare una risposta tempestiva e coerente, e la comunità cristiana non mancherà di fare la sua parte. Sebbene non sia diretta competenza dei vescovi dare indicazioni alle autorità civili preposte a fronteggiare in prima istanza questo fenomeno, faremo tutto il possibile per rivolgere appelli ai responsabili delle istituzioni comunitarie. Occorre senz’altro procedere con quella generosità che mai dev’essere disgiunta da un’intelligente prudenza, la stessa che può fare la differenza tra un assistenzialismo estemporaneo, per giunta poco rispettoso della dignità di chi ha bisogno, e un intervento efficace a lungo raggio. Riteniamo che risposte convincenti e incisive dovranno giungere in tal senso anche dall’Onu, e questo non solo in vista di un maggior coordinamento nella gestione del flusso migratorio, ma anche – a monte – in ordine a un arginamento della violenza già negli stessi Paesi di provenienza dei migranti. Il problema, come si è visto, è diffuso su larga scala e dev’essere senz’altro affrontato con un occhio all’intero panorama internazionale.

Nonostante la situazione del Medio Oriente, che desta grande preoccupazione, in Israele e in Palestina la sicurezza nei santuari e nei luoghi meta di pellegrinaggio è assolutamente garantita: lo ribadiscono i vescovi e le autorità locali. È pensabile lanciare un appello a tutte le comunità diocesane e parrocchiali, perché i fedeli tornino con piena fiducia a visitare in preghiera la terra di Cristo?
Nel messaggio dello scorso settembre, l’Assemblea plenaria del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa ha inteso esprimere proprio questo incoraggiamento: è nostro vivo auspicio che i pellegrini tornino nella Terra Santa per rinnovare la propria fede e sostenere i cristiani di questi luoghi. Le rotte toccate dai pellegrinaggi sono al sicuro dalle minacce cui i notiziari danno oggi risalto. Pensiamo che il fatto stesso di ribadirlo sia, tra l’altro, un dovere di carità verso quelle comunità, che vivono sostanzialmente di accoglienza. Mostriamo loro che la fede, quella autentica, sconfigge ogni paura e produce ad ogni latitudine frutti di benevolenza e solidarietà.

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