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I montecchi sunniti, i capuleti alawiti: Romeo e Giulietta in Libano

Carlo Giorgi
10 settembre 2015
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I montecchi sunniti, i capuleti alawiti: <i>Romeo e Giulietta</i> in Libano
Applausi a fine spettacolo per i ragazzi di March.

Una ong libanese che lavora per il dialogo e la convivenza civile ha prodotto l'opera teatrale «Amore e guerra sul tetto, una storia tripolitana».


Se William Shakespeare fosse vissuto oggi, avrebbe ambientato Romeo e Giulietta non a Verona ma a Tripoli, in Libano. La pensano così quelli di March, una ong libanese che lavora per il dialogo e la convivenza civile e che ha prodotto l’opera teatrale Amore e guerra sul tetto, una storia tripolitana. La storia è presto detta: Ali, un giovane del quartiere di Jabal Mohsen, dominato dagli alawiti, si innamora di Aisha, una ragazza sunnita di Bab al-Tabbaneh. E, come per il classico Romeo e Giulietta, le famiglie e la società ostacolano tragicamente l’amore puro dei due amanti. Il caso di Tripoli calza a pennello: qui convivono una maggioranza sunnita (circa l’80 per cento della popolazione) e una combattiva minoranza alawita. Numericamente, tra l’altro, il rapporto tra sunniti e alawiti è lo stesso che troviamo nella vicina Siria. Così, fatalmente, le tensioni che si generano a Damasco hanno sempre un’eco anche a Tripoli. Quando, nel 2011, in Siria si è scatenata la guerra civile, di riflesso sono scoppiati scontri tra le comunità dei sunniti e degli alawiti della città libanese.

L’opera teatrale ideata da March nasce dalla scommessa che, oltre all’odio, sia possibile anche l’amore. Gli attori, scelti dal regista di origini cristiane Loucien Bourjeily, sono 13 ragazzi e ragazze dai 16 ai 29 anni. Alcuni di loro arrivano dal quartiere di Jabal Mohsen, dominato dalla minoranza alawita; altri dal quartiere di Bab al-Tabbaneh, dove governa la maggioranza sunnita. Tra loro c’è chi ha fatto parte di milizie armate. La compagnia «mista» si è costituita in un momento di tregua degli scontri tra le due fazioni, nel 2014. «All’inizio mi ero rifiutato di partecipare perché c’erano quelli di Bab al-Tabbaneh – racconta Ammoun, uno degli attori –. Ma, lavorando insieme, mi sono reso contro che non sono diversi da me». «Il momento più bello è stato quando a Tripoli – racconta un altro attore – in sala, l’uno accanto all’altro, c’erano i nostri concittadini, alawiti e sunniti».

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