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Israeliani e Shoah, nuove prospettive

Elena Lea Bartolini De Angeli
20 marzo 2015
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Lo scorso novembre a Ra’anana, città israeliana a nord di Tel Aviv, per la prima volta il Comitato per la Foresta dei Giusti (Gariwo) è intervenuto in un convegno alla Open University con lo scopo di discutere di Shoah e del genocidio in Ruanda. Fra i relatori il professore Yehuda Bauer, un vero innovatore in materia, che ha voluto attuare una rivoluzione semantica preferendo l’uso dell’espressione «atrocità di massa» piuttosto che il termine «genocidio», in quanto relativo solo ai crimini di carattere etnico e nazionale ed escludente quelli compiuti secondo dinamiche diverse, come appunto il genocidio in Ruanda. A tale proposito Bauer spiega che «non dobbiamo fissarci sulla definizione concettuale della Shoah, ma porci il problema della prevenzione di tutte le atrocità di massa che colpiscono il pianeta, in quanto i genocidi fanno parte della storia, e se vogliamo ricordare la memoria della Shoah, dobbiamo impegnarci a trovare strumenti politici e culturali per prevenirli. Tutto il resto sono solo parole vuote» (B. Shalom, Gariwo approda in Israele a parlare di «genocidi», Bollettino della Comunità Ebraica di Milano, febbraio 2015 p. 19). Gabriele Nissim, ideatore e presidente di Gariwo, ha definito questo convegno come una vera e propria rivoluzione culturale volta a ribaltare il rapporto degli israeliani con la Shoah: si tratta infatti di rimettere a tema e discutere l’idea, talvolta retorica, della Shoah come evento storico unico nel suo genere, rischiando di non cogliere il vero significato del suo ricordo e del motivo per cui è importante farne memoria, ossia combattere l’antisemitismo ed evitare nuove catastrofi di questo genere. In Israele infatti si tende a tramandare la memoria di tale tragedia in maniera unilaterale: se da una parte è giusto che la Shoah sia ricordata come il genocidio più estremo e brutale messo in atto da una società che si credeva civilizzata, dall’altra non si può parlare della sua unicità dimenticando gli altri massacri della storia e le altre vittime dello sterminio nazista, evitando pertanto il rischio di pensare se stessi come una sorta di vittime designate dalla storia, atteggiamento ricorrente fra i giovani israeliani. Si tratta quindi di insegnare ai giovani – ma anche ai meno giovani – a non essere insensibili di fronte alle catastrofi di altri popoli.

È la prima volta che in Israele si discute di altri genocidi guardando alla Shoah con occhi diversi, e questo ha comportato uno sforzo notevole ben espresso dalle parole della giovane ricercatrice Noam Shouster, che ha affermato di aver dovuto superare un muro di incomprensione avvicinandosi alla tragedia ruandese: «Era come se stessi mettendo in discussione il primato della sofferenza ebraica». Un nuovo e importante passo avanti quindi nella preziosa attività di Gariwo, che non solo ha lavorato con determinazione per ottenere l’istituzione della Giornata Europea dei Giusti che viene celebrata il sei marzo di ogni anno, ma continua ad individuare occasioni significative e ad organizzare eventi per sensibilizzare più persone possibili al valore sociale del bene, riconoscendo l’operato di tutti quei «Giusti» capaci di rischiare in prima persona, di andare contro la mentalità corrente per difendere la vita e i diritti di tutti perché, come ricorda la tradizione ebraica, chi salva anche solo un uomo salva il mondo intero, e la memoria del bene non può che continuare a produrne dell’altro.

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