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Israele e le elezioni: dopo Bibi ancora Bibi?

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2 marzo 2015
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Israele e le elezioni: dopo Bibi ancora Bibi?
Il personale del servizio logistico della Commissione elettorale centrale di Israele confeziona le urne per le elezioni del 17 marzo prossimo. (foto: Isaac Harari/Flash90)

Restano meno di due settimane agli elettori israeliani per decidere. È una scelta di rilievo la loro, perché il 17 marzo si eleggerà il nuovo Parlamento che esprimerà il prossimo governo. I sondaggi danno il Likud del primo ministro Benjamin Netanyahu ancora in piccolo vantaggio sul principale contendente, l'Alleanza sionista di Tzipi Livni e Isaac Herzog.


(Gerusalemme/n.k.) – Restano ormai meno di due settimane agli elettori israeliani per maturare una scelta. Una scelta di rilievo perché il 17 marzo si tratta di designare il nuovo Parlamento che esprimerà il prossimo governo.

Nel dicembre 2014 il premier Benjamin («Bibi») Netanyahu aveva estromesso dal governo i due ministri frondisti Tzipi Livni (Giustizia) e Yair Lapid (Finanze), in seguito a settimane di tensioni. La crisi politica ha indotto Netanyahu a indire nuove elezioni, anticipatamente rispetto alla scadenza naturale prevista per il novembre 2017. Un fatto per nulla inusuale in Israele, dove il sistema politico assicura sì una buona rappresentanza alla varietà di posizioni presenti nel Paese, ma proprio per questo pone la Knesset in equilibrio instabile. L’elezione dei deputati avviene a un solo turno e con sistema proporzionale puro. Il che costringe anche il partito che ottiene il maggior numero di consensi a formare una coalizione. È per questo che nessun governo nella storia d’Israele è giunto alla fine del mandato quadriennale.

La campagna elettorale apertasi in dicembre è per lo meno agitata e offre uno spettacolo non proprio brillante. Dire che i problemi israeliani non ottengono davvero l’attenzione di candidati è dir poco.

È noto che da qualche anno a questa parte gli israeliani sono particolarmente preoccupati dalle questioni economiche e sociali. Il caro-vita, la difficoltà di trovare un alloggio, il potere d’acquisto… buona parte del popolo si augura che su questi versanti le cose possano cambiare. Un’inchiesta realizzata in dicembre dal sito (in lingua ebraica) Walla rivelava che per gli israeliani, le questioni economiche e sociali sono due volte più importanti di quelle riguardanti il versante diplomatico e della sicurezza.

Se le cose stanno così, quali sono le risposte dei partiti?

Il favorito dei sondaggi, il Likud guidato da Netanyahu e considerato di destra, conduce la propria campagna insistendo proprio sui temi della sicurezza e delle relazioni diplomatiche. Il primo ministro uscente non ha quasi mai toccato le questioni economiche, focalizzando i suoi interventi sull’Iran e sull’avanzata islamista, puntando ad offrire l’impressione che «che senza di lui è il caos».

Nella loro propaganda, invece, i suoi principali sfidanti – la centrista Tzipi Livni e il leader laburista Isaac Herzog – battono invece il chiodo del «tutto ma non Netanyahu». La loro Unione sionista, creata proprio per queste elezioni, ritiene che i nove anni che Bibi ha passato alla guida del Paese siano stati un pasticcio. È difficile, tuttavia, sapere qualcosa di più sul loro programma d’azione concreto.

La sorpresa di questa campagna elettorale è forse quella rappresentata dalla lista araba unita, che raggruppa diversi partiti arabi e che potrebbe aggiudicarsi un discreto successo elettorale (potrebbe ottenere tra i 12 e i 14 seggi alla Knesset). Ugualmente importante sarebbe il tasso di partecipazione degli arabi israeliani alla tornata elettorale, che potrebbe crescere (secondo un’indagine commissionata dal quotidiano Haaretz all’istituto Statnet, la percentuale potrebbe raggiungere il 62 per cento, contro il 56 registrato nelle elezioni del 2013).

I sondaggi restano tuttora incerti, anche se assegnano al Likud una vittoria di misura. Potrebbe ottenere tra i 23 e i 25 seggi, tallonato da vicino dall’Unione sionista. Il problema non è tanto la vittoria nelle urne quanto la successiva capacità di formare una coalizione di governo. In questo il Likud ha il vantaggio di potersi alleare con una gamma più ampia di partiti ultranazionalisti (come Il focolare ebraico, di Naftali Bennett) o religiosi.

In questa fase della campagna elettorale molti commentatori e giornalisti israeliani ricorrono all’immagine del lancio di «bombe puzzolenti» da parte dei vari protagonisti. Così Benjamin Netanyahu è accusato di dilapidare i fondi dello Stato per le spese private della sua famiglia. In particolare viene presa di mira la moglie Sarah con il suo gusto spiccato per il lusso. Isaac Herzog ha riassunto gli addebiti con un linguaggio fiorito: «Bibi s’abbuffa di sushi a colazione a spese dello Stato. Roba degna di una repubblica delle banane!».

Dal canto suo il Likud ridicolizza l’Unione sionista sottolineando che Livni e Herzog dovrebbero essere in due per dirigere il Paese, mentre Netanyahu ci riesce benissimo da solo. Gli internauti hanno anche potuto apprezzare i talenti d’attore del premier che si è divertito a impersonare un baby-sitter (o meglio: «Bibi-sitter») incaricato di badare alle due pesti Tzipi e «Bugie» (quest’ultimo è il nomignolo di Herzog).

Ma il momento più controverso di tutta la campagna elettorale è senza dubbio il viaggio che Netanyahu compie proprio in questi giorni a Washington (dove è giunto ieri sera), per pronunciare un discorso davanti al Congresso degli Stati Uniti. L’invito gli è giunto dal presidente della Camera dei rappresentanti John Boehner e dai repubblicani, a dispetto del protocollo e contro il parere del presidente Barack Obama. Netanyahu (che ha vissuto a lungo negli Usa ed è contiguo agli ambienti repubblicani – ndr) parlerà della minaccia nucleare iraniana e metterà in guardia ancora una volta gli Stati Uniti contro un cattivo accordo con Teheran (per ottenere che non si doti di armi atomiche). Ma non c’è dubbio che la trasferta ha anche una valenza di politica interna, così a ridosso del voto. Molti israeliani e americani hanno espresso dissenso rispetto a questo viaggio, a cominciare da Obama che non riceverà il premier israeliano alla Casa Bianca.

Susan Rice, consigliere del presidente Usa per la sicurezza nazionale, ritiene che la scelta di Netanyahu avrà «un effetto distruttivo sulle relazioni israelo-americane». Il segretario di Stato John Kerry, da parte sua, si contrappone a chi parla di accordo con l’Iran, «dal momento che per adesso è inesistente».

A dispetto di tutto ciò, sembra probabile che, a giochi fatti, Benjamin Netanyahu possa assumere per la quarta volta la carica di primo ministro di Israele.

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