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Giordania, custodire la Storia

Giampiero Sandionigi
20 marzo 2015
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Giordania, custodire la Storia
Una suggestiva visione notturna di Petra. L'edificio denominato Il tesoro. (foto JTB)

Si avvicina l’imbrunire di un giorno d’autunno appena appena piovigginoso. Solo la voce della guida del nostro minuscolo gruppo rompe il silenzio per introdurci ai segreti di questo luogo solitario. Resti indietro di pochi passi e t’accorgi che, sì, il placido fiume è silente, ma tutto intorno, tra la bassa e fitta vegetazione, è un rincorrersi generoso di cinguettii. Sul finire del secolo scorso i campi minati in questa zona di confine con i Territori Palestinesi, militarmente occupati da Israele nella guerra del 1967, sono stati pazientemente smantellati, ordigno dopo ordigno. Frutto del trattato di pace israelo-giordano firmato nel 1994. Ora c’è una sensazione di pace tranquilla in quello che è probabilmente il luogo santo cristiano più noto di tutta la Giordania: il sito del battesimo di Gesù, teatro della predicazione di Giovanni Battista e dell’ascesa al cielo, su un carro di fuoco, del profeta Elia.

La Giordania è questo, in fondo: Terra Santa disarmata. L’attraversi e vedi molte meno armi in giro di quante ne circolino a ovest del fiume Giordano. È vero, tutto intorno il Medio Oriente ribolle. È vero, il Regno hascemita è in prima linea contro i terroristi che ferocemente si proclamano Stato Islamico. È vero, ai cancelli dei grandi alberghi controllano auto e bagagli prima di farvi entrare. E tuttavia non c’è ragione per disertare questo Paese. Non più di quante ve ne siano per stare alla larga da New York, Londra, Oslo, Delhi, Madrid, Copenaghen o Parigi, tanto per nominare qualche grande città bersaglio del terrorismo in questo primo scorcio del terzo millennio.

Al pellegrino cristiano come al turista d’Occidente interessato alle radici della sua storia che affondano anche nel Vicino Oriente, la Giordania ha non poco da offrire. Tutti conoscono la magnifica Petra, con le imponenti vestigia della civiltà nabatea, con la quale anche Gesù ebbe a che fare, come tutti i suoi contemporanei in quest’angolo di mondo. Anche lì tra le rovine dei templi e le edicole dedicate alle divinità locali, tra le tombe di nobili e sovrani, trovi i resti di una chiesa, i segni di una presenza cristiana molto antica. Gran parte dei turisti che, a piedi o a dorso d’asino e di dromedario, ripopolano Petra giorno dopo giorno non si spinge fin lì e il luogo rimane in disparte, panoramico e adatto anche alla preghiera. Anche qui un pavimento musivo, elemento che ritorna come una costante laddove sopravvive qualcosa degli antichi luoghi di culto cristiani. Alcuni, in Giordania, sono maestose sorprese. Come il mosaico della chiesa di Santo Stefano ad Umm al-Rasas (ne parliamo anche alle pp. 56-58), sito archeologico poco discosto dalla Via dei Re, antica arteria che taglia il Paese da nord a sud. Proprio per la sua posizione lungo le rotte carovaniere questo luogo ha un passato fiorente. Oggi è un agglomerato riarso di mozziconi di muri, archi e absidi, ma si sa che qui si concentravano numerose chiese votive e agli studiosi resta ancora molto da indagare.

Virtualmente ogni sito archeologico della Giordania, grande o piccolo che sia, resta ancora un cantiere aperto: dalla magnifica Jerash (la Gerasa citata nei Vangeli), al Monte Nebo – il contrafforte naturale da cui Mosè si affacciò sulla Terra Promessa senza potervi entrare -, dal santuario della Grotta di Lot – a sud del Mar Morto – alla roccaforte di Macheronte (Mukawir), dove Erode Antipa imprigionò e poi fece decapitare Giovanni Battista. Per non dire dell’area del sito del Battesimo di Gesù, da dove siamo partiti, e il cui ambizioso progetto di sviluppo è affidato a una speciale commissione reale, presieduta da un cugino del re, il principe Ghazi bin Muhammad.

Mentre altrove – a Mosul come a Nimrud, in Iraq – le tristi comparse che incarnano un Islam impazzito distruggono e devastano le reliquie della Storia, la Giordania è impegnata a custodire e valorizzare il proprio patrimonio. Anche come risorsa economica per un presente e un futuro più prosperi.

 


 

Beni culturali, il petrolio di Amman

In Giordania non c’è petrolio. L’agricoltura può giovarsi solo di un 10 per cento del territorio coltivabile con il quale fa fronte al 60 per cento del fabbisogno nazionale. La pesca è irrilevante. L’industria – nelle sue varie articolazioni: lavorazione dell’acciaio; estrazione di minerali; assemblaggio di veicoli industriali e grandi elettrodomestici destinati al mercato regionale; settore farmaceutico; tessile – rappresenta la prima voce dell’economia.

Poi c’è il comparto turistico che – come riporta a inizio marzo il quotidiano The Jordan Times – contribuisce per il 14 per cento al prodotto nazionale lordo, ma potrebbe fare meglio. Secondo i dati diffusi dall’Organizzazione mondiale per il turismo in Medio Oriente, nel 2014, ci sono stati 50 milioni di visitatori stranieri con un incremento del 4 per cento rispetto all’anno precedente, una linea di tendenza che dovrebbe trovare conferma anche quest’anno. Sembra incredibile, considerando le turbolenze della regione. Resta il fatto che gli operatori giordani constatano una flessione negli arrivi. Fa testo Petra, la perla del turismo giordano: nel 2014 si è registrato un meno 9 per cento di visitatori rispetto al 2013 (forse anche per il costoso biglietto d’ingresso: il giornaliero costa a uno straniero almeno 50 dinari, quasi 65 euro a persona, e il prezzo raggiunge i 92 dinari per chi non pernotta in Giordania).

Il nuovo ministro del Turismo Nayef Fayez, insediatosi il 2 marzo, ha il compito di spronare il comparto. L’obiettivo di lungo termine è la creazione di 200 mila nuovi posti di lavoro nell’arco di un decennio. Oggi gli addetti sono 42 mila, cui s’aggiungono 120 mila lavoratori dell’indotto. Molte le idee al vaglio: fare spazio alle compagnie aeree low cost; abbassare la tassazione e ridurre i vincoli legislativi; migliorare la professionalità degli addetti; promuovere le mete a carattere storico, archeologico e religioso; sostenere il cosiddetto «turismo sanitario». Nel 2014 – secondo i dati forniti dall’Associazione delle cliniche private e riportati dal Jordan Times – almeno 250 mila pazienti stranieri (soprattutto arabi) hanno scelto di farsi curare in Giordania, per il buon livello del suo sistema sanitario. Calcolando anche gli accompagnatori si giunge agevolmente alla cifra di mezzo milione di arrivi, per un fatturato di un miliardo di dinari in termini di spese mediche, trasporti, alloggio eccetera.

Altra sfida da vincere è guadagnarsi l’attenzione dei turisti europei in cerca di svago, ma anche di storia, cultura e sapori, misurandosi con la concorrenza di Paesi come Marocco, Turchia, Cipro, Grecia, già abili nell’offrire pacchetti turistici preconfezionati e a prezzi ragionevoli.

 


 

Le bellezze ora anche in Rete 

Avvincere e rassicurare. È la duplice sfida che attende gli operatori turistici giordani per attrarre nuovi visitatori, soprattutto occidentali o di economie emergenti, i più curiosi e disposti a spendere. L’Ente del Turismo giordano punta anche sul web e di recente ha dato una rinfrescata alla comunicazione in Rete, arricchendola di immagini, percorsi e offerte (it.visitjordan.com). Ai santuari e ai luoghi di carattere religioso, storico e archeologico, destinazioni tipiche dei viaggi in comitiva, si affiancano anche proposte di svago e sport (dalle immersioni subacquee nel Golfo di Aqaba al trekking nei parchi naturali o lungo wadi rocciosi) adatti anche a piccoli gruppi, famiglie e viaggiatori solitari. La Giordania è generosa di proposte, soprattutto per chi può permettersi il lusso di visitarla nelle stagioni miti: primavera e autunno.

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