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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

La strategia del Califfo, tra Libia ed Egitto

di Giorgio Bernardelli
19 febbraio 2015
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I video terribili, le esecuzioni, le parole del vicario apostolico di Tripoli. E poi i barconi, i raid aerei, le frasi a effetto dei nostri politici. Così negli ultimi giorni - dopo averla a lungo dimenticata - la Libia è rientrata nelle nostre case. Ancora una volta con un limite evidente: la lentezza a guardare con una prospettiva ampia a quanto avviene sulla sponda sud del Mediterraneo.


I video terribili, le esecuzioni, le parole del vicario apostolico di Tripoli, mons. Giovanni Innocenzo Martinelli. E poi i barconi, i raid aerei, le frasi a effetto dei nostri politici. Così negli ultimi giorni – dopo averla a lungo dimenticata – la Libia è rientrata nelle nostre case. Ancora una volta – però – mi pare ci sia un limite evidente in tutte le discussioni e le analisi: la lentezza a guardare con una prospettiva ampia a quanto sta avvenendo sulla sponda sud del Mediterraneo. L’assenza di uno sguardo che faccia capire sul serio non solo la posta in gioco, ma anche l’intreccio perverso di interessi che rallenta oggi ogni tipo di risposta.

La semplificazione che sto per proporre è un po’ estrema, però forse può aiutare a coltivare un altro sguardo. La domanda di partenza dovrebbe essere: perché il sedicente califfo al Baghdadi – che già puntando su Mosul in estate aveva dimostrato di ragionare (lui sì) al di là dei confini del Medio Oriente come li conosciamo oggi – ha puntato proprio sulla Libia per uscire per la prima volta in grande stile dall’area in cui finora si era mosso? Non è la prima occasione che gli viene offerta per «esportare» il suo Califfato. Sappiamo che è alleato con Ansar Bait al-Maqdis – le milizie jihadiste del Sinai – ma molto pragmaticamente in estate si era tenuto alla larga dal conflitto esploso a Gaza. Sappiamo che i Boko Haram – i miliziani islamici a sud del Sahara – cercano una qualche forma di alleanza con il sedicente Stato Islamico, ma per ora sembrano solo parole. Invece al Baghdadi ha scelto di schierare la sua forza (che è soprattutto mediatica) in Libia. Perché?

L’immagine della propaganda è quella del miliziano che sulle spiagge del Mediterraneo guarda verso Roma. Ma questa è, appunto, la propaganda. Molto più probabile è che al Baghdadi guardi ben più vicino; e la scelta dei copti è rivelatrice in questo senso. Piantando la sua bandierina in quella terra di nessuno che è oggi la Libia sta cercando di replicare lo stesso gioco che ha compiuto nel nord dell’Iraq: sfruttare le rivalità altrui, che sono il suo alleato fondamentale. La Libia – infatti – è il posto ideale per entrare in un’altra partita fondamentale che si sta giocando per gli equilibri del mondo arabo post-primavere, quella in corso al Cairo dove tra un mese è atteso il nuovo passaggio delle elezioni parlamentari.

Andare a uccidere in quella maniera 21 egiziani copti in Libia è un messaggio chiarissimo contro la stabilizzazione dell’Egitto realizzata dai militari con il generale (ed ora presidente) Abdel Fattah al Sisi. Tocca il nervo rimasto scoperto al Cairo del rapporto tra islamisti, laici e militari, mandando in fumo la «pax saudita» che appena poche settimane fa aveva portato il Qatar – principale sponsor dei Fratelli Musulmani – a un primo passo per un riavvicinamento con l’Egitto. Anche nel «caos» libico, infatti, il generale e l’emiro stanno su fronti opposti: al Sisi con l’alleato naturale, il governo «lealista» che sta a Tobruk e ha il suo braccio militare nel generale Khalifa Haftar (una specie di fotocopia di al Sisi); il Qatar invece è – come sempre – dalla parte delle milizie islamiste vicine ai Fratelli Musulmani che hanno imposto un loro governo a Tripoli. Le quali – a loro volta, però – non sono un blocco omogeneo, ma una galassia entro cui, con la consueta scaltrezza, al Baghdadi ha intessuto alleanze.

Come risposta all’uccisione dei copti l’Egitto di al Sisi, come sappiamo, ha risposto con raid aerei, ovviamente contro le postazioni degli islamisti. Così, come in un gioco a catena, il Qatar ha preso le distanze, l’ambasciatore egiziano alla Lega araba lo ha definito senza peli sulla lingua un alleato del Califfato e ora Doha ha richiamato il suo ambasciatore al Cairo. Morale: è il solito balletto tra potenze locali, questa volta sulla pelle della Libia; lo stesso identico scenario che ha fatto la fortuna di al Baghdadi in Siria, permettendo a un gruppuscolo di poche decine di migliaia di miliziani, con un ottimo ufficio stampa, di giocare oggi una partita tutta sua.

Questo per dire una cosa molto elementare: la stabilizzazione della Libia resta una pia illusione se non si arriva a chiudere la grande corsa alla ridefinizione delle sfere di influenza in Medio Oriente e nel Nord Africa che le primavere del 2011 hanno innescato. Sull’argomento – tra l’altro – non va persa d’occhio nemmeno la Russia: tornata sì a giocare a tutto campo nella regione; ma nello stesso tempo alle prese con Arabia Saudita e Turchia, attivissime nel «giardino di casa» delle Repubbliche ex sovietiche. Guerra mondiale a pezzi, diceva molto efficacemente qualcuno…

Clicca qui per leggere su al Jazeera English la notizia sull’ambasciatore del Qatar al Cairo

Clicca qui per leggere la notizia di dicembre sui rapporti tra Qatar ed Egitto

Clicca qui per leggere l’articolo di Al Monitor su Russia e Arabia Saudita

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