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Il gas sottomarino nel Mediterraneo orientale e gli interessi strategici in gioco

Francesco Pistocchini
15 febbraio 2015
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Il gas sottomarino nel Mediterraneo orientale e gli interessi strategici in gioco
Piattaforma nel Mediterraneo orientale.

Nello scenario tormentato del Medio Oriente c’è un nuovo protagonista, ancora poco conosciuto: il gas. Un giacimento scoperto nel 2010, e dal biblico nome di Leviathan, si estende in una zona di mare tra Cipro, Libano, Israele e Gaza, e promette di essere uno dei più grandi del mondo. Ma mille diatribe economiche e politiche ne ostacolano lo sfruttamento.


Nello scenario tormentato del Medio Oriente c’è un nuovo protagonista, ancora poco conosciuto al grande pubblico: il gas. I lettori attenti di Terrasanta.net hanno già sentito parlare dei giacimenti sottomarini nel Mediterraneo orientale. Quello scoperto nel 2010, e dal biblico nome di Leviathan, si estende in una zona di mare tra Cipro, Libano, Israele e Gaza, e promette di essere uno dei più grandi del mondo. Affianca alcuni giacimenti di minori dimensioni scoperti in anni recenti davanti alle coste del Levante. Secondo uno studio geologico condotto da un centro specializzato degli Usa, tali riserve sarebbero in quantità paragonabile a quelle dell’Iraq. Un giacimento, Aphrodite, più vicino alle coste di Cipro, potrebbe rendere l’isola un importante fornitore dell’Unione Europea. Tutti i governi della zona promettono generosi introiti, ma il panorama geopolitico solleva una serie di problemi e gli ostacoli alla cooperazione tra Paesi rallentano la corsa al gas. Piattaforme marine per le perforazioni in alto mare, gasdotti, impianti per il gas liquefatto richiedono miliardi di dollari che non tutti gli investitori stranieri sono disposti a spendere.

Israele è al centro della partita: due società del settore, l’israeliana Delek e la statunitense Noble, posseggono complessivamente l’85 per cento di Leviathan. Ma uno stop allo sfruttamento è arrivato in gennaio dall’autorità antitrust israeliana che ha considerato le due imprese un cartello che viola le leggi della concorrenza. Così la data di inizio dello sfruttamento potrebbe scivolare oltre il 2020.

Tuttavia, i giacimenti in prospettiva possono essere un volano per l’economia di tutta l’area. La Giordania ha firmato in dicembre un memorandum d’intesa per importare gas israeliano a minor costo nei prossimi 15 anni. Anche l’Egitto, che fino al 2012 riforniva Israele, potrebbe diventare un importatore. Ma la poca chiarezza nella delimitazione delle zone economiche esclusive (Zee), al largo delle coste, rende conflittuale l’estrazione di idrocarburi. In particolare, al Libano spetterebbe una quota di gas, ma Beirut ne è stata esclusa, così come la Siria in pieno conflitto civile. Libano e Israele dovrebbero in linea di principio attenersi alla Convenzione dell’Onu che regola lo sfruttamento delle risorse sottomarine, ma se il Libano ha aderito al trattato, questo non vale per Israele che si sente libero di anticipare i concorrenti nello sfruttamento energetico anche in zone marittime contese.

L’aspetto più complesso riguarda la questione palestinese: parte delle riserve si trova nelle acque che bagnano la Striscia di Gaza e, secondo gli accordi internazionali, all’Autorità Palestinese spetta una parte degli introiti. Fin dagli anni Novanta una società britannica ha esplorato i fondali di fronte a Gaza dove i giacimenti Marine 1 e Marine 2 potrebbero rappresentare una fonte di guadagni per i palestinesi e merce di scambio nelle trattative con Israele. Arafat stesso nel 1999 aveva inaugurato alcune trivellazioni, ma i giacimenti non sono mai entrati in funzione per gli ostacoli posti da Israele, teoricamente il principale acquirente. Dopo la vittoria di Hamas nel 2006 a Gaza, una preoccupazione costante del governo di Gerusalemme è stata quella di impedire che il movimento politico, considerato terrorista, controllasse il gas perché, come dichiarò nel 2007 l’allora capo delle forze armate, Moshe Ya’alon, i ricavi avrebbero alimentato il terrorismo.

Secondo molti osservatori, le tre campagne militari condotte da Israele contro Gaza dal 2008 a oggi avrebbero avuto anche questo scopo. Il presidente dell’Autorità palestinese, Mahmoud Abbas (Abu Mazen), nel gennaio 2014 a Mosca ha offerto alla Russia la possibilità che Gazprom sfrutti i giacimenti e il successivo riavvicinamento tra le due anime politiche palestinesi, Hamas e Fatah, è sembrato aprire la strada all’accordo con i russi. Ma l’operazione militare Margine di protezione, che Israele ha scatenato contro Gaza tra luglio e agosto 2014 ha fermato di nuovo ogni progetto. Oltre a provocare duemila morti ed enormi danni materiali, la guerra ha impedito qualsiasi iniziativa internazionale a sostegno dello sviluppo di Gaza, dove 1,8 milioni di persone vivono in condizioni sempre più difficili. Le opportunità che offre il gas a tutta la regione al momento restano congelate.

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