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Prendendo come riferimento lo stesso periodo del 2013, i dati israeliani parlano di un 26 per cento in meno di turisti in luglio e di un 38 per cento in meno in agosto. La Chiesa locale invita i pellegrini a tornare.

Tornare in Terra Santa dopo la crisi di Gaza

Giampiero Sandionigi
31 ottobre 2014
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Tornare in Terra Santa dopo la crisi di Gaza
Foto di gruppo per una comitiva di turisti a Gerusalemme, a pochi passi dalla Cupola della Roccia. (foto A. Sultan/Flash90)

«Un’immagine che mi è rimasta in mente dei giorni in Israele e Palestina è quella di una sorta di deserto: a Gerusalemme nessuna coda per entrare al Santo Sepolcro; nel suk e per le vie della città vecchia pochissimi turisti e quasi nessun gruppo. Anche a Betlemme identica situazione, forse ancor più desolante. Probabilmente eravamo l’unico gruppo di turisti e questo ci ha permesso di comprendere meglio la vita dei suoi abitanti: una sensazione di sospensione, di tristezza e anche di tensione, soprattutto nelle zone vicino al muro». Le impressioni sono di Silvia Guidali, una giovane della diocesi di Milano, che lo scorso agosto è andata in Terra Santa con una cinquantina di amici del coro giovanile Shekinah (abbiamo diffusamente raccontato la loro esperienza su Terrasanta.net).

La guerra di luglio-agosto intorno alla Striscia di Gaza e il lancio di razzi verso molti obiettivi israeliani non hanno causato solo morte e devastazione. Anche il settore turistico ne ha risentito pesantemente, perché molti potenziali turisti e pellegrini di varie parti del mondo hanno preferito non rischiare e restarsene a casa, nonostante le rassicurazioni degli operatori del settore.

I dati israeliani – gli unici disponibili – parlano di un 26 per cento di turisti in meno nel mese di luglio e di un 38 per cento in meno in agosto, rispetto agli stessi mesi del 2013. Un effetto collaterale della guerra, anch’esso per nulla piacevole, considerato che buona parte dei flussi turistici verso la Terra Santa si concentra proprio in estate, oltre che a Natale e Pasqua.

Se è vero – come ha recentemente dichiarato, durante una visita in Italia, il direttore generale del ministero del Turismo israeliano, Amir Halevi – che Israele è al sesto posto tra i Paesi in crescita per numero di arrivi dall’Europa, è certo che ciò si deve anche ai gruppi di pellegrini cristiani, ai quali ormai vengono rivolte campagne pubblicitarie mirate. Cruciale è anche la cooperazione delle autorità religiose locali, che non mancano di incoraggiare i pellegrinaggi, come ha fatto nuovamente il 10 settembre scorso, mons. William Shomali, vicario del patriarca latino di Gerusalemme e presidente della Commissione episcopale per i pellegrinaggi.

Gli itinerari comunemente percorsi dai pellegrini in Terra Santa sono sicuri, ha ribadito Shomali, che ha poi continuato: «I pellegrini cristiani sono altamente rispettati e accolti calorosamente sia dai cristiani che dai musulmani ed ebrei, che li considerano, in questa travagliata regione del mondo, come ponti di pace tra palestinesi e israeliani. Chi di voi è venuto come pellegrino o pastore sa che la visita ai luoghi santi è gratificante e sa come essa produca frutti di speranza. I frutti principali sono la crescita della fede personale, la riscoperta della Bibbia sul campo e una profonda trasformazione spirituale. Incoraggiamo fortemente i pellegrini a camminare dove Cristo stesso ha camminato, a condividere con noi la testimonianza della fede e partecipare al nostro sogno di pace».

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