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Si mobilita la solidarietà in favore dei feriti di Gaza ricoverati a Gerusalemme Est

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1 agosto 2014
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Si mobilita la solidarietà in favore dei feriti di Gaza ricoverati a Gerusalemme Est
Suor Muna Totah, religiosa dell'istituto di San Giuseppe dell'Apparizione, accanto a un ferito di Gaza accolto all'ospedale Saint Joseph di Gerusalemme.

La notizia s’è sparsa alla fine della settimana scorsa: alcuni feriti nei bombardamenti di Gaza sarebbero stati accolti nei quattro ospedali di Gerusalemme Est. Ben presto si è messo in moto un movimento di solidarietà nei loro confronti. Abbiamo visitato l'ospedale Saint Joseph, gestito da una congregazione di suore cattoliche.


(Gerusalemme/m.a.b.) – La notizia s’è sparsa alla fine della settimana scorsa: alcuni feriti nei bombardamenti di Gaza sarebbero stati accolti nei quattro ospedali di Gerusalemme Est. Ben presto si è messo in moto un movimento di solidarietà nei loro confronti, in concomitanza con la festa musulmana che segna la fine del mese di Ramadan.

Medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali, artisti sono stati invitati a mettere a disposizione un po’ del loro tempo per recarsi a dare sostegno a questi pazienti, ma chiunque lo volesse ha avuto modo di manifestare la propria compassione per questi feriti, molti dei quali sono bambini.

Nel giro di pochi giorni il numero dei feriti è raddoppiato. Ora come ora sono un centinaio, distribuiti tra l’ospedale Saint Joseph, gestito dalle Suore di San Giuseppe dell’Apparizione; l’oftalmico Saint John, dell’Ordine di Malta; il luterano Augusta Victoria e il musulmano Mokassed.

Al Saint Joseph c’è un flusso ininterrotto di visitatori che si presentano al pronto soccorso con le braccia piene di regali, capi d’abbigliamento, giochi, dolciumi… Al punto che il personale ospedaliero ha dovuto chiudere le porte e pregare tutta questa gente di allontanarsi per non compromettere il buon funzionamento del servizio e il necessario riposo dei pazienti.

Nel pomeriggio di mercoledì scorso, 30 luglio, si è recato all’ospedale anche il patriarca latino di Gerusalemme, mons. Fouad Twal, di ritorno da un viaggio di alcune settimane negli Stati Uniti durante il quale è stato anche ricevuto alla Casa Bianca dal capo di gabinetto Denis McDonough al quale ha parlato della situazione dei cristiani in Medio Oriente.

Il patriarca ha fatto il giro dei reparti accompagnato dal direttore generale del nosocomio, Jamil Koussa, e dal direttore sanitario, il dott. Maher Deeb. Stanza per stanza hanno spiegato a mons. Twal le condizioni dei feriti. Il presule ha ascoltato con attenzione. Il viso lasciava trasparire un misto di tristezza e collera. La geometria variabile della comunità internazionale nel reagire ai conflitti del Medio Oriente sembra esasperarlo. «Per Gaza, non c’è la minima reazione, è uno scandalo». Ai giornalisti che fanno notare come i pazienti (arrivati dalla Striscia) siano musulmani, il patriarca risponde: «Cristiani e musulmani sono vittime insieme. La carità è una lingua che tutti possono comprendere».

L’uscita di questi feriti dalla Striscia di Gaza è stata resa possibilie da un coordinamento tra la Caritas di Gerusalemme, la Mezzaluna Rossa, il Comitato internazionale della Croce Rossa e le autorità israeliane. Ogni paziente accolto a Gerusalemme è accompagnato da un familiare. «Sono gli israeliani che decidono quali feriti possono uscire. Ma ci è impossibile avere alcun coordinamento con i medici di Gaza e così i pazienti arrivano privi di qualsiasi documentazione (o cartella clinica)» spiega il dott. Maher Deeb. Anche se l’ospedale fa il possibile per trovare nuovi spazzi per accogliere questi 25 pazienti in condizioni di urgenza, rincalza Deeb «quel che possiamo fare non è nulla rispetto ai bisogni clinici che si registrano a Gaza. Non è nulla se paragonato a quanto stanno facendo le equipe mediche sul posto, in condizioni più che precarie, in carenza di tutto e nell’impossibilità di operare quando manca l’energia elettrica».

L’atmosfera di questa visita al Saint Joseph sarebbe tetra se i bambini feriti non reclamassero un sorriso. Gesti di tenerezza e sorrisi il personale ospedaliero li distribuisce di cuore, prime fra tutte le suore. Suor Gilberte, suor Muna, suor Pauline, suor Valentina e suor Imama passano di camera in camera, ma davanti ad ogni paziente il tempo si sospende, per dare a ciascuno quello di cui ha bisogno.

«Oltre a questo, possiamo soprattutto pregare», dicono. Certamente, e alla preghiera si può associare l’aiuto concreto. Così la solidarietà si va organizzando. La Caritas di Gerusalemme ha lanciato un appello alla solidarietà per le vittime del conflitto. Appello raccolto anche da Caritas italiana (clicca qui per accedere alla pagina che lo ripropone).

Continua, d’altro canto, il progetto di solidarietà della Custodia di Terra Santa in favore delle necessità della parrocchia di Gaza. Se ne occupa l’ong Ats-Pro Terra Sancta (clicca qui).

Ad oggi l’operazione militare israeliana denominata Margine di protezione, e iniziata l’8 luglio, nella Striscia di Gaza ha causato la morte di oltre 1.400 persone (almeno 250 i minori) e oltre 8 mila feriti.

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