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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

Se l’esercito dimentica di essere laico

di Giuseppe Caffulli
11 agosto 2014
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I razzi di Hamas continuano a disegnare le loro sinistre parabole nel cielo di Terra Santa; i raid aerei, i droni e i carri-armati d’Israele continuano a mietere vittime (ad oggi oltre 1.600, senza contare le migliaia di feriti). Un conflitto sanguinoso, senza esclusioni di colpi su entrambi i fronti. Eppure, c’è chi riesce a vederci del buono. Militari che arruolano Dio, e la sua mano onniponete, dalla propria parte.


I razzi di Hamas continuano a disegnare le loro sinistre parabole nel cielo di Terra Santa; i raid aerei, i droni e i carri-armati d’Israele continuano a mietere vittime (ad oggi oltre 1.600, senza contare le migliaia di feriti). Un conflitto sanguinoso, senza esclusioni di colpi su entrambi i fronti. Eppure, c’è chi riesce a vederci del buono. Uno di questi si chiama Ofer Winter, è colonnello nell’esercito israeliano (comanda la Brigata Givati, un’unità anfibia). Di recente, a quanto riporta il quotidiano Israel Today, Winter ha scritto alle sue truppe impegnate in battaglia sottolineando la missione profetica a cui sono chiamati i soldati israeliani: «Siamo stati scelti dalla storia per combattere contro i terroristi di Gaza che sfidano e bestemmiano il Dio degli eserciti d’Israele». In calce alla lettera, invocazioni che riecheggiano i Salmi e sottolineano la presenza di Dio a fianco del popolo d’Israele.

L’atteggiamento del colonello Winter si inquadra certamente in un maggior spazio che le forze armate israeliane stanno cercando di dare all’aspetto religioso. Fino ad ora, l’esercito era considerato uno dei luoghi più laici e lontani dal sentimento religioso. Per gli ebrei ultraortodossi (che rifiutano l’arruolamento) è visto come un luogo di perdizione, anche per la promiscuità che si crea tra ragazzi e ragazze in servizio di leva. Ma risponde anche ad una domanda che serpeggia a più livelli tra i quadri delle forze armate: la sicurezza della nazione è oggi una motivazione sufficiente per i giovani israeliani che si trovano a combattere (e a morire) sotto i razzi e le pallottole di Hamas? O non serve piuttosto dell’altro?

La tentazione, specialmente da parte di chi ha messo in soffitta definitivamente il sionismo laico e socialisteggiante dei pionieri, è quello di pescare nella sfera religiosa le nuove motivazioni, confortato in questo dai tanti giovani che, tra una missione militare e l’altra, si ritagliano momenti per la preghiera.

Per offrire un solido collante ai giovani e inossidabili motivazioni a combattere, ecco allora la necessità di inculcare i «giusti concetti»: gli ebrei sono ritornati in Israele come legittimi proprietari della terra data loro da Dio. Non solo: l’esistenza dello Stato d’Israele è giustificata in virtù di un mandato divino sulla terra dei Padri.

Già al tempo della guerra in Libano ci furono rabbini che con premura offrirono bibbie e mantelli per la preghiera ai soldati impegnati al fronte. Oggi nei presi di Gaza non è raro vedere soldati con la kippah che leggono la Bibbia e pregano perché Dio sostenga la lotta contro i bestemmiatori di Hamas.

A tirare in ballo Dio e ad avvalorare, dentro Israele, una lettura metafisica del conflitto, anche il comandante di una batteria antimissile Iron Dome (Cupola di ferro), che ha intercettato a metà luglio due dei tre razzi di Hamas indirizzati su Tel Aviv. Un terzo missile, che avrebbe superato le difese aree, è stato dirottato in mare da una forte, improvvisa raffica di vento, che è stata salutata come la mano di Dio.

Dato che ugualmente in molte moschee e comunità islamiche, a Gaza come in varie parti del Medio Oriente ormai fortemente segnato dal fondamentalismo musulmano, si invoca spesso la mano di Dio contro Israele e il popolo ebraico, sorge il sospetto che l’idea di arruolare in maniera coatta il Padre celeste nel proprio esercito (e a servizio delle proprie ragioni), non sia una mossa del tutto produttiva per il bene dell’umanità.

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