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A Betlemme l’Università del dialogo

Carlo Giorgi
21 marzo 2014
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A Betlemme l’Università del dialogo
Fra Peter Bray, vice-cancelliere dell'Università di Betlemme.

«A volte stento a crederci – sussulta d’emozione la voce di fratel Peter -: alla mia età, poter lavorare all’università di Betlemme… sono davvero pieno di riconoscenza!». Peter Bray, neozelandese, religioso lassaliano, fa un mestiere complicato: dal 2008 è il «vice cancelliere» –  carica che prevede il compito di amministratore delegato – dell’Università cattolica di Betlemme; l’unico ateneo «sfacciatamente cattolico» del Medio Oriente, come lui stesso sottolinea con una punta d’orgoglio.

L’università di Betlemme nasce nel 1973 da un’intuizione di Paolo VI. Il primo anno di corso gli iscritti sono solo 113. Oggi, a distanza di quarant’anni, l’istituto accademico è cresciuto diventando una fucina di professionisti al servizio della società palestinese: 3 mila studenti frequentano lezioni di cinque facoltà diverse: dall’economia alla medicina. E, grazie a un recente accordo con la Custodia di Terra Santa e il Patriarcato latino di Gerusalemme, l’università avrà presto a disposizione una proprietà in centro a Betlemme, 12 mila metri quadrati di nuovi spazi per rilanciare le attività didattiche.

Lo stupore ancora vivo di fratel Peter per l’incarico di vice cancelliere, affonda le radici nella sua storia. Quando viene inviato a Betlemme è ormai al termine di un’invidiabile carriera; oltre trent’anni di esperienza dietro cattedre di mezzo mondo: Stati Uniti, Turchia, Inghilterra, Irlanda e Filippine. Fino all’ultimo incarico, a un passo dalla pensione, nella nativa Nuova Zelanda: direttore del Catholic Education Center di Wellington. Di punto in bianco, però, la vita cambia direzione: i superiori gli chiedono di fare le valigie e partire per la Terra Santa. Fratel Peter accetta, tuffandosi in una realtà lontana anni luce da quella di provenienza. «A Wellington gli studenti non hanno problemi per raggiungere l’università, se si organizza una gita tutti possono partecipare – spiega -. Qui, a causa dell’occupazione israeliana, dobbiamo fare sempre i conti con l’imprevedibilità; ogni programma può saltare da un momento all’altro; almeno un terzo dei nostri studenti vengono da Gerusalemme Est, per raggiungere l’università devono passare attraverso i check point; così impiegano due ore per fare sette chilometri, rischiando di arrivare a lezione iniziata».

Nonostante l’università di Betlemme abbia conquistato un grande prestigio, rimane un ateneo di piccole dimensioni: la vicina università di Hebron vanta più del doppio degli studenti, quella di Nablus quasi sette volte tanti. Un’università così piccola in Terra Santa può avere futuro? «In realtà per noi rimanere piccoli è una scelta, motivata da almeno due ragioni – spiega fratel Peter -: la prima è di ordine economico. Ogni studente costa all’università 4 mila dollari, cifra che le rette coprono solo per il 40 per cento. Per raggiungere il pareggio di bilancio, dobbiamo trovare 9 milioni di dollari ogni anno. Avere nuovi studenti, significa aumentare il deficit; e non lo vogliamo». Il secondo motivo è di ordine umano: i cristiani in Palestina sono circa l’1 per cento della popolazione, una minoranza quasi invisibile. All’interno dell’università, però le cose cambiano: qui il 30 per cento degli studenti sono cristiani; una percentuale che consente loro di fare sentire la propria voce, impostando con i coetanei musulmani una relazione alla pari. «Aumentare il numero degli studenti significherebbe fatalmente far diminuire la percentuale dei cristiani – spiega fratel Peter – e questo è un ostacolo al dialogo. Il perché si capisce ascoltando la storia di Lubna, una nostra studentessa musulmana, originaria di Hebron, città integralmente islamica. Invitata a Londra per un convegno dal titolo: «Come aiutare i cristiani di Terra Santa?», Lubna ha raccontato di aver conosciuto il primo cristiano proprio all’università di Betlemme; ha spiegato quanto sia per lei importante il confronto con i suoi compagni cristiani e come questo l’aiuti anche ad essere più consapevole della sua identità musulmana. Sono convinto che, per il bene degli studenti cristiani e musulmani, si debba mantenere alta la percentuale dei cristiani. E che dovremo perciò continuare a rimanere una piccola università».

Da una parte l’occupazione israeliana che condiziona negativamente la vita degli studenti palestinesi; dall’altra un contesto palestinese a maggioranza musulmana, dove i cristiani quasi scompaiono. In mezzo l’università di Betlemme, come un’oasi: «In questa regione segnata dal conflitto ci piacerebbe che, quando uno studente varca la soglia dell’università – confessa il vice cancelliere -, si sentisse al sicuro; avesse la certezza che qui c’è gente che si occupa di lui. Mantenere viva la speranza è una delle nostre sfide più grandi. Vogliamo stare al fianco degli studenti. Non si tratta di risolvere il problema dell’occupazione ma far sapere agli studenti che abbiamo a cuore la loro sorte e comprendiamo la situazione in cui vivono. Hanno bisogno di vedere anche attraverso l’università che c’è un Dio infinito e un amore infinito per loro; è la consapevolezza di questo amore che tiene accesa la speranza». È in nome di questo amore che l’università di Betlemme ha iniziato a svolgere attività esterne all’ateneo attraverso l’Institute of community partnership, l’istituto per la cooperazione sociale.

«Teniamo corsi, realizziamo progetti in tutta la Palestina – racconta fratel Peter -. Il direttore dell’istituto, Moussa Rabadi, nel suo ufficio ha una carta dei Territori su cui fissa una bandierina nei posti in cui lavoriamo. Ormai, da nord a sud, tutta la Palestina è piena di bandierine. Lo scorso anno sono andato con lui in tre villaggi vicino a Hebron, dove abbiamo tenuto corsi sulla democrazia, riservati a donne; alcune di loro, a cinquant’anni, non erano mai uscite dal villaggio. Vederle partecipare è stato splendido».

 


L’eredità di papa Montini 

Cultura, formazione, dialogo ecumenico, sanità: il viaggio di Paolo VI in Terra Santa ha lasciato, in molti campi diversi, frutti concreti di pace e di vita. Oltre all’Università, in cui papa Montini credeva fermamente, a Betlemme va ricordato l’istituto Effetà Paolo VI, per bambini non udenti (nella foto). Il Papa infatti, nei pur pochi giorni del suo viaggio, si rese conto della grande quantità di minori audiolesi e privi di assistenza che vivevano in Terra Santa ed espresse il desiderio di aiutarli. Così, dopo alcuni anni di progettazioni e verifiche, nel 1971 iniziò le sue attività scolastiche e sanitarie l’istituto Effetà Paolo VI, la cui gestione fu affidata alla Congregazione delle Suore Maestre di Santa Dorotea, Figlie dei Sacri Cuori di Vicenza (Italia). Oggi l’istituto accoglie 170 minori, da uno a diciotto anni. Mentre negli oltre 40 anni di attività, ne ha accuditi oltre 600.

In campo ecumenico va invece ricordato l’Istituto Tantur, la cui storia inizia nell’ottobre del 2003, quando alcuni osservatori ortodossi, anglicani e protestanti al concilio ecumenico Vaticano II condividono con Paolo VI il loro desiderio di un istituto ecumenico internazionale per la ricerca teologica e gli studi pastorali. L’idea, da quel momento mette radici. Quando, pochi mesi dopo, il 5 gennaio 1964, Paolo VI e il patriarca di Costantinopoli Atenagora si incontrano a Gerusalemme, l’idea finalmente germoglia. Dopo il loro incontro, lo scenario è chiaro: l’istituto ecumenico internazionale desiderato dalle Chiese sorelle non potrà che sorgere a Gerusalemme. Così, dopo alcuni anni di attesa dovuti anche alla guerra del ’67 e alle sue conseguenze, nel 1972 nasce su una collina tra Gerusalemme e Betlemme, l’Istituto ecumenico di Tantur (oggi affiliato all’Università Notre Dame dell’Indiana, Usa).

Da allora oltre 5 mila ospiti appartenenti alle varie Chiese cristiane si sono incontrati e conosciuti a Tantur, seguendo insieme corsi e lezioni. (c.g.)

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