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Quel matrimonio non s’ha da fare

di Giuseppe Caffulli
14 febbraio 2014
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In Giordania un articolo del codice penale permette agli stupratori di sfuggire alla galera se sposano le loro vittime e il legame dura almeno cinque anni. Secondo le organizzazioni impegnate sul versante dei diritti delle donne, che timidamente iniziano ad affacciarsi nel Paese, l’articolo 308 è uno scandalo e va rimosso dall’ordinamento. La norma che favorisce sta suscitando dibattito anche tra i religiosi musulmani, che non la ritengono in linea con il Corano.


Amman, non lontano dall’area archeologica e dal teatro romano. Mona, poco più di vent’anni, lavora come inserviente in un hotel frequentato da uomini d’affari e danarosi turisti. La sera, al termine dell’orario di lavoro, per arrotondare il magro salario e inviare qualche soldo in più alla famiglia, che vive al sud, in un villaggio non lontano da Kerak, accetta di fare qualche extra. Una sera il suo direttore le chiede di pulire il suo appartamento. Si tratta in realtà di una trappola: l’uomo l’aggredisce e la violenta. Mona scopre di essere incinta e trova la forza di denunciare il fatto, superando le paure e le reticenze imposte dal contesto islamico e dalla cultura tribale ancora molto forte nel Paese. Il giudice apre un fascicolo, si celebra il processo. Ma alla fine giustizia non è fatta, nonostante sia acclarata la colpevolezza dell’individuo. Anzi, estrema beffa, Mona si ritrova sposata con il tuo stupratore.

Com’è possibile? Il violentatore ha potuto beneficiare del controverso articolo 308 codice penale giordano, che in un’ottica tutta maschilista non considera la donna vittima di violenza, ma tutela piuttosto l’onorabilità della famiglia e della parte maschile coinvolta. L’articolo di fatto permette agli stupratori di sfuggire alla galera se sposano le loro vittime e il legame dura almeno cinque anni. Secondo le organizzazioni impegnate sul versante dei diritti delle donne, che timidamente iniziano ad affacciarsi nel Paese, l’articolo 308 è uno scandalo e va rimosso dall’ordinamento. Alcuni giuristi lo difendono, invece, sostenendo che la donna potrebbe anche non accettare questa soluzione.

Potrebbe, ma di fatto accade raramente, perché la pressione sociale per «coprire lo scandalo» è fortissima. E alla fine sono le famiglie ad indurre le ragazze a cedere, per evitare uno stigma sociale che difficilmente verrà dimenticato.

Nel caso di Mona, che alla fine si è trovata suo malgrado sposata all’aguzzino, nella questione hanno avuto peso anche altri fattori: il fatto di essere incinta e di aver scelto di tenersi il frutto del suo grembo (abortire tra l’altro è vietato per legge in Giordania). Ma anche la prospettiva di vedersi togliere il bambino una volta venuto al mondo. Secondo l’ordinamento giordano i figli naturali nati fuori dal matrimonio sono spesso tolti alle cure della madre e con un futuro costellato di discriminazioni e soprusi.

Secondo le statistiche fornite dalle associazioni per i diritti delle donne, negli ultimi quattro anni sarebbero 159 i casi di violenza finti con un cosiddetto «matrimonio riparatore». Ma questa è solamente la punta dell’iceberg, cioè i casi ai quali è stato applicato l’articolo 308 dopo un procedimento giudiziario. Nei fatti, le famiglie, specie nelle zone rurali dove vive la legge clanica, arrivano quasi sempre a far sposare la vittima con il carnefice, condannando di fatto all’ergastolo una innocente. C’è poi una carenza quasi totale di servizi per le ragazze madri: solo una struttura statale ad Amman è in grado di fornire assistenza psicosociale.

La norma che favorisce gli stupratori sta suscitando un dibattito anche negli ambienti religiosi musulmani.

Secondo Mahmoud Sartawi, docente di Sharia e di Studi Islamici presso l’Università della Giordania, «Questa prassi non trova alcun fondamento nella religione. L’Islam non approva il fatto di punire la vittima costringendola a sposare il suo stupratore. I violentatori devono essere puniti per proteggere la società da tali crimini». Di più: «Il matrimonio contratto in tali circostanze non soddisfa i requisiti di validità previsti dalla legge coranica.

Se in Giordania il dibattito è appena all’inizio, in Marocco, il 22 gennaio scorso, qualche cosa s’è mosso: il parlamento ha abrogato un articolo nel codice penale molto simile al famigerato 308 giordano, anche se permane uno squilibrio notevole nel campo del diritto a favore degli uomini. La speranza degli attivisti giordani, che hanno il non facile compito di scardinare usanze e mentalità radicate, è che presto si arrivi a rivedere la legge e a scalzare quella che si pone come una violenza nella violenza.

(Twitter: @caffulli)

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