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Secondo le statistiche governative cresce il numero dei cristiani in Israele

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31 dicembre 2013
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Secondo le statistiche governative cresce il numero dei cristiani in Israele
Un momento dell'incontro tra il presidente israeliano Shimon Peres e le autorità religiose cristiane, svoltosi a Gerusalemme il 30 dicembre scorso. (foto Mark Neyman/Gpo/Flash90)

A fronte delle difficoltà sociali, economiche e politiche che affliggono la regione mediorientale e che inducono molti ad emigrare, in Israele aumenta il numero dei cristiani. Secondo l'Ufficio centrale di statistica israeliano erano 158 mila nel 2012 e sono saliti a 161 mila nel 2013. Otto su dieci sono palestinesi.


(Milano/g.s.) – A fronte delle difficoltà sociali, economiche e politiche che affliggono la regione mediorientale e che inducono molti ad emigrare, in Israele aumenta il numero dei cristiani.

I dati relativi al 2013 e diffusi la vigilia di Natale dall’Ufficio centrale di statistica israeliano parlano di 161 mila persone, in maggioranza arabe e concentrate in Galilea. Lo stesso servizio governativo aveva contato 158 mila cristiani nel 2012.

I palestinesi con passaporto israeliano rappresentano il 79,8 per cento della comunità cristiana. Il rimanente 20 per cento è costituito per lo più da battezzati provenienti dai Paesi dell’ex Unione Sovietica (immigrati negli anni Novanta al seguito di congiunti ebrei con diritto di cittadinanza in Israele in virtù della Legge sul ritorno) e da un più esiguo contingente di cristiani di varie nazionalità.

Il 9,5 per cento dei cristiani arabo-palestinesi vive nel distretto di Gerusalemme, mentre l’84 per cento sta nel nord di Israele, e si concentra particolarmente nelle città di Nazaret (che conta 22.400 cristiani) e di Haifa (14.600). I cristiani non arabi sono invece sparsi un po’ ovunque, soprattutto a ridosso delle maggiori città: quasi il 39 per cento abita nell’area di Tel Aviv, mentre il 34,4 per cento vive ad Haifa e dintorni.

Che in un’ora tanto cupa per il Medio Oriente arabo, Israele ci tenga a presentarsi come un’oasi di rispetto della libertà religiosa non sorprende. Il 30 dicembre scorso, ricevendo una delegazione dei responsabili delle Chiese cristiane per gli auguri di inizio anno, il presidente Shimon Peres ha rimarcato che «Israele è da sempre impegnato, e continuerà ad esserlo in futuro, nel garantire la libertà religiosa e di culto». «Continueremo ad assicurare a tutti l’accesso ai luoghi santi», ha detto Peres sorvolando sugli ostacoli che incontrano i cristiani palestinesi di Cisgiordania e Gaza se vogliono visitare i luoghi santi situati nel territorio controllato da Israele.

Tanto il capo dello Stato israeliano quanto il ministro dell’Interno Gideon Sa’ar – anch’egli presente all’incontro di fine anno – si sono rammaricati per gli episodi di vandalismo e oltraggio che si ripetono in Israele a danno di luoghi di culto e proprietà cristiane, ma anche di religiosi e membri del clero. I due uomini politici hanno espresso condanna per questi fenomeni e assicurato la volontà di contrastarli.

Il patriarca greco ortodosso Theophilos III, prendendo la parola a nome degli altri ecclesiastici presenti al palazzo presidenziale, ha voluto ringraziare Peres per aver espresso chiaramente la sua condanna davanti a ogni episodio di intolleranza rivolto contro i cristiani in Israele e, specialmente, a Gerusalemme.

 

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