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Come viveva Arsuf? Indagini in discarica

fra Eugenio Alliata ofm
8 ottobre 2013
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Lungo la riva del Mare Mediterraneo, a nord di Tel Aviv e a sud di Herzliya, non tanto lontano dalle più vaste e moderne installazioni militari-industriali d’Israele, giacciono le rovine di una città antichissima e ricca di storia che va sotto il doppio nome di Apollonia-Arsuf. Il primo nome, greco, e il secondo, semitico (ambedue richiamo di antiche divinità pagane), sembrano il riflesso diretto di quel calderone culturale che sempre è stato, e continua ancora ad essere, il Medio Oriente.

Le rovine del castello appaiono tuttora imponenti. La forma originale del mastio, impostato su base pentagonale, è comprensiva di grandi torri e corrispondenti antemurali di forma semicircolare. Il fossato, ampio e profondo, ne completa la difesa sui lati che non siano già sufficientemente protetti dallo strapiombo verso il mare. Il luogo praticamente non fu più abitato da nessuno in seguito alla conquista armata e distruzione sistematica del sito operata dal califfo Baybars nel 1265. Pur essendo sotto la minaccia dell’estensione inarrestabile delle città vicine, il sito archeologico è protetto dalla sua recente istituzione a Parco nazionale israeliano ed iscrizione tra i monumenti di importanza mondiale ad opera dell’Unesco.

L’interesse dei visitatori si concentra su quanto di più appariscente offre il sito sotto l’aspetto ambientale e monumentale, l’interesse degli archeologi dell’Università di Tel Aviv, in collaborazione con altre istituzioni internazionali, sembra invece indirizzarsi sui più umili resti che rimangono ancora sepolti sotto terra. Sono difatti state portate alla luce notevole quantità di installazioni di natura agricola come pressoi per il vino e l’olio, o tipicamente industriale, come laboratori per la produzione di vasi in vetro e ceramica. È stato indagato anche il porto marittimo, con le sue strutture di supporto, avvalendosi anche della locale florida branca di archeologia subacquea.

Ultimamente l’indagine si è concentrata su di un elemento piuttosto originale. Sono state indagate infatti alcune discariche bizantine (quinto, sesto e settimo secolo dopo Cristo) che si presentavano particolarmente promettenti per l’abbondanza e la qualità dei reperti. Lo studio è di grande importanza soprattutto in vista di una ricostruzione della vita quotidiana degli abitanti e della loro identità sociale, religiosa e culturale. Ci si propone, in parole povere, di dare un arisposta alla domanda: chi erano e come vivevano gli abitanti di Apollonia-Arsuf (detta anche in quel periodo Sozousa), usando come strumento di mediazione conoscitiva, per così dire, i loro immondezzai. Una delle discariche esaminate era costituita da una fossa di più di trenta metri di ampiezza e in mezzo a tonnellate di cocci è stata recuperata una moneta d’oro, preziosi ornamenti di vestiario, anellini bronzei, qualcuno con iscrizioni, più di duecento lampade di terracotta intere, alcune mai usate, e una lanternetta con la forma di un edificio ecclesiastico. E tante altre cose. In particolare dalla forma e decorazione delle lampade, così come dalle iscrizioni sugli anelli, è apparsa chiara l’importanza, anche numerica, della popolazione di religione samaritana, oltre che cristiana, presente nella città. Non lontano di qui a tutt’oggi i samaritani faticano a sopravvivere in minuscole comunità il cui destino futuro è tutt’altro che assicurato, ma conservano tuttavia in mezzo a difficoltà grandissime il ricordo della medesima lingua, scrittura e religione. Questo può essere dunque visto come un incoraggiamento alla loro sopravvivenza.

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