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Anna, colei che confida nel Signore

don Vincenzo Lopasso
8 ottobre 2013
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Assieme al marito Elkana, ogni anno Anna (che significa «la Graziosa»), in occasione della festa dei Tabernacoli (o delle Capanne – Sukkot in ebraico – che quest’anno si celebra dal 19 al 25 settembre – ndr), si recava a Silo per offrire sacrifici. Come tutte le donne sterili dell’Antico Testamento, non si rassegnava all’idea di non poter avere figli. Anche se godeva dell’affetto del marito, doveva subire l’insulto della seconda moglie di lui, Peninna, la quale non si faceva sfuggire l’occasione di ferirla. Quella volta, Eli, sacerdote del luogo, non accorgendosi che ella pregava sottovoce il Signore, la prende per ubriaca. Invece Anna, piangendo, chiedeva al Signore di poter avere un figlio e gli prometteva che se l’avesse avuto, raggiunta l’età dello svezzamento, glielo avrebbe offerto, come nazireo (1 Sam 1, 1-11).

Il racconto prosegue dicendo che Dio «si ricordò» di Anna, la quale ebbe un figlio che chiamò Samuele («l’ho chiesto al Signore»). All’età di circa quattro anni il ragazzo è condotto dalla madre nel santuario perché possa vivere per sempre alla presenza del Signore. Commovente è la descrizione dell’incontro della donna con Eli: «Io sono quella donna che stava qui presso di te a pregare davanti al Signore» (1,26). Di fronte al sacerdote Anna eleva un cantico con il quale loda il Signore per quanto ha operato in lei e per il modo in cui opera nella storia, abbattendo i potenti e innalzando gli umili (1 Sam 2,1-10). Sentimenti, questi, simili a quelli espressi da Maria nel Magnificat (Lc 1,46-55).

Sebbene non più menzionata nella Bibbia, Anna è una delle figure femminili più grandi della tradizione del popolo di Dio. È innanzitutto vista come donna forte. In preda alla sofferenza, ha il coraggio di sfidare Eli che l’aveva ritenuta ubriaca. Questi, essendo sacerdote, avrebbe dovuto sapere che la ragione di quel comportamento era ben altra. In questo, non può riconoscerlo come giudice su di lei (1,14-16).

Anna riflette il volto di quegli oranti che vivono un’esperienza umana e religiosa analoga alla sua ed invocano il riscatto e la liberazione. Rappresenta il popolo degli umili, di coloro che pregano il Signore e ripongono in lui la loro fiducia, trovando in lui rifugio contro coloro che godono di maggior fortuna. La sua figura è parallela, per alcuni versi, a tanti altri personaggi dell’Antico Testamento: ad esempio, a Elia che prega il Signore confidando nel suo intervento che presto si farà presente; allo stesso Abramo, il quale, dopo averlo aspettato per lungo tempo, alla fine è pronto a sacrificare al Signore quell’unico figlio che amava sopra ogni cosa; a Geremia, perché deve sopportare l’insulto.

Anna ci istruisce anche sulla fede. Invocando Dio come «Signore degli eserciti» – particolare, questo, notato dai maestri ebrei – esprime la fede in Dio creatore, a cui nulla è impossibile. Se Dio ha creato tutte le cose finalizzandole a uno scopo, non può permettere nella sua onnipotenza e bontà che una donna, che è stata voluta da Dio per trasmettere la vita, non possa avere figli. Anche in questo particolare sulla fede, Maria si identifica in lei, quando crede alle parole dell’angelo che nulla è impossibile a Dio (Lc 1,37).

La grandezza di Anna non è sfuggita alla tradizione rabbinica. In particolare, il Talmud Babilonese si sofferma a commentare l’episodio di 1 Sam 1 e presenta Anna, non soltanto come una delle donne forti di cui parla la Bibbia, ma come modello di preghiera, sia per uomini che per donne, che si recano in sinagoga. La preghiera di Anna è esaudita, perché impregnata di umiltà e sofferenza. Ed è fatta con tutto il cuore («ho aperto la mia anima davanti al Signore», 1,15).

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