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Squadriglie di Palestina

Louise Couturaud
22 luglio 2013
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Mi hanno soprannominato “l’anima dello scoutismo palestinese”»… Queste poche parole basterebbero per presentare Abu Bishara Odeh. Ex capo scout, responsabile dello scoutismo palestinese a livello internazionale, memoria storica e oggi autore di un libro sui cent’anni del movimento scoutistico in Palestina.

Abu Bishara abita a Beit Jala, a due chilometri da Betlemme, in Cisgiordania. La sua casa è attigua a un piccolo negozio, di proprietà della famiglia. Abu Bishara lascia la cassa, il figlio posiziona un computer accanto al divano dove si è seduto e sua moglie ci offre una bevanda fresca. I clienti continuano a entrare e uscire dal negozio, ma ormai Abu Bishara è assorbito dalle nostre domande. «Perché scrivere un libro sullo scoutismo palestinese? A causa della mia età!», dice ridendo. «Ho 75 anni – dice con aria maliziosa – ma è un segreto!». Più serio, assicura: «Era arrivato il momento di mettere nero su bianco tutto quello che so. Chi verrà dopo di me deve sapere. La storia dello scoutismo palestinese è anche la storia della Palestina».

A dire il vero, più che di un libro, si tratta di uno zibaldone di notizie, appunti personali e fotografie: «Non esistono archivi dello scoutismo palestinese a causa delle occupazioni che si sono succedute. Io, fin dal 1956, quando sono entrato nel movimento, ho cercato di raccogliere spunti e notizie». Negli anni Cinquanta Abu Bishara era insegnante, cosa abbastanza frequente nei quadri dirigenti del movimento in Palestina. Da allora sono soprattutto gli insegnanti, uomini e donne, a vestire i panni dei capi unità, assumendosi la responsabilità di gruppi di ragazzi più o meno numerosi.

Dal 1956 ad oggi la Palestina ha conosciuto profonde trasformazioni, ma il fine dello scoutismo è rimasto immutato: «Educa i giovani ad essere dei buoni cittadini». Come? Il nostro interlocutore non ha alcun dubbio: «Attraverso la “promessa”, la legge e i princìpi». Per i non esperti, questi termini suonano alquanto strani… Per diventare scout, un giovane si impegna davanti a Dio promettendo di servire il proprio Paese e la propria fede, mettendosi al servizio del prossimo e rispettando un codice di valori.

Questo codice si compone di dieci articoli, comuni agli scout di tutto il mondo: aderendo ad esso ci si impegna a essere meritevoli di fiducia, a essere leali, a servire il prossimo, a essere amici di tutti, a comportarsi bene… I principi, infine, ricordano allo scout chi deve servire: Dio, la patria e tutti gli uomini.

I classici campi estivi, a cui partecipano scolte, sestiglie, squadriglie e branchi scout, non mancano nemmeno qui. Cosa si fa? Abu Bishara elenca le componenti di questa vita particolare, ripetendo con cura la parola «insieme» per ogni attività descritta: «Si dorme in tenda insieme, si cucina sul fuoco insieme, si mangia insieme…». Al campo è la vita in comune a educare. Durante l’anno gli scout si mettono al servizio dei propri concittadini: le guide (così sono chiamate le ragazze) fanno visita, per esempio, ai ricoveri per anziani e disabili, mentre i ragazzi (esploratori) si prestano a servizi più pesanti e a corvée volontarie. Abu Bishara ricorda le due massime che dovrebbero permettere di riconoscere uno scout tra tutti: «Sempre pronti» e «Del nostro meglio». Il primo è il motto delle guide e degli esploratori tra i 12 e i 17 anni, mentre il secondo quello dei lupetti dagli 8 agli 11 anni.

A questo punto Abu Bishara prende un faldone e ci mostra delle foto d’archivio risalenti agli albori dello scoutismo in questa terra. La varietà delle uniformi, che riflette la varietà dei gruppi, è incredibile. I ragazzi sfoggiano kefiah, bustine (un berretto militare – ndr) o cappelloni, a seconda della confessione religiosa del gruppo: alcuni sono cristiani (greco-ortodossi, cattolici latini), altri musulmani. Chiedo se i vari gruppi hanno rapporti gli uni con gli altri… «Ma certo, gli scout sono tutti fratelli! Loro vanno alla moschea, noi in chiesa». Abu Bishara, infatti, è cristiano.

Ma cosa dire dei rapporti con gli scout ebrei? Abu Bishara scurisce in volto e risponde con riluttanza, quando gli faccio notare la contraddizione. La verità è che, sia in Terra Santa sia all’estero, scout ebrei israeliani e scout palestinesi si evitano e non partecipano agli stessi raduni internazionali. «Certo, lo scout è fratello di tutti – dice quasi con una smorfia di dolore – ma come si fa a dire che chi prende la tua terra è tuo fratello?». L’ideale della grande fratellanza scout si scontra duramente con il principio di lealtà verso la patria e con la cruda realtà di un conflitto che lacera due popoli.

Cambiamo argomento e Abu Bishara appare quasi sollevato. Mentre sua moglie prepara il caffè per i saluti finali, mi mostra con orgoglio un piccolo locale le cui pareti sono interamente ricoperte di insegne, di gagliardetti e di riconoscimenti. Tra gli altri, si notano un attestato che certifica la partecipazione degli scout palestinesi a un Jamboree (raduno ufficiale di scout a livello mondiale – ndr), altri che ricordano campi fatti in Grecia, Vietnam, Egitto, Sud Africa, Slovenia… Troviamo anche un copricapo proveniente dall’Europa, diversi fazzolettoni palestinesi e, su una parete, alcuni pezzettini di legno legati tra loro da un cordone di cuoio: uno scout competente vi riconoscerebbe subito un attestato del livello di formazione scout.

Questa sorprendente collezione è il segno tangibile dell’interesse di Abu Bishara per lo scoutismo e della fiducia nel suo avvenire. Anche oggi, infatti, il movimento è presente e vitale in Palestina. E continua a crescere per formare nuovi cittadini. A patto che si mantenga fedele alla sua vocazione, «che sta tutta nella promessa e nella legge», chioserebbe probabilmente Abu Bishara.

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