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I reflui non trattati, l’altra faccia dell’emergenza idrica

Marta Fortunato
5 luglio 2013
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La contaminazione delle acque e delle falde acquifere sono tra le principali minacce ambientali per i palestinesi della Cisgiordania. Gli impianti di trattamento degli scarichi civili sono insufficienti, ma le autorità israeliane limitano la costruzione di nuove strutture. Gli insediamenti concorrono ad inquinare con depuratori sottodimensionati.


(Betlemme) – Mar Saba è un antico e suggestivo monastero greco ortodosso arroccato su una parete di roccia nel mezzo di una valle desertica (Wadi Joz) che separa Gerusalemme dal Mar Morto. Un luogo silenzioso e mistico che un tempo veniva cullato dallo scorrere delle limpide acque del fiume Kidron. Oggi il corso di acqua è diventato un canale di scolo per gli scarichi provenienti principalmente dagli insediamenti israeliani di Gerusalemme Est. L’odore è nauseabondo e non rimane altro che un flusso nero di acque reflue, di sacchetti di plastica e di schiuma che inquina e deturpa l’affascinante deserto circostante.

Come i monaci di Mar Saba, anche centinaia di migliaia di palestinesi che vivono in piccoli villaggi vicino agli agglomerati israeliani devono affrontare lo stesso dramma. Nahalin e Wadi Fukin sorgono a pochi chilometri dalla città di Betlemme e sono noti per la rigogliosa produzione di frutta e verdura che soddisfa i bisogni di tutta l’area. «I nostri campi sono in pericolo, minacciati dal flusso delle acque di scolo che proviene dalla colonia di Betar Illit», racconta Diab Najajrah, residente di Nahalin e membro attivo all’interno del consiglio del villaggio. «Il problema principale – riprende – è che l’impianto di trattamento delle acque reflue situato all’interno dell’insediamento non è sufficiente per far fronte alle grandi quantità di rifiuti prodotti dagli israeliani che vi abitano». Così è molto frequente che le acque di scolo esondino e si riversino sulle terre palestinesi, provocando un grave danno per l’ambiente, la salute e l’economia del villaggio.

«Il problema non è solo il cattivo odore ma le conseguenze dell’inquinamento e della contaminazione dell’acqua sulla nostra salute e su quella dei nostri figli», spiega Mohammad, che abita nel villaggio di Wadi Fukin. In queste aree infatti sono molto frequenti la diarrea, le allergie, le malattie della pelle e l’asma, soprattutto tra i più piccoli. Shirin tiene in braccio il piccolo Fu’ad, di soli due anni. « Piange da due giorni e non riusciamo a farlo smettere – racconta la giovane moglie di Mohammad -. Il dottore ci ha dato delle medicine, dice che è colpa dell’acqua, inquinata a causa delle infiltrazioni fognarie».

La contaminazione delle acque e delle falde acquifere sono le principali minacce ambientali per i palestinesi della Cisgiordania. Secondo le norme internazionali (si veda, ad esempio, l’articolo 56 della Quarta Convenzione di Ginevra) Israele, in qualità di potenza occupante, ha il dovere di assicurare e mantenere, in cooperazione con le autorità nazionali e locali la salute e l’igiene pubblica nei territori occupati. Invece, dal 1967 ad oggi ha limitato la costruzione di impianti di trattamento dei rifiuti e delle acque reflue per la popolazione palestinese. Soltanto tra il 1995 e il 2011, su 30 progetti sottoposti dall’Autorità Palestinese ad Israele solo 4 sono stati approvati.

Al momento, in Cisgiordania, esiste un solo impianto di depurazione, ad Al Bireh (Ramallah), che tuttavia non è sufficiente per rispondere alle quantità di acque di scarico prodotte. Inoltre solo il 31 per cento delle case palestinesi è collegato alla rete fognaria mentre il rimanente 70 per cento fa uso di pozzi neri e di fosse biologiche, che rappresentano un grave pericolo per l’ambiente.

Vi è poi, come si diceva, l’inadeguatezza degli impianti di trattamento collocati dentro gli insediamenti. Secondo i dati del Centro di ricerca applicata di Gerusalemme, ogni anno il mezzo milione di ebrei israeliani che vive in Cisgiordania – Gerusalemme Est compresa – produce 54 milioni di metri cubi di acque reflue provenienti dal consumo domestico, una quantità che è maggiore di quella prodotta dai due milioni e mezzo di palestinesi della Cisgiordania e che viene trattata solo in parte.

«È un dramma umano e ambientale» racconta Omar, del campo di profughi palestinesi di Shu’fat, a Gerusalemme Est. «Le acque fognarie della popolazione del campo e dei vicini insediamenti israeliani si riversano in quest’area e le conseguenze sono disastrose. Ci sono topi e insetti che si aggirano in questa zona e quando piove i pianterreni di alcune case vengono completamente sommersi».

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