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Negoziati tra Santa Sede e Israele, l’ottimismo del nunzio Lazzarotto

Manuela Borraccino
19 giugno 2013
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Negoziati tra Santa Sede e Israele, l’ottimismo del nunzio Lazzarotto
L'arcivescovo Giuseppe Lazzarotto, rappresentante pontificio presso Israele e l'Autorità Palestinese. (foto: Isaac Harari/Flash90)

Per concludere i lunghi negoziati fra Santa Sede e Israele restano ancora pochi ostacoli da superare. Il rappresentante pontificio presso Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese mons. Giuseppe Lazzarotto, dal novembre 2012 di stanza a Gerusalemme, si dice «ottimista» in un colloquio con Terrasanta.net, avvenuto quest'oggi in Vaticano.


(Roma) – Per concludere i lunghi negoziati fra Santa Sede e Israele restano ancora pochi ostacoli da superare. Il rappresentante pontificio presso Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese mons. Giuseppe Lazzarotto, dal novembre 2012 di stanza a Gerusalemme, si dice «ottimista» in un colloquio con Terrasanta.net. A margine dell’assemblea della Riunione opere aiuto Chiese orientali in corso in Vaticano, ci dice che entro l’anno «si arriverà a capire se ci sarà la conclusione» dell’Accordo su aspetti fiscali ed economici e su alcune proprietà contese in Israele, in discussione dal 1997.

Eccellenza, i negoziati con lo Stato di Israele proseguono da anni. Quanto manca ancora alla fine?
Quel che posso dire è che restano da chiarire due punti: in primo luogo devono essere definiti certi aspetti concreti che riguardano alcuni luoghi e istituzioni della Chiesa cattolica in Terra Santa; in secondo luogo c’è la questione di principio sull’applicazione degli Accordi, la cosiddetta «validità territoriale». Occorre definire in modo conclusivo questi aspetti per impedire che l’applicazione degli Accordi divenga problematica, o crei nuovi problemi invece di risolverli. Ma non siamo lontani dalla conclusione, non penso manchi molto: le linee generali sono già state definite. Adesso si tratta di trovare le formulazioni più adatte per affermare i princìpi in maniera chiara: questo richiede tempo.

Pensa che rimarranno in piedi le esenzioni fiscali delle quali le istituzioni cattoliche hanno goduto in passato?
Negli Accordi le istituzioni verranno distinte nettamente in base alla loro attività: ad esempio verrà distinto nettamente tutto ciò che riguarda attività commerciali sulle quali sarà inevitabile pagare delle tasse, da quello che riguarda invece la presenza e il carattere di altre istituzioni cattoliche per l’attività che l’istituzione svolge. Ad esempio conventi o monasteri che non svolgono attività di lucro non verranno trattati allo stesso modo di una casa di accoglienza, e così andranno trovate formule per istituzioni con finalità educative o assistenziali. Possono sembrare cose ovvie, ma nella complessità della realtà concreta della Terra Santa spesso è tutto mischiato e va invece definito con la massima precisione possibile.

Quanto pensa che ci vorrà per la fine?
(Sorride). Su questo non posso essere profeta! Auspico che sia il più presto possibile. Credo che entro quest’anno dovremmo capire se ci sarà la parola fine o no. Poi i tempi si potranno allungare per la ratifica, ma entro l’anno dovremmo capire se si arriverà alla firma.

È ottimista?
Direi di sì, perché il grosso del lavoro è fatto: sarebbe grave se dovessimo ricominciare tutto da capo. Realisticamente, con gli elementi che abbiamo in mano, sento di poter dire che siamo abbastanza vicini alla conclusione.

Come mai in 16 anni non si è ancora arrivati alla conclusione? Che idea s’è fatto in proposito?
Sinceramente non mi meraviglio dei tempi, perché al di là di tutta una serie di vicende che hanno costellato questi anni c’erano sul tappeto vari aspetti tecnici che dovevano essere valutati in maniera precisa. Quando si parla di tasse, si sa, entrano in gioco la storia, la tradizione, le legislazioni locali, i parametri stabiliti, le attività svolte, in che misura e in che forma, numerosi ministeri coinvolti. Dunque non c’è da stupirsi che ci siano voluti così tanti anni. Potrà anche apparire un tempo lungo, ma vista la complessità della Terra Santa era molto più importante fare le cose bene che farle in fretta.

I negoziati riguardano anche una trentina di proprietà contese. Ci sono stati sviluppi sulla questione della restituzione del Cenacolo alla Chiesa cattolica?
L’argomento è all’ordine del giorno, benché non strettamente parte dell’Accordo. Quel che posso dire è che ci stiamo lavorando, con prospettive positive. Vorrei sottolineare che tutte le parti interessate sono state coinvolte: Santa Sede, Custodia di Terra Santa, autorità israeliane e autorità islamiche, poiché com’è noto il Cenacolo è Waqf, ovvero proprietà familiare religiosa. Non sarà «restituzione» la formula che verrà impiegata, ma con realismo si sta piuttosto cercando di arrivare ad un «uso sistematico e contiuativo come Luogo santo e quindi di culto» della sala del Cenacolo.

Lei aveva già vissuto in Israele dal 1982 al 1984. Che cambiamenti nota dopo 30 anni?
Purtroppo la situazione è decisamente peggiorata in questi 30 anni. Ho trovato la vita quotidiana dei cristiani in Terra Santa molto più difficile rispetto al passato, specialmente a causa della costruzione del Muro (la barriera che gli israeliani vanno erigendo dai primi anni del Duemila – ndr). Non si tratta solo del Muro in sé, ma di ciò che esso esprime, del clima che crea. Il muro rimarca la volontà di separazione e di autoesclusione: questo è l’aspetto più complesso e difficile da superare. Oltre al muro fisico, che il giorno che si arriverà ad un accordo di pace potrebbe anche venir abbattuto, è un muro morale che è stato eretto nella mente e nel cuore delle persone: questo aspetto a mio avviso è ancora più negativo della separazione, già di per sé dolorosa e difficile, delle famiglie e comunità che si sono trovate su lati opposti. La Santa Sede ha un’altra visione di come creare sicurezza, e di come giungere a una soluzione del conflitto arabo-israeliano.

Qualcosa è migliorato?
Ho trovato decisamente più distesi i rapporti fra le comunità cristiane presenti in Terra Santa: segno che il dialogo ecumenico prosegue speditamente, e comincia a dare dei frutti. C’è molta più fraternità, più collaborazione e soprattutto desiderio di fare insieme, pregare insieme, stare insieme. Questo trent’anni fa non era affatto così evidente: ho trovato un’intesa che mi ha allargato il cuore.

Lei è al suo primo anno di mandato. Che cosa le piacerebbe realizzare durante la sua missione?
Mi piacerebbe essere ricordato come uno che si è impegnato ossessivamente a seminare speranza; come uno che ha svolto il suo ministero incoraggiando, e alimentando la speranza laddove c’è già: perché il pericolo più grave oggi in Terra Santa è lasciarsi vincere dallo scoramento e dalla frustrazione per il vedere pochi cambiamenti sul terreno, per il non scorgere miglioramenti della situazione. Mai pensare che le cose non possano cambiare! Guai a pensarlo! Occorre seminare speranza a tutti i costi, e farla crescere.

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