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La guerra nascosta

di Giuseppe Caffulli
16 maggio 2013
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A una quindicina di chilometri dal confine siriano, in territorio giordano, dal luglio 2012 è stato aperto dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Acnur) il campo profughi di Za’atari. Da tutta la Siria, ormai incessantemente, arrivano famiglie, giovani e vecchi, in fuga dalla guerra e dalle violenze. Za'atari è oggi uno specchio che riflette tutte le ferite e le contraddizioni di un Paese stravolto dal conflitto.


A una quindicina di chilometri dal confine siriano, in territorio giordano, dal luglio 2012 è stato aperto dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Acnur) il campo di Za’atari. Da poche decine di tende, in 10 mesi il campo è diventato un immenso agglomerato umano: a fine marzo scorso si stimava che i profughi fossero circa 180 mila. Un numero che cresce al ritmo di 1.500-2.000 unità al giorno. Da tutta la Siria (ma in maniera prevalente dai governatorati di Damasco e di Homs), ormai incessantemente, arrivano famiglie, giovani e vecchi, in fuga dalla guerra e dalle violenze: da una parte l’esercito lealista di Bashar al Assad, dall’altra gli insorti e le fazioni combattenti dell’esercito libero e dei vari gruppi jihadisti.

Za’atari è oggi uno specchio che riflette tutte le ferite e le contraddizioni della Siria. Non a caso, nel campo, di tanto in tanto, si registrano anche tafferugli: anche tra le fila dei rifugiati c’è chi si è schierato a favore degli insorti e chi invece continua a ritenere Assad il male minore per la Siria.

Uno sguardo duro e disincantato sulla realtà della guerra siriana ci arriva da Where the War Still Echoes («Dove la guerra ancora risuona») un film prodotto da Irin, l’agenzia d’informazione dell’Onu. La pellicola (visionabile online) racconta la storia, emblematica, di Selim e Leila, contadini della provincia di Dera’a, la città da cui è partita la rivolta anti-Assad, costretti a lasciare il proprio villaggio a seguito di un raid dell’esercito lealista. Dopo un lungo viaggio notturno, a piedi, cercando di evitare gli uomini di Assad, Selim e Leila superano il confine giordano e raggiungono il campo, dove trovano una tenda pronta ad accogliere loro e gli otto figli piccoli. Ma il cuore e la mente sono sempre oltre quel confine, dove hanno lasciato i loro affetti e la loro vita. E da dove giungono distintamente gli echi della battaglia.

Nel campo, Leila si prende cura, oltre che dei suoi figli, di tre orfani e della nipote Fatma, che ha perso il padre. Piano piano, grazie agli operatori sociali dell’Acnur, della Croce Rossa e delle ong impegnate a Za’atari, la famiglia riprende un barlume di vita normale: i figli vanno a scuola, le donne si ritrovano davanti a un tè, gli uomini discutono fumando un narghilè. Ma le ferite non possono rimarginare…

La macchina da presa insegue i protagonisti nei vari momenti della vita quotidiana, ne registra le confessioni, le riflessioni, le paure e paranoie… Mostra la vita del campo nella sua essenzialità: i servizi sanitari, l’accompagnamento psicologico, le mense… Indaga i discorsi degli uomini, frustrati da una vita sospesa, che ascoltano le tivù e le radio vicine agli insorti e alle fazioni musulmane… Vengono invitati a ritornare, a non coprirsi di disonore restando inermi di fronte al massacro che si sta consumando in Siria. Un conflitto ulteriore (e interiore) tra il desiderio di mettere in salvo la propria vita e la propria famiglia, e il richiamo al dovere di difendere la propria terra.

Il film è un pugno nello stomaco, anche perché segna la distanza tra la rappresentazione che i media danno della guerra siriana e la realtà nascosta dei profughi (ormai mezzo milione) e delle decine di migliaia di vittime civili. È una medicina amara che va somministrata, perché tutti si possa essere coscienti del dramma che la Siria sta vivendo.

(Twitter: @caffulli)

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