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A proposito di famiglie separate

Annalisa Ferramosca
16 maggio 2013
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A proposito di famiglie separate

La lettrice Annalisa Ferramosca non condivide l'impostazione dell'articolo Quelle famiglie separate per legge, pubblicato su Terrasanta.net il 9 maggio scorso, e ci spiega perché.


Ho letto su Terrasanta.net l’articolo Quelle famiglie separate per legge.

Potrei anche sorvolare sulla presentazione unilaterale dell’argomento, che ignora totalmente le ragioni di sicurezza di Israele (non a caso la legge risale agli anni della cosiddetta seconda intifada, vale a dire dell’ondata di attacchi terroristici che annegò nel sangue le speranze di pace nutrite dagli israeliani) e non si pone neppure il quesito su quanti Stati permettano ai propri nemici di risiedere nel proprio territorio.

Ma vorrei sapere quale legge israeliana priva della cittadinanza i cittadini israeliani non ebrei che fissino all’estero la residenza. Per quante ricerche abbia fatte, non ne ho trovata traccia, anzi, ho trovato, anche su siti ferocemente polemici verso Israele, affermazioni in senso contrario.

A meno che l’autrice dell’articolo non si sia confusa con le persone (quali gli arabi di Gerusalemme che non si avvalgano della facoltà di chiedere la cittadinanza israeliana) che hanno lo status di residenti permanenti, il quale si può perdere se si trasferisce all’estero la residenza.

In attesa di un chiarimento e, se del caso, di una correzione dell’articolo sul punto, vi porgo i più cordiali saluti,

Annalisa Ferramosca 

— 

Nutriamo totale rispetto per il popolo di Israele e il suo Stato. Riconosciamo il diritto alla sicurezza di quella Nazione e non ne ignoriamo le ragioni, di cui abbiamo dato conto più volte su Terrasanta.net.

Analogo rispetto tributiamo, d’altronde, a tutti i popoli del Medio Oriente. Un rispetto che, soprattutto in tema di diritti umani, non implica uno sguardo acritico alle politiche – per loro natura contingenti e fallibili – poste in essere dalle competenti autorità civili o militari.

Lo Stato di Israele ha certamente molti nemici. Ma nell’articolo preso in considerazione si parla dei diritti di cittadini israeliani, palestinesi quanto a stirpe, ma cittadini come gli altri (nella misura in cui si vogliano applicare i princìpi di una democrazia di stampo occidentale).

Rispetto ai temi presentati nell’articolo citato sorge spontaneo qualche interrogativo: fino a che punto uno Stato ha diritto, sia pure in nome della propria sicurezza, di ostacolare anche le scelte affettive e coniugali dei suoi cittadini? E, più ampiamente, quali  sono le limitazioni e le prerogative di una democrazia quando si concepisce non come laica, ma come Stato “di qualcuno” (degli ebrei, dei musulmani o dei cristiani)?

Possiamo sbrigativamente ascrivere alla categoria di “nemico” una popolazione indigena che vive sulla terra abitata dai suoi avi, senza prestare orecchio anche alle sue ragioni (soprattutto quando vengono espresse, come nel caso specifico, in modo non violento)?

Nell’articolo citato non abbiamo scritto che in Israele esistono leggi volte a revocare la cittadinanza ai palestinesi che espatriano (gli abitanti palestinesi di Gerusalemme Est restano semplici residenti, con una carta di identità specifica, e non hanno facoltà di chiedere la cittadinanza israeliana neppure se lo volessero). Se qualche espressione lo ha fatto erroneamente intendere, ne facciamo doverosamente ammenda. Non è d’altronde difficile riconoscere che quando si allontana dal proprio Stato per andare a vivere all’estero un individuo ha minori possibilità di godere pienamente dei diritti derivanti dal suo status di cittadino del Paese d’origine e dovrà misurarsi con non poche asperità.

Resta il fatto che non è raro che i cittadini palestinesi di Israele si sentano discriminati rispetto ai connazionali nella vita di tutti i giorni (si veda in proposito, ad esempio, il materiale raccolto dal Centro Adalah).

È chiaro a tutti che il confronto tra israeliani e palestinesi è già oggi (e tanto più lo sarà in prospettiva futura) una sfida demografica dagli esiti decisivi. Su questo versante, ne siamo ben consapevoli, non ci sono soluzioni semplici. Tuttavia ci permettiamo di dubitare che possano essere foriere di pace politiche o prassi che inducono una parte dei propri cittadini a dover rinunciare ai suoi diritti fondamentali oppure ad andarsene.

Grazie per la sua attenzione e per averci offerto l’opportunità di dialogare.

Giuseppe Caffulli

 

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