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A Roma si discute di un più ampio sostegno agli insorti siriani

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26 febbraio 2013
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A Roma si discute di un più ampio sostegno agli insorti siriani
Il segretario di Stato americano John Kerry nei prossimi giorni a Roma per presiedere la Riunione ministeriale ristretta sulla Siria. (foto: U.S. Government)

Il governo italiano si orienta in modo sempre più deciso per un «sostegno militare» alle opposizioni siriane. Giovedì 28 febbraio si svolgerà a Roma la Riunione ministeriale ristretta sulla Siria, ovvero un vertice - presieduto dal neo segretario di Stato americano, John Kerry - degli undici Paesi più coinvolti nella crisi siriana.


(Milano/c.g.) – Il governo italiano si orienta in modo sempre più deciso per un «sostegno militare» alle opposizioni siriane. Giovedì 28 febbraio si svolgerà proprio a Roma la Riunione ministeriale ristretta sulla Siria, ovvero un vertice – presieduto dal neo segretario di Stato americano, John Kerry – degli undici Paesi più coinvolti nella crisi siriana.

Secondo quanto si apprende dal sito web del ministero degli Esteri italiano, «a Roma l’Italia e i Paesi europei proporranno agli Stati Uniti maggiore flessibilità nelle misure in favore dell’opposizione al regime di Assad. In particolare, chiederanno che gli aiuti “non letali” (ovvero gli aiuti che non servono direttamente ad uccidere –come elmetti, divise, apparati radio, automezzi, cibo e tecnologia – che vengono già assicurati agli insorti siriani da parte Paesi occidentali – ndr) vengano estesi fino a comprendere anche l’assistenza tecnica, l’addestramento e la formazione, in modo da consolidare l’azione della coalizione, sulla scia di quanto espresso nell’ultimo Consiglio Affari Esteri dell’Unione Europea».

L’appoggio proposto dal governo italiano in «assistenza tecnica, addestramento e formazione» all’opposizione siriana costituisce un passo in più verso un impegno militare più diretto e lascia perplessi non pochi osservatori, anche per via del comportamento che la stessa opposizione armata, difficilmente governabile, sta tenendo sul campo. Una Commissione d’indagine indipendente istituita dalle Nazioni Unite, lo scorso 22 febbraio ha pubblicato un rapporto sulle violazioni dei diritti umani che si stanno perpetrando in Siria. Pur indicando il governo siriano come il maggior artefice delle violazioni, il rapporto elenca una serie di  crimini – rapimenti, torture, uccisioni – che hanno visto come protagonisti gli uomini del Libero esercito siriano (o fazioni armate che ne portano il nome senza rispondere dei propri comportamenti ai responsabili della struttura).

All’incontro di Roma – oltre ai leader dei Paesi che sostengono l’opposizione – saranno presenti anche i responsabili dell’opposizione al presidente Bashar al Assad. Questi ultimi inizialmente avevano deciso di non partecipare, in segno di protesta per le ultime sanguinose stragi di civili, attribuibili all’esercito governativo. Il segretario di stato americano, John Kerry, e il ministro degli Esteri britannico, William Hague, sono riusciti però in extremis a convincerli, promettendo «un aiuto specifico per alleviare le sofferenze» del popolo siriano; volendo intendere con questa espressione, probabilmente, un maggior coinvolgimento anche militare nell’aiuto ai ribelli.

Sul fronte diplomatico, invece,non sembrano esserci purtroppo progressi significativi verso la pace: lunedì Walid al Muallem, ministro degli Esteri di Damasco, ha dichiarato – nel corso di una sua visita a Mosca – di essere pronto a parlare «con chi desidera il dialogo, inclusi coloro che imbracciano le armi». «Non mi siederò con lui e con nessuno dei suoi – ha risposto Selim Idriss, responsabile del Libero esercito siriano – prima che si smetta di uccidere o prima che l’esercito abbandoni le città».

L’Italia, Paese organizzatore dell’incontro di giovedì, come molti altre nazioni occidentali non riconosce più il regime siriano come legittimo, e sostiene un’iniziativa diplomatica basata sulle proposte dell’opposizione «che consenta – come auspica il ministro degli Esteri Terzi – di porre fine quanto prima al conflitto, avviando la transizione verso la democrazia e lo Stato di diritto».

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