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Fady Noun: «Ecco cosa il Libano si attende da Benedetto XVI»

Manuela Borraccino
4 settembre 2012
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Fady Noun: «Ecco cosa il Libano si attende da Benedetto XVI»
Il giornalista libanese Fady Noun.

I cristiani libanesi si aspettano dal Papa «un forte incoraggiamento» sulla via della costruzione dell’unità nazionale, che resta «il cuore dei problemi del Libano». Ma anche i musulmani, spiega in questa intervista Fady Noun, vicedirettore di L’Orient-Le Jour, il maggiore quotidiano francofono del Paese, attendono quello che il Papa dirà, o non dirà, sulla situazione regionale e sulla Siria.


(Beirut) – I cristiani libanesi si aspettano «un forte incoraggiamento» da parte del Papa sulla strada intrapresa per la costruzione dell’unità nazionale, che resta «il cuore dei problemi del Libano». Ma anche le due comunità musulmane, sciiti e sunniti, spiega in questa intervista Fady Noun, vicedirettore de L’Orient-Le Jour, il maggiore quotidiano francofono del Paese, attendono quello che il Papa dirà, o non dirà, sulla situazione regionale e in particolare sulla guerra che sta distruggendo la Siria.

Dottor Noun, l’opinione pubblica libanese come guarda al viaggio del Papa, che sarà a Beirut dal 14 al 16 settembre?
Ci sono diversi livelli di aspettative, quelle più diffuse sono non tanto pastorali quanto politiche per quel che il Papa dirà sul Libano e sulla Siria. Soprattutto per due motivi: perché viviamo una situazione politica molto tesa e per la grande confusione che regna nei mass media in Libano, con televisioni e giornali che enfatizzano le letture politiche del viaggio del Papa su quelle propriamente pastorali.

Il 7 agosto scorso l’ex ministro Michel Samaha è stato arrestato per esser stato trovato in possesso di 23 bombe, portate in Libano dalla Siria con la sua macchina su ordine del regime siriano, per organizzare attentati ad un mese dalla visita del Papa e mentre il patriarca Rai visitava la regione. Che idea si è fatto della vicenda?
Il caso Samaha è emblematico del peso del passato e delle interferenze odierne sul Libano: è un episodio della guerra che oppone la Siria e l’Iran ad Israele e agli Stati Uniti e non è che l’ultimo esempio di come la Siria continui a condizionare pesantemente la politica libanese. E noi libanesi questo non lo vogliamo. Il Libano si è sforzato fin dall’inizio di tenersi fuori dalla crisi siriana, e finora in un certo senso ci è riuscito: non c’è nulla che il Libano possa fare che può avere un impatto su quello che accade in Siria. La quantità di armi che passa dal confine è di certo irrisoria rispetto ai rifornimenti che arrivano ai ribelli passando dall’Iraq e dalla Turchia.

Perché creare delle tensioni nel nord del Libano? A chi giova?
Fa parte della strategia della tensione nella guerra fra Siria, Iran e Occidente. Tutta la guerra civile è stata questo per Hafez al-Assad (padre e predecessore dell’attuale presidente siriano – ndr): «Volete la pace in Libano? Dovete venire a discuterne qui a Damasco». Il Libano è stata la carta che il regime siriano ha giocato per anni nei rapporti con l’Occidente, e continua a farlo ancora oggi. Il regime siriano è condannato. E nessuno quanto i libanesi ha sofferto a causa degli Assad. Ciò nonostante, com’è noto, ci sono forze politiche ed una parte dell’opinione pubblica libanese che restano a favore di quel regime.

E l’indipendenza del Libano?
Tutti ci poniamo questa stessa domanda.

Quanto contano le appartenenze confessionali?
L’ideologia è una cosa e la religione un’altra. Non nego che ci siano delle radici confessionali ma le ragioni principali della litigiosità politica sono ideologiche. Non dimentichiamoci che Hezbollah è stato fondato agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso come movimento di resistenza anti-israeliana dopo le invasioni del ’78 e dell’82, trasformando il Libano nella pedina principale del più ampio conflitto arabo-israeliano. Da allora Hezbollah non ha fatto che rafforzarsi, diventando un partito politico, ma anche un’espressione della Rivoluzione iraniana, legando in modo quasi inestricabile le sorti del Libano a quelle dell’Iran. Nel 2005 l’assassinio di Rafic Hariri (magnate ed ex primo ministro libanese – ndr) ha inferto un colpo durissimo alla comunità sunnita e in generale a tutto il Paese, risvegliando la coscienza nazionale e l’anelito per l’indipendenza: questo è stato un momento molto forte per il Libano, ma il movimento è ancora all’inizio e durerà molti anni, perché il popolo è diviso, è lacerato. Hariri non è un eroe nazionale, ma il suo assassinio ha avuto il merito di rivelare alla comunità sunnita cosa voleva dire l’occupazione siriana del Libano. Personalmente ho vissuto gli eventi del 2005 come una grande ondata di entusiasmo, di speranza che si è levata da tutto il Paese, come un risveglio. E questo è il punto in cui siamo oggi: personalmente sono a favore del movimento che è scaturito da quegli eventi, nonostante il caos in cui versiamo. Quel che è certo è che un Paese piccolo come il Libano non può che dipendere dagli altri Paesi, e questi altri Paesi commettono errori: in Egitto, in America… Si procede per tentativi, come tutti.

Hezbollah rifiuta di consegnare il proprio arsenale allo Stato. Come può un Paese sopravvivere con due eserciti?
Questo è il nodo della questione. L’autorità presuppone la gerarchia. Uno Stato deve avere un unico centro di comando: questo movimento autonomo di resistenza deve trovare un accordo con il governo libanese ed essere incluso nel sistema di difesa nazionale, se davvero vogliamo l’indipendenza del Libano. Non c’è modo di sopravvivere con due eserciti indipendenti: c’è una guerra fredda fra questi due sistemi di potere, e c’è il grande timore che Hezbollah stia cercando di assumere il pieno controllo del Paese attraverso infiltrazioni nell’esercito, oltre che con il consenso elettorale. Ma nessuno in Libano può avere il pieno controllo, perché nessuna comunità può prevalere sulle altre, come la guerra ci ha amaramente dimostrato: devi per forza scendere a patti con le altre comunità. L’unica soluzione è costruire una coscienza nazionale unitaria che includa queste varie anime.

Giovanni Paolo II definì il Libano «un messaggio». Cosa vuole dire esattamente? È uno slogan? È retorica? È qualcosa che è stato realizzato nel passato, o piuttosto qualcosa che può essere raggiunta nel futuro?
È tutte queste cose insieme, allo stesso tempo. È una dichiarazione retorica, è una visione raggiungibile, è qualcosa che c’è stato in passato ma che deve ancora essere pienamente in futuro. C’è una parte di verità in tutti questi elementi. La guerra ha portato con sé la maledizione dell’identità: e l’identità molti di noi l’hanno vissuta come incubo, per quello che ha comportato. È ora di superare tutto questo. Dobbiamo andare al di là di quanto vissuto finora con i mezzi che abbiamo a disposizione: lo Stato, la preghiera, i mass media, i partiti, il messaggio che il Papa viene a portarci. Questo è anche quello che chiediamo al Papa, come cristiani libanesi: di portarci i mezzi morali, spirituali, diplomatici per costruire l’unità nazionale, che è qualcosa che si può realizzare, con l’aiuto di Dio. Io credo nell’azione di Dio nella storia, la situazione già è migliorata rispetto ad alcuni anni fa e credo che la Chiesa, le comunità, gli individui, ciascuno possa fare molto.

Il Papa chiederà ai cristiani di non emigrare. Come guarda a questo problema?
Questo è anche il nostro assillo. Negli ultimi decenni abbiamo visto la presenza cristiana arretrare in tutto il Medio Oriente: in Turchia, in Iraq, in Palestina, in Libano e ora non vogliamo che accada anche in Siria. Per questo i patriarchi delle Chiese cristiane hanno assunto una posizione di grande prudenza riguardo alla Siria, una posizione che non si può capire senza considerare quello che è avvenuto negli ultimi 60 anni nella regione: almeno la metà dei 500 mila libanesi che hanno lasciato il Paese durante la guerra erano cristiani. Per questo oggi dico che non siamo pro o contro Assad, ma siamo perché i cristiani restino nel Paese: questa è la nostra priorità. Tutto il resto sono mezzi. Nessuno quanto i libanesi ha sofferto per il giogo siriano, nessuno quanto noi è contro le violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime siriano, nessuno quanto noi vuole la democrazia. Ma a che serve ottenere la democratizzazione della Siria se questo avverrà al prezzo di una totale scomparsa dei cristiani?

Quali saranno, secondo lei, gli esiti del viaggio papale?
Mi aspetto che il Papa illumini con la Parola di Dio la nostra situazione così complicata: vorrei che il Benedetto XVI ci incoraggiasse alla luce del Vangelo a livello spirituale, politico, sociale e anche economico sui nostri problemi e sulla mancanza di giustizia sociale. Si sa ad esempio che il patriarcato maronita ha da poco pubblicato un importante documento sul divario economico troppo grande fra ricchi e poveri in Libano, sulla pressione fiscale troppo forte per i ceti più poveri. La guerra è una sconfitta dell’umanità, la pace è una vittoria dell’umanità. Io spero che il Papa ci dia degli strumenti morali, spirituali, politici, sociali per superare questi problemi.

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