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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

A trent’anni dall’eccidio di Sabra e Chatila: «Noi, profughi in Libano ancora soli»

Manuela Borraccino
18 settembre 2012
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A trent’anni dall’eccidio di Sabra e Chatila: «Noi, profughi in Libano ancora soli»
Il parlamentare palestinese Salah Salah. (foto M. Borraccino)

Tra il 16 e il 18 settembre 1982 a Beirut, sotto lo sguardo delle truppe di occupazione israeliane, i Falangisti cristiani massacrarono centinaia e centinaia di palestinesi nei campi profughi di Sabra e Chatila. A trent’anni dagli eventi, facciamo il punto sull'attuale condizione dei profughi con il parlamentare palestinese Salah Salah, presidente del Comitato esecutivo per i rifugiati in Libano.


(Beirut) – «L’aiuto che l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) continuava ad inviare ai campi dopo la partenza dei feddayin nel 1982 si è ridotto con l’apertura dei colloqui di pace a Madrid nel 1991, per cessare completamente dopo la conclusione degli accordi di Oslo (nel ‘93)». Il tono di Salah Salah è pacato, ma le parole arrivano pesanti come macigni nel salotto del suo appartamento a Cola, Beirut Ovest. «Quanto all’Agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi (Unrwa) – rincara la dose – la riduzione negli ultimi anni dei servizi erogati, fino a ridurli a prestazioni di base in campo sanitario ed educativo, ci fanno temere che si vada verso un graduale smantellamento dell’organismo».

Membro del Consiglio nazionale palestinese (il Parlamento con sede a Ramallah, il cui mandato è scaduto nel gennaio 2010 senza che siano ancora state convocate nuove elezioni) e presidente del Comitato esecutivo per i rifugiati dello stesso Consiglio, Salah – a cui Israele ha sempre negato il permesso di recarsi a Ramallah – aveva 12 anni quando dovette lasciare il suo paese a pochi chilometri da Tiberiade, nel 1948, per non tornarvi mai più.

Oggi sono 436 mila i profughi registrati in Libano dall’Unrwa, ma secondo stime non ufficiali il numero dei residenti oscillerebbe fra 250 e 300 mila e quelli effettivamente presenti nei 12 campi sarebbero circa 200 mila. Il massacro di Sabra e Chatila del settembre 1982 (vedi scheda in coda a questo testo) non è stato che uno degli innumerevoli eccidi commessi negli anni in cui l’Olp – complici gli Accordi del Cairo voluti da Nasser nel 1969 che permettevano ai palestinesi in Libano di organizzarsi militarmente – trasformò il Libano nel campo di battaglia del più ampio conflitto arabo-israeliano.

«Solo in seguito agli accordi di Ta’if del 1990 – ricorda Salah – ci fu il primo contatto fra l’Olp e il governo libanese per cercare una riconciliazione dopo la guerra civile. L’obiettivo principale dei colloqui a Beirut fra il governo libanese e la delegazione palestinese della quale io stesso ero membro era arrivare al disarmo dei palestinesi, regolamentare la sicurezza all’interno dei campi che i libanesi volevano fosse nostra responsabilità e arrivare ad affermare i diritti civili e sociali per i palestinesi in Libano. I primi due obiettivi vennero sostanzialmente raggiunti, il terzo è stato sostanzialmente congelato».

Il Libano resta ancor oggi il posto peggiore del mondo in cui nascere per un palestinese. Sono 77 le professioni che non potrà svolgere fuori dai campi (fino al 2010 erano 95). È necessario un visto per entrare e uscire dal Paese. Il divieto dal 2001 di acquistare o ereditare una casa, unito alla confisca di qualsiasi materiale da costruzione (cemento, calce, amianto, etc.) ha esacerbato il sovraffollamento nei campi, dove non solo non si può più costruire, ma neppure riparare le fatiscenti palazzine che hanno sostituito le baracche. Solo a Chatila, nel 1949 in meno di un chilometro quadrato vivevano 4 mila persone: oggi sono 16 mila, non solo palestinesi ma anche siriani, iracheni, curdi.

«I campi profughi – rimarca Salah – sono da molti anni delle cinture di miseria in tutto simili alle baraccopoli intorno alle capitali dei Paesi in via di sviluppo, riserve di manodopera a giornata e a buon mercato. L’assurda legge che impedisce ai palestinesi di esercitare la maggior parte delle professioni (non solo quelle intellettuali, ma anche quelle di pasticcere, tipografo, giardiniere, ecc. – ndr) non ha fatto che sviluppare il lavoro nero e ha obbligato quelli che lo praticano ad accettare la metà dei salari previsti per i libanesi, a non disporre di alcuna protezione sociale, ad essere perennemente esposti al rischio di licenziamento senza giusta causa, senza preavviso e senza alcuna indennità».

La crisi iniziata intorno al 1995 della cooperazione allo sviluppo e dei fondi per le agenzie dell’Onu non ha risparmiato l’Unrwa, che ha progressivamente ridotto i servizi sanitari, educativi, assistenziali forniti nei campi, anche quelli in Libano dove la situazione è sempre stata assai più drammatica che altrove. «Oggi il timore – spiega Salah – è che l’Unrwa stia liquidando gradualmente le sue attività per smantellare definitivamente l’agenzia: tale politica, se fosse vera, avrebbe delle conseguenze gravissime, perché significherebbe che l’Onu ha optato per la permanenza dei profughi nei Paesi arabi d’accoglienza, in flagrante contraddizione con le risoluzioni 194 e 203 del Consiglio di sicurezza, ed intende lavarsi le mani dal punto di vista umanitario e politico del problema dei rifugiati palestinesi».

E poi c’è il Libano, con la sua frammentazione e le sue comunità in equilibrio precario, dove fin dal 1948 il timore maggiore è stato che i profughi palestinesi, in maggioranza sunniti, potessero alterare il peso demografico delle diverse componenti della Nazione. «Il Libano è l’unico posto in cui i palestinesi non godono di diritti. È stato così fin dal 1948 ed è ancora oggi così. I negoziati sono fermi alla bozza che avevamo presentato nel 1991, in base alla quale i palestinesi avrebbero goduto di diritti civili eccetto l’accesso alla cittadinanza libanese e l’ingresso nel pubblico impiego. Queste erano le due restrizioni, ma tutto il resto l’avevamo messo per iscritto: la possibilità di associarsi, di istituire partiti e sindacati, di avere accesso all’assistenza sanitaria, all’istruzione non fornita dall’Unrwa… Dal 1991 – racconta Salah – ho incontrato tutti i primi ministri libanesi. Ciascuno mi ha detto:Lei ha ragione, ma abbiamo bisogno di tempo…” E il momento non arriva mai. C’è la questione dell’equilibrio fra cristiani e musulmani, certo. Ma è soprattutto sentir dire che se i palestinesi trovassero stabilità perderebbero interesse a tornare in Palestina che per me è una pugnalata. Bastano forse un appartamento e un lavoro per sentirsi a casa? Non abbiamo forse diritto anche noi a un legame con la nostra terra? Ci sono molti palestinesi che hanno trovato prosperità in giro per il mondo, ma non per questo dimenticano la propria terra o smettono di reclamare il diritto al ritorno».

Nelle parole di Salah ad affossare la situazione dei palestinesi in Libano è stata soprattutto la fine dell’Olp. «Le relazioni fra noi e l’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) non sono buone», ammette Salah. «Non posso dire che non ci siano rapporti, ma certamente pesa il fatto che l’Anp non rappresenti altro che Fatah. L’Olp era molto più di questo: rappresentava tutti gli orientamenti. Fino al 1993 i palestinesi in Libano si fidavano dei loro leader, e i capi hanno fatto di tutto per migliorare le cose, tra le immani distruzioni che abbiamo subito anche dopo i fatti di Sabra e Chatila. Ma in seguito agli Accordi di Oslo (1993) l’Olp ha perso il suo ruolo e ogni interesse per i rifugiati. Oggi le autorità sono interessate quasi esclusivamente alla situazione nei Territori occupati. Con quali risultati è sotto gli occhi di tutti: gli insediamenti israeliani continuano a crescere e la libertà di movimento è sempre più ristretta. Gli Accordi di Oslo sono stati una catastrofe per i diritti dei rifugiati. Dobbiamo ripensare la nostra battaglia civile. Personalmente non vedo alcun problema nel vivere in un unico Stato bi-nazionale, nel quale non ci siano distinzioni fra ebrei, musulmani e cristiani. Potremmo vivere in pace tranquillamente».

 


La mattanza che costò il posto a Sharon

Tra la sera del 16 e la mattina del 18 settembre 1982, per vendicare l’assassinio del presidente libanese Bashir Gemayel e cacciare definitivamente l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) dal Paese, i Falangisti cristiani entrarono, con la complicità dell’esercito israeliano, nei campi profughi di Sabra e Chatila, alla periferia di Beirut, e massacrarono centinaia di palestinesi.

Il numero effettivo di vittime non fu mai chiarito: fonti libanesi parlarono di 500 morti, altre filo palestinesi di 3.500 vittime, la Croce rossa internazionale di 1.000-1.500 persone uccise, i servizi segreti israeliani di 700-800. Gli esecutori della strage rimasero impuniti.

In seguito a pressioni interne e internazionali, il governo israeliano istituì la Commissione Kahan la quale stabilì che, pur non avendo avuto una responsabilità operativa, l’esercito israeliano era al corrente dell’operazione e non fece nulla per impedirla. In seguito al rapporto della commissione, l’allora ministro della Difesa Ariel Sharon fu costretto alle dimissioni.

 

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