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In Egitto presidenziali con incognita

Giorgio Bernardelli
22 maggio 2012
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In Egitto presidenziali con incognita
Gli egiziani di nuovo alle urne per la scelta del presidente.

È una vigilia importante per l’Egitto che per la prima volta va alle urne per scegliere sul serio un presidente. Si vota il 23 e 24 maggio per il primo turno a cui concorrono tredici candidati, con eventuale ballottaggio il 16 e 17 giugno. A differenza delle legislative, svoltesi in tre diverse fasi tra novembre e gennaio, si tratta di un appuntamento elettorale dall'esito molto incerto...


È vigilia importante per l’Egitto che per la prima volta va alle urne per scegliere sul serio un presidente. Si vota il 23 e 24 maggio per il primo turno a cui concorrono tredici candidati, con eventuale ballottaggio (praticamente certo stando ai sondaggi) il 16 e 17 giugno. A differenza delle legislative, svoltesi in tre diverse fasi tra novembre e gennaio, si tratta di un appuntamento elettorale dall’esito molto incerto: se allora tutti davano per scontata la vittoria dei partiti islamisti (la sorpresa fu nelle proporzioni) questa volta – complici anche le esclusioni eccellenti decretate dalla Commissione elettorale – è difficile dire chi saranno i due che andranno al ballottaggio.

Sono cinque i nomi su cui dovrebbe convergere il maggior numero di voti: due vengono dall’area islamista, anche se con profili tra loro molto diversi. C’è il candidato ufficiale dei Fratelli musulmani, Mohammed Morsi, che però nei sondaggi sembra parecchio indietro. Molto più avanti di lui è l’islamista eterodosso Aboul Foutouh, che dalla Fratellanza è uscito nel 2009 e si è schierato fin dai primi giorni coi ragazzi di piazza Tahrir. È il candidato che ha il sostegno più trasversale, avendo tra i suoi sostenitori tanto i salafiti quanto un’icona del nuovo Egitto come Wael Ghonim, il responsabile di Google per il Medio Oriente che diventò protagonista con il suo blog durante la rivolta contro il presidente Hosni Mubarak. Sul fronte opposto ci sono i due candidati «moderati»: il più quotato – e in testa su tutti nei sondaggi – è l’ex leader della Lega araba Amr Moussa, già ministro degli Esteri. Ma in corsa c’è anche Ahmed Shafiq, l’uomo ritenuto più vicino alla giunta militare che governa l’Egitto dall’uscita di scena di Mubarak. C’è, infine, l’eterno outsider Hamdeen Sabahi, storico leader dell’opposizione nasseriana tanto a Sadat quanto a Moubarak. Rispetto ai primi quattro, però, Sabahi sembra avere molte meno possibilità di andare al ballottaggio.

In questo quadro così incerto, come si colloca il voto dei cristiani egiziani? Il primo dato interessante da sottolineare è che questa volta il loro voto conterà. E infatti praticamente tutti i candidati in campagna elettorale hanno affrontato il tema caldissimo del rapporto tra islam e cittadinanza, promettendo rispetto per tutti. Ad assumere posizioni più avanzate è stato Shafiq: ha detto che nominerà una donna cristiana come vicepresidente nel caso venisse eletto. Al di là delle dichiarazioni dei candidati è comunque molto interessante leggere l’analisi proposta alla vigilia del voto da Cornelis Hulsman sul suo sito Arab West Report, probabilmente oggi l’osservatorio migliore sui rapporti tra cristiani e musulmani in Egitto. Hulsman conferma che la paura dell’islamismo porterà la maggior parte dei cristiani a votare per Shafiq o Moussa. Ma scrive anche che c’è stato uno spostamento di voti nelle ultime settimane: inizialmente infatti Foutouh godeva di un certo sostegno anche tra i cristiani. Ma lo ha perso quando ha incassato il sostegno dei salafiti (quando il loro candidato è stato escluso dalla competizione).

Al di là dell’esito delle urne, comunque, come guarda l’elettore egiziano al Paese di oggi? È l’altra analisi che rilanciamo qui sotto proposta da un osservatorio autorevole come il Pew Research Center. Il risultato dell’indagine demoscopica è molto interessante perché delinea un quadro generalmente ottimista: certo, le difficoltà sono sotto gli occhi di tutti e infatti per l’81 per cento degli intervistati l’economia è il problema più urgente da affrontare. Ma – nonostante tutti i limiti dell’attuale situazione – la fiducia nella democrazia al Cairo rimane molto alta. L’esperienza di questo primo confronto tra alternative vere lo sta dimostrando. E anche i militari non potranno non tenerne conto.

Clicca qui per leggere l’analisi di Cornelis Hulsman

Clicca qui per leggere il sondaggio condotto dal Pew Forum

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