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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

Shenuda III, esce di scena un protagonista

Alberto Elli
19 marzo 2012
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Shenuda III, esce di scena un protagonista
Il patriarca copto di Alessandria Shenuda III, scomparso sabato al Cairo.

È morto sabato 17 marzo al Cairo il papa dei cristiani copti Shenuda III. Il patriarca di Alessandria lascia la Chiesa copta in un momento molto delicato della sua storia, alle prese con la nuova situazione politica in Egitto, a cui molti cristiani egiziani guardano con apprensione. Ripercorriamo, grazie alla penna di Alberto Elli, le principali tappe della sua biografia.


(Milano) – È morto sabato 17 marzo, all’età di 88 anni, il papa dei cristiani copti Shenuda III. Le condizioni di salute del patriarca di Alessandria, che si è spento al Cairo dopo lunga malattia, erano molto peggiorate nelle ultime settimane tanto che le comunità copte avevano intensificato le loro preghiere per lui. Shenuda si congeda dalla sua Chiesa in un momento molto delicato della sua storia, alle prese com’è con la nuova situazione politica in Egitto, a cui molti cristiani egiziani guardano con apprensione per l’arrivo al governo delle forze islamiste. Vi proponiamo un ricordo del patriarca defunto a firma di Alberto Elli.

***

Il patriarca Shenuda III – nome di battesimo Nazir Jayed Raphael – era nato a Sallam, nell’Alto Egitto, il 3 agosto 1923 da genitori appartenenti alla piccola borghesia rurale copta della regione di Asyut. La sua educazione iniziò alla scuola copta di Damanhur; in seguito frequentò la scuola americana di Behna e la scuola secondaria copta di Shubra. All’età di diciassette anni entrò nella «scuola della domenica» della chiesa di Sant’antonio di Shubra. Nel 1943 si iscrisse all’Università del Cairo; laureatosi nel 1947 in Inglese, continuò poi gli studi superiori presso l’Istituto d’Archeologia d’Egitto. Nel 1948 prese parte alla prima guerra arabo-israeliana come ufficiale della riserva e nel 1949 si diplomò in teologia presso il Collegio teologico, insegnando quindi teologia nel seminario di Helwan, presso il Cairo. Ritiratosi il 18 luglio 1954 presso il Dayr al-Suryan, a Scete, col nome di abuna Antunyus al-Suryani, vi svolse la funzione di incaricato della biblioteca. Nel 1955 fu ordinato sacerdote e nel 1959 il patriarca Cirillo VI (1959-1971) lo scelse come segretario personale, prima di nominarlo vescovo il 30 settembre 1962 e di conferirgli la responsabilità dell’insegnamento e la direzione del seminario copto. Sotto la sua giurisdizione passarono quindi le «scuole della domenica», presso le quali anch’egli si era formato, e i collegi di teologia. I nove anni di episcopato prima dell’elezione patriarcale non cambiarono in nulla il suo modo di vita e il suo spirito tipicamente monastico: questa spiritualità profonda e autentica è senza alcun dubbio il motivo dell’attrattiva che seppe esercitare sui giovani, soprattutto sugli universitari. Al venerdì, nella cattedrale del Cairo, prese l’abitudine di tenere dei sermoni, noti come la «lezione del venerdì», che ebbero un successo enorme, richiamando ogni volta anche diecimila persone e facendone il beniamino della gioventù copta.

Il 9 marzo 1971 moriva al Cairo il patriarca Cirillo VI, colpito da attacco cardiaco. Il giorno successivo venne eletto, dal Santo Sinodo e dal Consiglio della Comunità, un locum tenens nella persona di anba Antonio, arcivescovo di Sohag, nomina ratificata da un decreto presidenziale. Mentre nel passato il governo egiziano aveva sempre voluto esercitare una certa influenza sull’elezione patriarcale, questa volta il presidente Anwar el Sadat, pur invitando a procedere senza ritardi e nella concordia all’elezione del nuovo patriarca, lasciò completa libertà alla Chiesa Copta. Ci furono tuttavia alcune tensioni tra diverse correnti del clero e del laicato e l’elezione del nuovo patriarca avvenne soltanto la domenica 31 ottobre 1971, mediante la «sacra elezione per sorte»: i nomi dei tre candidati rimasti – anba Samuele, anba Shenuda e il qommos Timoteo al-Maqari – furono scritti su foglietti di carta e deposti in una cassetta d’argento; anba Antonio incaricò poi il più piccolo dei chierichetti dell’estrazione e il sorteggio favorì anba Shenuda. Il 14 novembre, dopo aver ottenuto l’approvazione governativa, il neo-eletto venne solennemente intronizzato come Shenuda III (nome che rimanda al grande Shenute, una delle principali figure del monachesimo copto, vissuto a cavallo tra il IV e il V secolo).

Il pastore

Con la sua elezione, i copti acquistarono un pastore energico e volitivo, profondamente radicato nella tradizione ascetico-monastica della sua Chiesa, ma anche brillante per capacità intellettuali, retoriche e amministrative. Appena eletto patriarca, Shenuda espresse la volontà di rivedere tutti i regolamenti della Chiesa Copta ortodossa. Memore delle dolorose controversie che in tempi relativamente recenti avevano lacerato il tessuto della comunità, dichiarò tuttavia che le decisioni più importanti sarebbero state prese di comune accordo col Santo Sinodo e col Consiglio della Comunità.

Le sue prime cure furono rivolte all’insegnamento religioso; convinto della necessità e dell’importanza della catechesi, in particolare rivolta ai giovani, il patriarca continuò a tenere le sue omelie del venerdì, formula inaugurata già nove anni prima e ben presto diffusasi in tutta la Chiesa. La sua esperienza al seminario copto lo portò a interessarsi anche della formazione del clero, fissando norme precise per l’accesso al presbiterato e all’episcopato. Nutrendo il desiderio di restaurare la gloria dell’antica Scuola Catechetica (il Didaskaleion) di Alessandria, espresse l’idea di trasformare gli istituti ecclesiastici superiori in università, sull’esempio americano ed europeo. Con lo stesso intento, il 22 febbraio 1972 venne inaugurata una nuova scuola di teologia ad Alessandria. Dal lavoro di questi istituti nacque un più profondo interesse per gli studi biblici e coptologici. Vennero approntate nuove traduzioni arabe del Nuovo Testamento e si diede un maggior sviluppo all’Istituto Superiore di Studi Copti.

Oltre a contatti sempre più stretti con le altre Chiese d’Egitto, in particolare quelle copto cattolica, copto evangelica e greco ortodossa, invitate a cooperare attorno a progetti di sviluppo, continuarono le aperture verso l’esterno, per fare uscire la Chiesa copta dal suo esacerbato isolamento, che la vedeva da secoli ai margini della cristianità. Il patriarcato copto divenne così membro attivo del Consiglio ecumenico delle Chiese, del Consiglio delle Chiese del Medio Oriente e del Consiglio delle Chiese di tutta l’Africa. Rapporti sempre più stretti si stabilirono anche con le Chiese ortodosse etiopica, siriana, indiana, armena e greca.

Importanti, sul piano ecumenico, sono state le relazioni che la Chiesa copta ha stretto con quella cattolica. Benché ancor oggi la comunità copta si senta estranea alla Chiesa cattolica, nonostante la sua gerarchia si sia schierata a favore del dialogo ecumenico, importantissimi passi sono stati compiuti per una mutua intesa. Mentre da parte della Chiesa copta c’è stato senza dubbio il desiderio di uscire dal suo isolamento e di trovare il sostegno di una potente istituzione esterna, da parte della Chiesa Cattolica vi era la speranza di trovare nei copti un tramite per migliorare le sue relazioni col mondo arabo e l’Islam. La riconciliazione tra le due Chiese è diventata pubblica quando, tra il 4 e il 10 maggio 1973, Shenuda III, accompagnato da undici vescovi, fu accolto in Vaticano da papa Paolo VI, primo incontro tra un patriarca alessandrino e un pontefice romano dal grande scisma di Calcedonia nel 451. Nell’occasione, il 10 maggio, al termine della visita, fu resa pubblica una dichiarazione congiunta nella quale, dopo aver fatto giustizia delle controversie terminologiche sulla natura del Cristo che avevano provocato la rottura, veniva annunciato l’abbandono delle polemiche e del proselitismo, così come l’inizio di un dibattito teologico in vista di ristabilire l’unità di fede. È stata così istituita una commissione mista per il dialogo teologico che ha prodotto un accordo di fondo sulle questioni cristologiche, materializzato dall’adozione di una formula comune sulla natura di Cristo e dal ritiro degli anatemi tra la due Chiese.

Shenuda III ha dato anche un notevole impulso missionario alla sua Chiesa. Tenuto conto degli interdetti dell’Islam, la sola zona consentita per l’evangelizzazione rimanevano le terre vergini dell’Africa. Primo capo della Chiesa Copta a intraprendere viaggi all’estero (con eccezione delle visite pastorali in Etiopia), Shenuda ha visitato la Libia, il Sudan, lo Zaire, il Kenya. Anche le comunità della diaspora copta hanno beneficiato di questo nuovo spirito missionario: per mantenere i legami comunitari tra i copti dispersi in tutto il mondo e che vivono in un ambiente religioso molto diverso da quello della Chiesa madre, il patriarca ha compiuto così viaggi in Europa, in America e in Australia e inviato sacerdoti a prendersi cura delle comunità di emigrati.

Dotato di un carattere energico e circondato da un episcopato dinamico, Shenuda III è riuscito, grazie al forte impulso dato all’organizzazione comunitaria, alle attività sociali ed educative e nonostante alcune tensioni interne, a dare una nuova coesione alla Chiesa copta, aiutando i suoi fedeli a prendere coscienza della propria comunità, della propria storia e della propria missione.

Il monachesimo, istituzione della quale Cirillo VI era stato il grande rinnovatore, ha registrato sotto Shenuda III un rifiorire rigoglioso, quasi una resurrezione: i monasteri, prima quasi deserti, sono stati ripopolati con una nuova generazione di monaci, molti dei quali diplomati o laureati. Monasteri copti sono stati fondati anche all’estero, presso le principali comunità della diaspora. Uno di essi, il Dayr Anba Shenuda, si trova anche in Italia, a Mettone di Lachiarella, alle porte di Milano.

Il patriarca Shenuda ha dato un grande sviluppo anche alla gerarchia ecclesiastica, in particolare all’episcopato, i cui membri sono più che triplicati nel corso del suo pontificato.

Anche i preti sposati e i diaconi, il cui numero ha avuto un notevole aumento, sono stato oggetto del sollecito interesse del patriarca e della nuova gerarchia ecclesiastica. Si è intrapresa una revisione dei salari, delle indennità, delle assicurazioni sociali e dello statuto delle famiglie dei preti, e si sono inoltre istituiti corsi annuali di formazione per le mogli dei sacerdoti. Per quanto riguarda i diaconi è stato generalizzato il ripristino delle distinzioni originarie tra le diverse forme del diaconato, è stata riformulata la definizione dei rapporti diacono-sacerdote e si sono stabilite regole di rotazione geografica dei diaconi. Il rinnovamento della Chiesa copta ha avuto un notevole impatto anche sui conventi per donne, nelle differenti vocazioni: suore contemplative tradizionali, nuove comunità di suore attive, «vergini consacrate» e diaconesse.

Sul terreno politico

Il risveglio spirituale e comunitario suscitato da Shenuda ha fatto sì che i copti cominciassero a formulare a voce alta delle rivendicazioni ritenute legittime. Per la prima volta anche l’alto clero, pur se con alcune eccezioni, osa protestare apertamente per i soprusi inflitti ai cristiani (fino ad allora la tendenza generale dei notabili della comunità e del clero era quella di imporre il silenzio, per paura delle rappresaglie musulmane). Perfetto rappresentante della nuova generazione di monaci militanti, determinati a trasformare l’istituzione attardata e isolata della Chiesa in un’istituzione adatta alle esigenze del mondo moderno, Shenuda stesso si è fatto sovente portavoce delle rivendicazioni politiche dei copti, prendendosi, nei riguardi del governo, quelle libertà di cui i suoi predecessori non avevano goduto, per esempio protestando energicamente e pubblicamente tutte le volte che succedevano incidenti confessionali. Tutto ciò, oltre che a contrariare sempre più il presidente Sadat, che in Shenuda cercava inizialmente un alleato e non un avversario, ha suscitato dure reazioni da parte di alcuni ambienti musulmani estremisti, la cui diffusione veniva facilitata dalla ripresa di un certo fervore religioso militante e intransigente. Tra i rappresentanti di questa nuova corrente un ruolo particolare giocavano i Fratelli Musulmani: perseguitati sotto Nasser, si erano ricostituiti in gruppi clandestini, miranti a combattere gli ambienti di sinistra, soprattutto nelle università. Essi avevano beneficiato della svolta politica inaugurata da Sadat, la cui politica di occidentalizzazione era tuttavia a loro sgradita ancor più di quella progressista di Nasser. Necessitando di un puntello al quale appoggiarsi, Sadat decise, per opporsi alla sinistra nasseriana e marxista, di utilizzare i Fratelli Musulmani per ottenere un più vasto sostegno popolare.

Tuttavia, il controllo sfuggì presto di mano a Sadat, che negli ultimi anni si vide costretto a tentare, senza successo, di arginare nuovamente quelle forze islamiche che egli stesso aveva scatenato e il cui potenziale politico e militare erano ormai diventati una minaccia per il regime.

Gli incidenti confessionali, abilmente sfruttati dagli integralisti islamici, si moltiplicarono. Molti gli attacchi di fanatici musulmani a chiese e proprietà dei copti, sin dai primi tempi del ministero patriarcale di Shenuda.

L’8 settembre 1972, durante la visita pastorale di anba Pacomio, vescovo di al-Beheirah, a Sanhur, nei pressi di Damanhur, nel Delta, alcuni esaltati musulmani diedero fuoco alla chiesa del villaggio, che era stata costruita senza l’autorizzazione ufficiale. Tra cristiani e musulmani ci fu una vera battaglia, senza che la polizia intervenisse per impedire la distruzione della chiesa. La domenica successiva fu proclamato un digiuno di tre gorni per tutti i cristiani d’Egitto, in segno di lutto. Informato degli avvenimenti, Sadat intervenne presso il patriarca per calmare gli animi. In ottobre ci furono numerosi altri incidenti; si giunse anche alla diffamazione del patriarca: per posta furono distribuiti migliaia di volantini che accusavano Shenuda III di aver tenuto una riunione segreta ad Alessandria per fomentare un complotto destinato a permettere ai Copti di impadronirsi del Paese. Il patriarca veniva apertamente accusato di tradimento: con fondi fornitegli dall’estero (America, Etiopia e Vaticano), egli si prefiggeva di scacciare i Musulmani dall’Egitto, rendendo così al Paese il suo originario carattere cristiano.

Sul terreno gli attacchi ai copti non accennarono ad affievolirsi. Ogni volta Shenuda e i suoi vescovi reagivano con proteste pubbliche e chiamando i fedeli a giornate di digiuno.

Nel 1977, il conflitto interreligioso entrò in una nuova e più complicata fase, dovuta al graduale tentativo di adeguare sempre più la legislazione egiziana alla sharia islamica. In settembre la gerarchia copta, patriarca e Santo Sinodo, si oppose fermamente a un progetto di legge che prevedeva la pena di morte in caso di apostasia dall’Islam, decretando un «digiuno collettivo» straordinario di cinque giorni e costringendo il governo a far marcia indietro, ma sollevando le dure proteste degli integralisti musulmani, che accusarono i copti di voler imporre una dittatura della minoranza, sotto lo slogan dell’unità nazionale. Verso i primi di novembre del 1979 si cominciò nuovamente a parlare di una revisione della Costituzione del 1971, in particolare dell’art. 2, dove si proponeva di definire la legge islamica (sharia) «la» fonte principale della legislazione (e non «una» fonte, come previsto nella Costituzione del 1971). Questo cambiamento, apparentemente minimo, apriva in realtà la porta a una islamizzazione sempre più totale di tutte le leggi, e la sua importanza fu subito ben chiara ai responsabili copti, che già l’8 novembre furono convocati dal patriarca per studiare una linea di difesa. E fu una linea dura, di tutta fermezza: i copti comprendevano infatti come qualsiasi cedimento sull’accettazione della sharia sarebbe stato l’inizio di un processo che li avrebbe condannati inesorabilmente all’esclusione sociale. Ma ciò li espose, unitamente ai musulmani liberali, alla vendetta degli ambienti integralisti. Il 26 marzo 1980, il Santo Sinodo, presieduto da Shenuda, condannò senza mezzi termini l’assunzione della sharia quale fondamento della legge. Come espressione del dolore dei copti per le umiliazioni, le ingiurie, le aggressioni e gli attentati subiti, e per la scarsa protezione fornita dallo Stato contro gli estremisti islamici, il Sinodo annunciò, in un documento fatto leggere in tutte le chiese domenica 30 marzo, che per quell’anno le chiese sarebbero state chiuse ai rappresentanti dello Stato durante i servizi religiosi in occasione delle feste pasquali e il patriarca e i vescovi si sarebbero ritirati nel Dayr Anba Bishoi, nello Wadi al-Natrun, durante la Pasqua. Era la prima volta che la Chiesa copta osava prendere misure di tale portata in segno di protesta.

Il governo, appoggiato dalla stampa governativa, cercò di portare la discordia in seno stesso alla Chiesa Copta. Il 6 aprile, giorno di Pasqua, i giornali pubblicarono in prima pagina una foto di Matta al-Maskin, superiore del monastero di Anba Maqar a Scete e principale critico di Shenuda all’interno della Chiesa Copta, con Sadat, presentandolo come il prototipo del vero capo religioso, lontano da ogni azione politica.

Il 30 aprile 1980 l’Assemblea Popolare approvò alla quasi unanimità gli emendamenti alla Costituzione del 1971 proposti da Sadat, in particolare quello relativo all’art. 2, che faceva della sharia l’unica fonte per la legislazione. Il 14 maggio, in un discorso all’Assemblea del Popolo durato più di quattro ore, Sadat mise in guardia gli estremisti di tutte le confessioni da qualsiasi tentativo di mischiare religione e politica. Ma si mostrò particolarmente severo contro i responsabili della comunità copta, lasciando intendere di aver pensato anche di sostituire il patriarca Shenuda. Denunciò i presunti tentativi dei copti di provocare degli incidenti confessionali per creare uno Stato copto in Alto Egitto, con capitale Asyut, accusando il patriarca di voler essere non solo il capo religioso ma anche il capo politico dei suoi fedeli; il clima tra il presidente e il patriarca si era ormai deteriorato fino a un punto di non ritorno. Gli ultimi mesi del 1980 e i primi del 1981 trascorsero senza avvenimenti di rilevante importanza. La tensione sociale restava però sempre alta, pronta a esplodere alla minima scintilla. È ciò che successe nel giugno 1981, per portare ai capovolgimenti del settembre e dell’ottobre dello stesso anno. Gli incidenti più gravi si verificarono a partire dal 10 giugno ad al-Zawiya al-Hamra, nella periferia nord-est del Cairo. Un banale litigio per il possesso contestato di un terreno ove si voleva costruire una chiesa o una moschea portò copti e musulmani ad affrontarsi in una vera guerriglia, terminata con trentacinque morti, di cui almeno venticinque cristiani (tra i quali un sacerdote), di parecchie decine di case e di negozi copti distrutti e di tre chiese incendiate; più di cento erano stati i feriti e alcune centinaia gli arrestati.

Il 4 agosto un altro attentato dinamitardo nella chiesa della Vergine a Shubra, durante la celebrazione di un matrimonio, causò cinque morti e cinquantasei feriti. Fu la goccia che fece traboccare il vaso e convinse Sadat della necessità di reagire contro gli integralisti, prima che questi riuscissero a fargli mancare quel sostegno occidentale di cui aveva estremamente bisogno per far uscire il Paese dal disastro nasseriano. Nella notte dal 2 al 3 settembre ci furono arresti di massa in tutto l’Egitto: più di cinquecento persone, salite a oltre millecinquecento nei giorni immediatamente successivi, furono prelevate dalle loro abitazioni e incarcerate in base a un decreto presidenziale. Per non urtare però l’opinione maggioritaria e non far credere che la sua azione fosse rivolta solo a proteggere la minoranza copta ma a combattere ogni forma di fanatismo, anche cristiano, la mano di Sadat fu pesante anche contro i copti: tra gli arrestati ben centocinquanta erano copti e tra questi molti gli ecclesiastici (otto vescovi, su un totale di cinquantaquattro che allora la Chiesa copta ortodossa contava, e ventiquattro sacerdoti).

Il 5 settembre davanti al Parlamento e trasmesso alla televisione, il presidente Sadat giustificò pubblicamente le drastiche misure assunte: gli arresti erano stati eseguiti in base all’articolo 74 della Costituzione, che assegnava al presidente della Repubblica il potere di abolire le garanzie costituzionali in tempo di emergenza nazionale. Quindi, dando libero sfogo a tutto il rancore personale accumulato negli ultimi mesi, accusò apertamente Shenuda III di essersi erto a leader politico dei copti, contrariamente alla sua responsabilità esclusivamente spirituale. Viste le premesse, la conclusione che Sadat tirava da tutti questi tragici fatti era ovvia, per quanto sconcertante: le violenze degli estremisti musulmani non sarebbero state altro che la reazione esasperata alle pretese esagerate dei copti, sui quali cadeva l’intera responsabilità degli incidenti. Pertanto il decreto presidenziale n. 2781 del 1971, che aveva riconosciuto Shenuda III come capo della Chiesa copta ortodossa, veniva revocato e il patriarca, al quale in tal modo si interdiva di esercitare le sue funzioni, veniva confinato nel monastero di Anba Bishoi, dove nel frattempo si trovava. Al suo posto veniva designata, senza alcun fondamento giuridico, una «commissione papale», costituita da cinque vescovi scelti tra i più prossimi collaboratori del patriarca, incaricata dell’amministrazione della Chiesa; la presidenza della commissione fu affidata ad anba Samuele.

Mentre la stampa internazionale parlava di «pesante repressione» e di «ritorno alla dittatura», i copti stessi accettarono con rassegnazione le drastiche misure presidenziali: benché costernati dalla presentazione semplicistica e unilaterale dei fatti, ritennero che Sadat, per poter combattere l’estremismo musulmano, aveva dovuto, suo malgrado, colpire in una certa misura anche i cristiani. Non mancavano inoltre quanti, tra i copti, soprattutto tra la ricca borghesia e le personalità impegnate in politica o nell’amministrazione, non avevano mai condiviso l’atteggiamento di difesa intransigente dei diritti della comunità assunto da Shenuda, con la sua linea di energico confronto con lo Stato, a seguire la quale l’intera Chiesa era stata costretta. Condivisa dagli intellettuali, dai giovani e dal popolo, la politica del patriarca era invece giudicata per lo meno avventurosa dalle élites finanziarie e politiche della comunità, che temevano fortemente di danneggiare i propri interessi ponendosi in termini conflittuali con il governo.

Gli avvenimenti subirono una brusca accelerazione quando, il 6 ottobre 1981, il presidente Sadat cadde vittima di un attentato di estremisti musulmani infiltrati nelle forze armate, mentre assisteva a una parata militare. Accanto a lui, sul palco delle autorità, morivano altre sette persone, tra le quali anche il vescovo Samuele, l’unica figura sufficientemente prestigiosa della Chiesa copta che avrebbe potuto pretendere con qualche possibilità di sostituire il patriarca Shenuda.

Meno impulsivo del suo predecessore e fautore di un punto di vista più laico nelle relazioni tra Islam e Stato, il nuovo presidente Muhammad Hosni Mubarak agì con polso fermo nei confronti degli estremisti. Deciso tuttavia a calmare gli animi, senza dare l’impressione di privilegiare una comunità religiosa a spese dell’altra, il presidente Mubarak ritenne opportuno rinviare la liberazione di Shenuda.

Il 12 aprile 1983 il Consiglio di Stato annullò le disposizioni del 2 settembre 1981, con le quali era stata istituita la «commissione papale», ma mantenne in vigore la norma che revocava a Shenuda il riconoscimento presidenziale come papa e patriarca di Alessandria. Il Consiglio della Comunità venne invitato a preparare l’elezione di un nuovo patriarca al posto di Shenuda III, «impedito per la legge». Ma tra i copti nessuno accettò il punto di vista del governo e il caso di Shenuda divenne ben presto un affare nazionale, un test per la democrazia in Egitto.

Il 31 dicembre 1984 il presidente Hosni Mubarak (che nella primavera 1985 aveva in programma un viaggio negli Usa, per chiedere ingenti aiuti economici) firmò il decreto che ristabiliva in tutte le sue funzioni il patriarca, ultimo degli arrestati della grande purga politica effettuata da Sadat a vedere la propria posizione regolata finalmente con giustizia.

L’esperienza dell’esilio aveva comunque segnato molto profondamente la coscienza del patriarca. Innanzitutto essa contribuì a rinsaldare i suoi legami col mondo monastico, con la preghiera e la tranquillità della vita monacale della sua gioventù: dopo il suo ritorno, Shenuda prese l’abitudine di recarsi a intervalli regolari, quasi ogni settimana, nell’amato monastero di Anba Bishoi, come per una «ricarica» spirituale. Su un piano più strettamente politico, egli mantenne un atteggiamento più cauto e prudente verso le autorità, e questa sua maggior discrezione gli valse l’appoggio anche della borghesia laica copta. Pochi giorni prima del suo rilascio, aveva affermato che non si sarebbe ingerito negli affari dello Stato e avrebbe rinunciato a ogni ruolo consistente nel trasmettere alle autorità le lagnanze della comunità copta, compito affidato a un commissione presidenziale di prossima formazione. Anche i rapporti col Santo Sinodo e col Consiglio della Comunità più stretti e maggiormente improntati alla collaborazione reciproca.

In occasione della rivoluzione di piazza Tahrir, che nel febbraio 2011 determinò l’uscita di scena del presidente Hosni Mubarak, il patriarca mantenne un ruolo tutto sommato defilato, anche se molti giovani copti erano con i coetanei musulmani nelle piazze a chiedere un cambio di regime, maggiore libertà e uguaglianza e una democrazia compiuta. Strappato ai suoi il 17 marzo scorso, Shenuda III di questa nuova pagina di storia non sarà protagonista.

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