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Kofi Annan in Siria, missione impossibile

Terrasanta.net
11 marzo 2012
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Kofi Annan in Siria, missione impossibile
Kofi Annan (sin.) a colloquio con il presidente siriano Bashar al-Assad, a Damasco. (foto: UN/Reuters/Sana)

Da ieri, 10 marzo, l’ex segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan è a Damasco, nella sua qualità di inviato dell’Onu e della Lega Araba. Annan ha chiesto al governo del presidente Bashar al-Assad e alle forze ribelli di metter fine ai combattimenti e trovare una via d’uscita politica alla crisi. Ma entrambe le parti rifiutano il dialogo.


(Milano/g.s.) – Da ieri, 10 marzo, l’ex segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan è a Damasco nella sua qualità di inviato dell’Onu e della Lega Araba. Annan ha chiesto al governo del presidente Bashar al-Assad e alle forze ribelli di metter fine ai combattimenti e trovare una via d’uscita politica alla crisi che da ormai un anno sta sprofondando la Siria sempre più verso l’abisso.

La missione di Annan, come ha dichiarato lui stesso al Cairo nei giorni scorsi, punta a ottenere la fine dei massacri e il varo di opportune riforme per poter voltare pagina e guardare avanti. Ma il suo è un tentativo in extremis e le possibilità che abbia successo sono poche.

Nei primi colloqui di ieri tra il presidente siriano e Annan, Bashar al-Assad ha dichiarato che non c’è spazio per iniziative politiche finché ci sono terroristi in attività nelle strade.

Stessa musica dai rivoltosi, convinti che ormai la sorte del regime sia segnata e che il punto di non ritorno sia stato abbondantemente superato. Scendere a patti oggi con Assad sarebbe come consegnarsi alla sconfitta. «Rifiutiamo ogni dialogo – ha dichiarato uno di loro, Hadi Abdullah, all’agenzia Reuters – mentre i carri armati bombardano le nostre città, i cecchini sparano alle nostre donne e ai bambini, e molte zone sono state tagliate fuori dal mondo dal regime che le ha private di elettricità, comunicazioni e acqua».

Intanto si succedono le notizie sulle brutalità in corso. Dall’inizio dei disordini ad oggi sarebbero state uccise circa 7.500 persone. La situazione economica continua ovviamente a peggiorare e in varie zone si può parlare di emergenza. Valerie Amos, sottosegretario generale delle Nazioni Unite per le questioni umanitarie, nei giorni scorsi ha potuto recarsi nella città di Homs e si è detta «devastata» dalle distruzioni che ha potuto vedere coi suoi occhi nel quartiere di Baba Amr dopo quasi un mese di combattimenti e colpi d’artiglieria.

Nei giorni scorsi da Homs sono trapelati filmati, messi in onda da una televisione inglese, girati in uno degli ospedali cittadini. I video testimoniano torture – messe in atto dai servizi di sicurezza, apparentemente con la connivenza del personale sanitario – sui ribelli ricoverati nel nosocomio.

Assad e le sue forze armate (forti di 300 mila uomini) ritengono di dover fronteggiare poche migliaia di insorti interni, appartenenti soprattutto alla componente sunnita, appoggiati però da 15 mila combattenti stranieri, equipaggiati da alcune potenze vicine ed etichettati come uomini di al Qaeda. Una lettura sostenuta anche da alleati di ferro dell’attuale regime siriano come la Russia che, insieme alla Cina, oppone il veto nel Consiglio di sicurezza dell’Onu a ogni risoluzione sfavorevole al governo sin carica a Damasco. All’inizio della settimana appena conclusa anche Pechino ha spedito un proprio inviato in Siria, col mandato di esprimere auspici simili a quelli della missione di Kofi Annan.

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