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Gli amici sciiti del vescovo Mounir

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14 marzo 2012
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Gli amici sciiti del vescovo Mounir
Un primo piano di monsignor Mounir Khairallah.

In questa stagione di rivolte, repressioni e venti di guerra, del Medio Oriente finiamo per farci ancora una volta un’idea negativa. Eppure anche da laggiù filtrano notizie che rallegrano. La vicenda dei cristiani libanesi di Batroun, del nuovo vescovo diocesano e dei loro amici sciiti è una di queste. Ce ne parla Camille Eid sulla rivista Terrasanta. Anticipazione.


(Milano) – In questa stagione di rivolte, repressioni e venti di guerra, del Medio Oriente finiamo per farci, ancora una volta, un’idea negativa. Eppure anche da quella regione filtrano notizie che rallegrano. Una di queste storie ce la riferisce il giornalista Camille Eid, sul prossimo numero della rivista Terrasanta. Ve la anticipiamo. La vicenda prende spunto dalla nomina del nuovo vescovo maronita di Batroun (in Libano), mons. Mounir Khairallah (59 anni). Il 25 febbraio scorso Eid era tra i fedeli che hanno preso parte alla sua ordinazione episcopale. Ecco il suo racconto…

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Nella valanga di allarmanti notizie che parlano di rinnovato esodo dei cristiani del Medio Oriente dovuto all’ascesa delle correnti fondamentaliste, c’è forse bisogno di una boccata di speranza. La storia che racconto prende spunto da un’ordinazione episcopale, lo scorso 25 febbraio in Libano,  alla quale ha preso parte – tra lo stupore dei presenti – una folta delegazione musulmana. Mounir Khairallah, questo il nome del nuovo vescovo, aveva accolto nel 2006 nella comunità maronita di Batroun, centinaia di musulmani sciiti scappati dal Sud, allora teatro di una tremenda guerra tra Israele e Hezbollah. Per circa un mese, i parrocchiani di Batroun si erano preoccupati di fornire ogni necessità ai loro nuovi «vicini di casa»: riparo, cibo, conforto. Fino al giorno del rientro nelle loro case, totalmente distrutte dai bombardamenti. Nel frattempo, tuttavia, era nata una salda amicizia. Fatima, 17 anni, ha chiesto di poter portare nel suo villaggio la grande croce presente nella cattedrale. Alla domanda di abuna Mounir sul perché di tale richiesta, Fatima ha risposto che intendeva piantarla all’ingresso di Touline in segno di «riconoscenza verso il vostro Dio morto per voi in segno di amore».

Da quell’anno, non si contano più le visite reciproche tra le due comunità, separate da 155 chilometri. Quando sono ritornati a Batroun la prima volta, gli abitanti di Touline hanno portato i prodotti della loro terra: olive, olio, timo, uova, formaggio e miele. Mohammed, 20 anni, studente universitario di Economia, ha letto versi di gratitudine che ha composto per chi, in nome di Cristo, gli aveva testimoniato «rispetto, carità, amore gratuito». Quando gli abitanti di Batroun si sono recati l’ultima volta nel Sud, sono stati festosamente accolti dagli scout musulmani di Touline con una croce tre le mani, e le famiglie del paese hanno chiesto ad abuna Mounir di benedire le loro case ricostruite. In quell’occasione, Nabih, un uomo istruito che faceva il dirigente delle Acque del Sud Libano, ha fatto anche una confessione. Ha raccontato di aver perso, nel 1972 nel corso di un’incursione militare israeliana, sette membri della sua famiglia. Da quel momento, ha aggiunto Nabih, provava solo odio e desiderio di vendetta. Ma poi qualcosa era cambiato nel suo cuore durante il soggiorno forzato a Batroun, proprio grazie alla testimonianza di abuna Mounir. Il futuro «vescovo degli sciiti», come qualcuno già lo ha soprannominato, aveva raccontato dell’assassinio dei suoi genitori nel lontano 1958, quando era ancora bambino; di come la zia suora che aveva preso in custodia lui e i suoi piccoli fratelli li esortava a pregare, non tanto per i genitori martiri, certamente accolti dal Padre nel suo Regno, bensì per il loro assassino.

Questa testimonianza ricorda un altro fatto accaduto nel gennaio 1976, durante la guerra libanese e l’assedio di Damour, una cittadina cristiana a sud di Beirut, da parte delle milizie palestinesi. Tutti i superstiti di Damour erano riuniti in chiesa, in attesa dell’attacco finale. «È giunto anche per noi il momento di morire. Facciamolo da cristiani», li aveva esortati padre Mansour Labaky. «Prima di morire ci accingiamo a perdonare coloro i quali fra qualche istante daranno alle fiamme la nostra chiesa e ci toglieranno la vita». E i 500 fedeli si inginocchiarono ripetendo le parole del perdono. Abuna Mansour aveva detto loro: «Non ci è lecito odiare nessuno prima di morire. Se quelli che ci tolgono la vita sono musulmani, ricordatevi quanti musulmani ci amano ancora. Se sono palestinesi, noi seguitiamo a credere che la loro causa è giusta e che essi stanno per uccidere noi solamente perché sono vittime di cattivi consigli».

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