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Palestinesi e israeliani, dialogo sullo sport

Simone Esposito
10 febbraio 2011
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Palestinesi e israeliani, dialogo sullo sport
I pittogrammi degli sport olimpici 2012.

Nelle scorse settimane i Comitati olimpici israeliano e palestinese hanno concordato che la preparazione degli atleti palestinesi in vista dei Giochi di Londra 2012 sia ospitata nelle strutture federali israeliane. L'accordo è ora al vaglio del governo di Israele. Ne abbiamo parlato con l'onorevole Mario Pescante, «ministro degli esteri» del Comitato olimpico internazionale.


(Roma) – «Io c’ero nel 1995 a Gaza quando, dopo gli accordi di Oslo e la nascita dell’Autorità Nazionale Palestinese, fu fondato il loro Comitato olimpico nazionale, e quando alle Olimpiadi di Atlanta del 1996 sfilò per la prima volta la bandiera palestinese in mezzo a quelle di tutti gli Stati del mondo». Mario Pescante ci indica la fotografia: è insieme a Yasser Arafat, e lo scatto fa bella mostra su una parete del suo studio a Montecitorio, dove è presidente della Commissione per le politiche dell’Unione Europea. Pescante, avezzanese, 72 anni e una lunghissima carriera nel mondo dello sport, è dal 2009 uno dei quattro vicepresidenti del Comitato olimpico internazionale (Cio), di cui è responsabile dei rapporti internazionali. In poche parole, è il «ministro degli Esteri» dello sport mondiale. È quindi uno dei testimoni diretti, e dei responsabili, di quanto è accaduto nelle scorse settimane tra i vertici dei Comitati olimpici israeliano e palestinese: i due organismi hanno sottoscritto un accordo che prevede, tra le altre cose, che la preparazione degli atleti palestinesi in vista dei Giochi di Londra del 2012 sarà ospitata nelle strutture federali israeliane. Un grosso passo avanti, se pensiamo che Zakyia Nassar, l’unica nuotatrice palestinese scesa in vasca a Pechino 2008, si era allenata in una piscina lunga 10 metri (anziché i 50 regolamentari) a causa del divieto da parte di Israele a farle raggiungere Gerusalemme e del sostanziale disinteresse dell’Autorità Palestinese. «E dire – racconta Pescante – che la questione degli allenamenti non era assolutamente fra le richieste di partenza della trattativa. È stata un’offerta spontanea, e questo aggiunge un grande valore a quanto sta accadendo».

Partiamo dall’inizio, allora. Come è nata l’intesa di queste settimane?
Il Cio lavora da anni sul dialogo tra i popoli attraverso lo sport, in particolare tra i giovani: è proprio per questo che abbiamo varato lo scorso anno i Giochi olimpici della gioventù (manifestazione riservata ad atleti tra i 14 e i 18 anni, la cui prima edizione si è tenuta a Singapore – ndr). Io personalmente mi occupo da tempo di una questione molto spinosa, ovvero la partecipazione di Israele e Palestina ai Giochi del Mediterraneo.

Una questione, oltre che spinosa, tuttora irrisolta.
Sì, e per colpa della politica. Già ai Giochi di Bari del 1997 fu raggiunto un accordo tra i Comitati olimpici, ma fu una forte opposizione del governo libico a far saltare tutto a sole 48 ore dall’inizio delle gare. Lo stesso è successo nell’ultima edizione, che si è tenuta a Pescara nel 2009: quella volta è stata la questione degli insediamenti a Gerusalemme a ostacolare la risoluzione del problema.

Stavolta com’è andata, invece?
Io ricopro anche il ruolo di osservatore all’Onu per il Cio. Oltre ai vari progetti di solidarietà che portiamo avanti insieme, per esempio in Darfur, l’anno scorso il segretario generale Ban Ki-Moon ci ha invitato ad avviare colloqui paralleli rispetto a quelli del processo di pace, che allora sembrava ripartire con prospettive positive. Fu così che abbiamo fissato una serie di incontri prima con le autorità sportive e poi con quelle politiche israeliane e palestinesi ai massimi livelli: da una parte il presidente Abu Mazen, dall’altra il premier Benjamin Netanyahu e il presidente Shimon Peres. Il nostro obiettivo – che poi non si è concretizzato – era quello di organizzare una «coppa dell’amicizia» fra giovani atleti. Il punto di partenza è stato però quello di analizzare i problemi e le rivendicazioni poste da ciascun Comitato.

Quali sono?
I palestinesi lamentano l’impossibilità di svolgere qualunque torneo nazionale: la questione del Muro e le frontiere a macchia di leopardo rendono praticamente impossibile la libera circolazione degli sportivi da una città all’altra. In più c’è il problema degli atleti che vivono all’estero, in particolare i calciatori, che fanno fatica a rientrare. Infine, una gran quantità di materiale sportivo, soprattutto attrezzature, inviato dal Cio e dalle varie federazioni sportive, resta bloccato all’aeroporto di Tel Aviv. Gli israeliani, invece, subiscono il boicottaggio dei loro atleti quando dovrebbero affrontare sportivi arabi e vengono sistematicamente esclusi dalle manifestazioni ospitate nei Paesi arabi.

Questi i problemi evidenziati dalle autorità sportive. E i leader politici come si sono posti?
Abbiamo incontrato grande disponibilità anche da parte dei vertici politici locali. Nell’ottobre scorso abbiamo svolto una missione a Ramallah e a Gerusalemme, incontrando sia Abu Mazen che Peres. Il presidente israeliano è stato onesto: «Sono un uomo molto autorevole, ma non ho molto potere», ha ammesso. E le cose inizialmente non si erano messe bene, perché Netanyahu non è stato subito disponibile ad incontrarci. Alla fine abbiamo avuto con lui un colloquio telefonico, insieme al presidente del Cio Jacques Rogge, e il primo ministro ci ha assicurato che il governo non avrebbe posto alcun veto di principio all’accordo. Bisogna anche dire che stavolta i colloqui erano ripartiti già con una forte assicurazione politica: anche il segretario di Stato americano Hillary Clinton si era impegnato in partenza a rimuovere eventuali veti politici nel caso in cui i due Comitati olimpici avessero raggiunto un accordo tra di loro, come è poi accaduto.

Torniamo all’intesa fra i Comitati. Quali sono i punti?
L’accordo è stato preceduto da una serie di colloqui autonomi tra palestinesi e israeliani: abbiamo ritenuto fosse il caso di lasciarli tentare da soli. E alla fine siamo arrivati al gennaio scorso. A Losanna abbiamo recentemente tenuto una riunione con Ban Ki-Moon, alla quale hanno partecipato anche alcuni presidenti delle Federazioni sportive internazionali, per una serie di iniziative di solidarietà del Comitato olimpico in favore di Haiti a un anno dal sisma: è stato in quell’occasione che si è arrivati alla firma di un’intesa tra i Comitati di Israele e Palestina con la quale gli israeliani garantiscono la libera circolazione degli atleti palestinesi e i palestinesi si impegnano a intervenire diplomaticamente presso i Paesi arabi ogni volta che un atleta israeliano viene boicottato in gara.

Un impegno arduo.
Sì, ma di grande valore. Il presidente del Comitato olimpico palestinese, il generale Jebreel Rajoub, è una persona moderatissima che, smessa la divisa militare per quella sportiva, ha lavorato con grande disponibilità all’accordo.

Alla fine, nell’accordo è rientrata anche la questione dell’ospitalità israeliana agli allenamenti dei palestinesi. Cos’è successo?
Rimaneva da affrontare il nodo del sostegno alla preparazione della squadra palestinese. Il problema è che nella maggior parte delle discipline è necessario ottenere dei risultati minimi in termini di prestazioni per poter essere ammessi alle gare olimpiche. Oggi questo non avviene, e la partecipazione della Palestina è poco più che simbolica, a Pechino c’erano solo tre atleti. Allora alcuni Paesi occidentali come la Francia, l’Italia e la Germania hanno offerto le loro strutture per gli allenamenti preolimpici. Ma i palestinesi non erano soddisfatti, sentivano il rischio di sradicare i loro sportivi dalla loro terra. E qui è avvenuta questa cosa inaspettata. Gli israeliani hanno offerto spontaneamente di ospitare atleti palestinesi nei propri impianti.

Adesso però la palla passa al governo israeliano: senza la sua ratifica entro due mesi l’accordo è nullo. Lei è fiducioso?
Fiducioso è una parola grossa. La situazione è talmente complessa e delicata che può succedere qualunque cosa fino a un minuto prima della ratifica e anche dopo la firma. Il problema maggiore è quello della sicurezza, ma i palestinesi ritengono di poter offrire garanzie sufficienti. In ogni caso, posso dire che, considerato quanto è accaduto negli ultimi quindici anni, quello che è successo è un fatto sicuramente straordinario.

L’intesa, se andrà in porto, assumerà un valore ancora maggiore: l’anno prossimo saranno quarant’anni dal massacro della squadra olimpica israeliana a Monaco 1972. Avete già deciso come verrà ricordato l’anniversario a Londra?
Ero presente a Monaco, al villaggio olimpico, e ricordo nitidamente la tragedia di quei giorni. Al Cio ci abbiamo riflettuto a lungo. Ci sarà certamente una commemorazione religiosa, come è giusto che sia. Ma nient’altro, perché vogliamo evitare qualunque gesto che possa essere strumentalizzato politicamente o causare nuove frizioni. Vogliamo che si guardi avanti.

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