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Seguire Cristo oggi in Iran

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14 settembre 2010
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Seguire Cristo oggi in Iran
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Ascoltiamo un altro dei presuli che prenderanno parte alla prossima assemblea speciale del Sinodo dei vescovi dedicata al Medio Oriente (Vaticano, 10-24 ottobre). È la volta di mons. Ramzi Garmou, arcivescovo caldeo di Teheran, la capitale iraniana. Manuela Borraccino lo ha intervistato per il bimestrale Terrasanta (numero di luglio-agosto 2010). Di seguito vi proponiamo qualche stralcio della conversazione.


Ascoltiamo un’altra voce tra i presuli che prenderanno parte alla prossima assemblea speciale del Sinodo dei vescovi dedicata al Medio Oriente (Vaticano, 10-24 ottobre). È la volta di mons. Ramzi Garmou, arcivescovo caldeo di Teheran, la capitale iraniana. Manuela Borraccino lo ha intervistato per il bimestrale Terrasanta (numero di luglio-agosto 2010). Di seguito vi proponiamo qualche stralcio della conversazione. 

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Eccellenza, la preparazione del Sinodo ha messo a fuoco cosa comporti il caso serio della fede nei Paesi islamici. Qual è la situazione dei cristiani oggi in Iran?
Partiamo dalle statistiche: in Iran siamo una piccola minoranza (100 mila cristiani, di cui 8 mila cattolici su 70 milioni di abitanti), peraltro appartenente a Chiese differenti, in un Paese essenzialmente islamico sciita. Dall’avvento di Khomeini nel 1979 abbiamo perso i due terzi dei cristiani, e i fedeli continuano ad emigrare. Per noi dunque il rapporto con l’islam è vitale e il dialogo è un mezzo per rafforzare i legami e il rispetto reciproco con la maggioranza musulmana, con la speranza di poter collaborare insieme al servizio dell’intero popolo iraniano. Ben sapendo, è opportuno sottolinearlo, che il dialogo teologico è assai limitato ed è molto difficile fare dei progressi perché le differenze tra cristianesimo e islam sono molto profonde, soprattutto per quanto riguarda la persona di Gesù. Questo non vuol dire che sia un dialogo inutile: a novembre si terrà a Teheran l’incontro biennale fra cattolici e sciiti nel quale si parlerà ancora una volta, proprio sulla scia del Sinodo, di come cristiani e musulmani possono e devono cercare insieme pace e giustizia, e di come far progredire i nostri Paesi sul rispetto dei diritti umani e della libertà di coscienza.

Che riflessioni sono emerse in questi mesi sugli altri due temi portanti dell’ecumenismo e dell’emigrazione?
Lo scandalo della divisione fra i cristiani è tangibile: dobbiamo lavorare perché il messaggio di unione e di amore dei cristiani sia più credibile verso i non cristiani e i non credenti. L’unità è certamente un dono di Dio ma dobbiamo anche agire perché si possa realizzare nel futuro. Quanto all’emigrazione, un fenomeno purtroppo comune a tutti i Paesi del Medio Oriente, innanzitutto credo che non abbiamo il diritto di tentare di dissuadere i nostri fedeli dal cercare migliori condizioni di vita: non possiamo impedire l’emigrazione. Quello che, sì, è il ruolo essenziale della Chiesa, è portare i cristiani ad essere consapevoli della missione specifica che è stata loro affidata come cristiani del Medio Oriente: perché se non hanno coscienza del loro ruolo e con tutti i problemi economici, politici e religiosi che hanno nei nostri Paesi, è difficile che restino. Non hanno nulla che li trattenga. Io penso che sia dunque di importanza capitale che siano consapevoli del battesimo, del valore della loro testimonianza e del loro servizio: allora sì, sapranno perché devono restare malgrado le pressioni, i limiti alla libertà, l’insicurezza. Dobbiamo riscoprire il significato delle parole di Gesù: «Non avere paura, piccolo gregge». Questo vuol dire far prendere coscienza ai nostri fedeli che l’importanza di una Chiesa non dipende dalla sua visibilità esteriore, da quante scuole o ospedali abbiamo, bensì dalla profondità della fede dei suoi membri, dalla loro coscienza di avere una missione e una responsabilità per il fatto di vivere laddove la Chiesa è nata e da dove grazie allo slancio dei cristiani orientali è arrivata in Occidente. A mio avviso bisognerebbe guardare con ottica di fede alla realtà delle nostre Chiese: dobbiamo chiedere la grazia di credere che nonostante le circostanze difficili abbiamo una testimonianza da portare degna di nostro Signore Gesù. Perché oggi la dura realtà è che, malgrado lo Spirito non ci abbandoni, non siamo capaci di testimoniare Gesù Cristo nelle situazioni difficili che attraversiamo.

Pensa che il clero potrebbe fare di più per esigere dai governanti libertà di coscienza e di religione?
La mancanza di libertà di coscienza nei Paesi islamici è la causa primaria di tutti i nostri problemi: sono le leggi forgiate dall’islam ad impedire la libertà di religione, e poiché sono leggi anti-umane vanno combattute. Ma a mio avviso prima di combattere i governi sul piano giuridico, bisogna studiare il Vangelo e gli Atti degli Apostoli, ricordando che i discepoli sono finiti in galera. Noi pastori per primi dobbiamo rafforzarci nella fede, avere molto più coraggio nell’annuncio… Basti pensare che i cristiani in carcere in Iran sono soprattutto protestanti: dobbiamo riconoscere che vivono molto più dei cattolici quella chiamata alle conseguenze estreme della fede, fino alla disponibilità al martirio, così difficile da accettare anche per diversi vescovi fra di noi. 

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