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Cristianesimo in tivù, denigrare fa audience

Camille Eid
23 settembre 2010
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Un film ha rischiato recentemente di accendere tensioni religiosi in Libano quando, durante il mese di Ramadan (che si è concluso l’8 settembre) i cristiani hanno denunciato una distorsione della dottrina cristiana in una serie televisiva su Gesù di produzione iraniana, trasmessa da due emittenti sciite. Le 17 puntate presentano infatti Gesù secondo il Corano e il Vangelo apocrifo attribuito a Barnaba: Cristo vi nega di essere Figlio di Dio e asserisce che, dopo di lui, verrà un profeta più grande di lui (Maometto, ndr) che indicherà a tutta l’umanità la vera fede da seguire. Nella fiction, proposta ai telespettatori in occasione del Ramadan, si nega anche la crocifissione di Gesù affermando che al suo posto fu crocifisso Giuda. I responsabili delle emittenti  hanno cercato all’inizio di tener duro, dicendo che «la serie non offende affatto i cristiani», ma alla fine si sono rassegnati a togliere la fiction dal loro palinsesto, affermando di non voler alimentare conflitti confessionali nel Paese.

Al di là delle polemiche sorte in quell’occasione, in cui non sono mancate accuse alla Chiesa locale (come sugli schermi di al-Jazeera) di volere esercitare una sorta di «censura sulla cultura», è opportuno notare come il mese del digiuno islamico sia diventato il «mese delle preoccupazioni» per eccellenza per i cristiani arabi. I canali televisivi locali fanno a gara per aumentare la propria audience offrendo una programmazione speciale a milioni di nottambuli desiderosi di spassarsela un po’ dopo una dura giornata di astensioni. Niente di male se non fosse che, nei serial televisivi andati in onda negli ultimi anni, si assiste sempre più a una rappresentazione negativa del cristianesimo e dei cristiani. Lo si nota in particolar modo in Egitto, dove i capitali wahhabiti hanno da tempo conquistato buona parte del mercato cinematografico e televisivo, imponendo «regole di comportamento» nuove ed estranee alla cultura millenaria di questo Paese. Tutte le interpreti femminili, ad esempio, vi si presentano rigorosamente dietro uno hijab, il velo islamico, mentre sono banditi i baci e le più innocue dimostrazioni di affetto tra attori, le scene con fumatori e consumatori di alcol, oppure quelle girate all’interno di una camera da letto, eccetto se il/la protagonista ci deve pregare. Inutile dire che, in simili condizioni, la sceneggiatura rasenta spesso l’assurdo, come quando una madre non osa stringere a sé il figlio che non vedeva da anni e si limita a una casta (e innaturale) stretta di mano.

In Egitto, dunque, il Ramadan diventa occasione di vilipendio mediatico del cristianesimo. Non solo si moltiplicano i talk-show («Essenza della vita» «Bellezza dell’Oriente») con i neoconvertiti all’islam, invitati a confrontare i «vizi» della loro religione precedente con le «virtù» di quella nuova, ma tutti i personaggi cristiani che si riscontrano nelle fiction sono – casualmente?  – esempi negativi. Quando non è presentata come dissoluta, la donna cristiana è una che preferisce unirsi in matrimonio con un musulmano. In un colossal televisivo anche due categorie di monaci: quelli corrotti che accettano mazzette, e quelli di un monastero nel deserto (quale, si chiede un sacerdote egiziano?) che scoprono insieme la verità dell’islam e si convertono tutti.

Per fortuna, qualche regista cerca di opporsi all’onda wahhabita. Come in Siria dove una serie televisiva andata in onda nel Ramadan di due anni fa («Non è un miraggio») viene affrontato il tema del ruolo importante della minoranza cristiana e la necessità di unificare il libro di testo sull’educazione cristiana e musulmana.

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