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Dissonanze iraniane

Simone Esposito
22 aprile 2010
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Dissonanze iraniane

Acclamato a Cannes nel 2009, il film I gatti persiani, di Bahman Ghobadi, racconta le vicende di un ragazzo e una ragazza iraniani, che tentano di formare una rock band e di procurarsi i documenti falsi per andarsene all’estero. Ghobadi ci porta per mano nelle viscere di un Iran sotterraneo, nascosto, che non è quello della militanza d’opposizione tout court, ma quello dell’underground artistico e musicale.


Cosa rende I gatti persiani diverso dagli altri film iraniani e sull’Iran di oggi? Bisogna dirlo: molto. Il colore, il ritmo, la musica, la sensazione costante di rischio che nasce dalla clandestinità di tutta la storia, che gira intorno a una proibizione (quella di suonare il rock) e che è stata girata sfidando una proibizione (la ripresa è in digitale, perché il governo di Teheran è l’unico detentore legale della pellicola da 35 mm e l’opera, naturalmente, non è stata autorizzata).

Presentato (e acclamato) a Cannes lo scorso autunno nella sezione Un certain regard, questo film di Bahman Ghobadi racconta le vicende di due ragazzi iraniani, Ashkan il lui, Negar la lei, appena usciti di galera dopo essere stati arrestati per aver assistito tra il pubblico al concerto di un gruppo antipatico al regime di Ahmadinejad. La lezione, però, non ha loro giovato, e i due tenteranno come possono di formare una band e di procurarsi i documenti falsi per andarsene all’estero, dove quello che li rende felici non è vietato come fosse merce del demonio.

Ghobadi ci porta per mano nelle viscere di un Iran sotterraneo, nascosto, che non è quello della militanza d’opposizione tout court, ma quello dell’underground artistico e musicale di un Paese che fuori è grigio e velato di stoffa e rigore, ma nella pancia custodisce una generazione giovane, sognante, talentuosa, casinara, e quel tanto folle da finire per essere pure molto coraggiosa. Il taglio della narrazione, ed è un valore aggiunto, è quello della docufiction, dati anche i mezzi precari a disposizione del regista, che a causa dell’uscita clandestina del film ha dovuto seguire sulla via dell’esilio la sua fidanzata – e co-sceneggiatrice – Roxana Saberi, la freelance della Bbc di origini americane protagonista di una lunga e nota detenzione lo scorso anno prima di essere espulsa dall’Iran dopo le pressioni della comunità internazionale. È la seconda volta in pochi anni che un film un po’ «anomalo» per struttura si prende la briga di raccontare con efficacia che aria tira dalle parti di Teheran: nel 2007 c’era riuscito Persepolis di Marjane Satrapi, che era un cartone animato e che è arrivato alla soglia dell’Oscar.

Insomma, I gatti persiani è un ritratto dell’Iran che è già e non ancora, dell’Iran che bolle in pentola. Il coperchio è ancora ben abbassato, ma dopo quasi due ore si esce dalla sala cinematografica con la speranza (e la sensazione) che non potrà durare a lungo.

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