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I palestinesi d’Israele

29/06/2009  |  Milano
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I palestinesi d’Israele

Finalmente un libro sui palestinesi in Israele. Già, perché uno degli aspetti che rende complessa la lettura del conflitto che infuoca da più di sessant'anni il Medio Oriente è l'individuazione certa dei soggetti in campo. Nella società israeliana circa il 20 per cento della popolazione è composto da arabi per etnia, lingua e cultura, musulmani e cristiani per fede. Alcuni sono perfettamente integrati, altri denunciano una condizione di costante emarginazione. Sono soprattutto le nuove generazioni ad essere maggiormente in bilico tra i due mondi, ma anche a rappresentare una reale possibilità di superamento delle appartenenze identitarie.


Finalmente un libro sui palestinesi in Israele. Già, perché uno degli aspetti che rende complessa la lettura del conflitto che infuoca da più di sessant’anni il Medio Oriente è l’individuazione certa dei soggetti in campo. Tanto che all’inizio si parlava di guerre arabo-israeliane, mentre ora ci si concentra sullo scontro tra palestinesi e israeliani.

Se guardiamo alla realtà dei Territori Palestinesi (Cisgiordania e Gaza), possiamo rilevare una sostanziale omogeneità linguistica e culturale, al di là delle specificità religiose (musulmani e cristiani) e di quelle più propriamente legate alle appartenenze politiche (Fatah e Hamas). Se volgiamo lo sguardo alla realtà della società israeliana, il quadro si presenta assai più complesso: circa il 20 per cento della popolazione d’Israele, che si attesta attorno ai 7 milioni di cittadini, sono arabi per etnia, lingua e cultura, musulmani e cristiani per fede. Ma pur sempre israeliani per cittadinanza, con diritto di voto ma esclusi dal servizio militare, alcuni perfettamente integrati mentre altri denunciano una condizione di costante emarginazione. E sono soprattutto le nuove generazioni – che non hanno vissuto il trauma della nakbah (catastrofe), come i palestinesi chiamano la guerra del 1948 che ha portato alla creazione dello Stato d’Israele, e neppure la guerra dei sei giorni nel 1967 – ad essere maggiormente in bilico tra i due mondi, ma anche a rappresentare una reale possibilità di superamento delle appartenenze identitarie. Spesso separati nei primi anni di formazione scolastica, giovani israeliani – ebrei e arabi – si ritrovano nelle istituzioni universitarie, che rappresentano una preziosa occasione di confronto e di scambio culturale.

Di tutto questo si occupa Isadora D’Aimmo nel suo libro Palestinesi in Israele. Tra identità e cultura. Il grande pregio di quest’opera, dalla veste grafica decisamente dimessa, sta anzitutto nel presentare un accurato quadro storico che rende ragione dell’esistenza stessa di «palestinesi israeliani» (che potrebbe suonare come una vera contraddizione in termini). Dal richiamo ai principali avvenimenti che hanno segnato la storia di israeliani e palestinesi nell’ultimo sessantennio, l’Autrice passa ad analizzare questioni meno note che riguardano la normale attività della Knesset, il parlamento israeliano, e che stabiliscono le norme della quotidiana convivenza: progetti di legge per il rafforzamento dell’identità ebraica e altri per la promozione dei diritti dei palestinesi. E ancora, la minaccia di trasferimento coatto fuori dai confini, sostenuta da partiti nazionalisti israeliani soprattutto durante la seconda intifada, e la censura di opere cinematografiche di denuncia contro la politica di Israele nei Territori Palestinesi, come per il documentario Jenin Jenin, del famoso regista e attore arabo israeliano Muhammad Bakri (che recitò anche nel film Private di Saverio Costanzo).

L’attenzione della D’Aimmo si concentra poi sulla produzione letteraria dei palestinesi di Israele, soprattutto della nuova generazione di scrittori e poeti. Interpellati direttamente e raccontati attraverso le loro opere, questi giovani intellettuali forniscono al lettore europeo la chiave d’accesso a un mondo pressoché sconosciuto, fatto di limiti e possibilità, di crisi e di desiderio di futuro e normalità. Uno spazio culturale nel quale i protagonisti scelgono se esprimersi in lingua araba o ebraica, nel quale si può manifestare la propria laicità quando tutt’attorno montano estremismi religiosi di diverse provenienze. In sintesi, una realtà che non si può più ignorare (come d’altronde fanno le autorità israeliane e quelle palestinesi che si confrontano sui campi di battaglia e ai tavoli negoziali), perché rappresenta una reale e non utopica occasione di integrazione del basso.

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